Ansa

Nulla da dire

La giornata di Salvini. Chiuso al ministero ascolta Vannacci che fa quel che da sempre vorrebbe fare pure lui

Salvatore Merlo

Al terzo piano del ministero dei Trasporti il leader della Lega guarda la televisione sintonizzata su Montecitorio. Ed ecco Sasso, Ziello e Pozzolo che, guidati a distanza da un generale, dicono: "Niente armi all'Ucraina". Chissà quanto vorrebbe anche lui, Matteo, godere di quella loro stessa libertà

Non solo quelli ora dicono ciò che a lui è stato vietato di dire da Giorgia Meloni sull’amato Putin e l’odiata Ucraina, ma adesso deve pure subire lezioncine da parte dei più improbabili personaggi della Lega. Al terzo piano del ministero dei Trasporti, poco dopo il plastico in scala del Ponte sullo Stretto di Messina, lì dove ieri ha passato quasi tutta la giornata, Matteo Salvini guarda. Guarda lo schermo del telefono, guarda la televisione sintonizzata su Montecitorio, ogni tanto guarda fuori dalla finestra come se laggiù, oltre i tetti di Roma, potesse scorgere l’Aula della Camera e quello che ci sta succedendo dentro. Che è, per dirla tutta, una cosa che gli fa abbastanza male. Alla Camera si vota il decreto Ucraina. Roberto Vannacci – il generale che Salvini arruolò per vincere le europee, promosse vicesegretario per tenerlo buono, e che una settimana fa se n’è andato sbattendo la porta con un “la mia strada è un’altra” – sta facendo il suo esordio parlamentare.

 

Non di persona, ché lui siede a Bruxelles. Ma per interposta fanteria: Sasso, Ziello, Pozzolo. I tre caballeros. Tre deputati. Si scortano a vicenda, come temessero imboscate nei pressi del Transatlantico. “Scappati di casa”, li chiama Edoardo Rixi, il sottosegretario di Salvini, “nel senso che due di loro proprio sono scappati di casa: dalla Lega”. Eccoli allora, Sasso, Ziello, Pozzolo. Uno che insegnava Educazione civica alle medie, uno che faceva il praticante avvocato a Pisa, uno che a Capodanno si sparò in tasca con una pistola che giurava non fosse la sua. Questi tre, guidati a distanza da un generale in aspettativa, dicono tutto quello che lui, Salvini, ha dovuto trattenere nel gozzo per quattro anni. Niente armi all’Ucraina. Zelensky ha rotto le scatole. Basta soldi per una guerra persa. Meglio Putin, o almeno: non peggio. Riescono pure a votare No al decreto che piace a Guido Crosetto. Chissà quanto vorrebbe anche lui, Matteo, godere di quella loro stessa libertà. E qualcuno in effetti lo va a trovare, e glielo dice: liberati.

 

C’è un genere di giornate che non andrebbero mai cominciate. Giornate in cui la sveglia suona come un presagio, il caffè sa di cenere e il telefonino, ancora prima di essere consultato, emana già una luce sinistra. Come se non fossero bastati Vannacci con la sua banda dei tre, a un certo punto ieri al ministero, da Matteo Salvini, che stava dell’umore in cui stava, si è presentato pure Domenico Furgiuele. Ora, per capire la scena bisogna sapere chi è Domenico Furgiuele. Calabrese, deputato, leghista ma ex missino, uno che non parla precisamente in latino ma pure ha chiamato uno dei suoi due figli Marco Tullio, organizzatore di un memorabile convegno sulla remigrazione alla Camera con ospiti di CasaPound e Veneto Fronte Skinheads, era stato fino all’ultimo sul punto di seguire Vanacci. Non l’ha fatto. E’ rimasto. E adesso è qui, eccolo: davanti a Salvini, davanti al leader. E’ qua per spiegargli come funziona la politica. Lui. Si può immaginare la scena. Il ministro dietro la scrivania, le Olimpiadi su uno schermo, il voto a Montecitorio su un altro, i sabotaggi alle linee dei treni sulle agenzie, e di fronte a sé un uomo che poche ore prima, ai cronisti che gli chiedevano se Salvini fosse il suo punto di riferimento politico, rispondeva così: “Il mio unico riferimento politico è morto il 28 aprile 1945”. Per chi non avesse sottomano il calendario: Benito Mussolini.

 

E quest’uomo, questo stesso uomo, guarda Salvini e gli dice: “Io non me ne vado dalla Lega. Però tu devi rilanciare, Matteo. Mica puoi farti scavalcare da Vannacci, Matteo. Liberati, Matteo”. Matteo! Fai l’uomo! Spezza le catene che ti ha messo Meloni! Un consiglio. O una minaccia. Che nel dialetto della politica italiana sono spesso la stessa parola. Salvini ascolta. Non sappiamo cosa risponda. Sappiamo che la giornata va avanti, che le Olimpiadi proseguono, che i treni – quelli che gli anarchici non hanno fermato – corrono più o meno in orario, e che al ministero dei Trasporti un leader politico che ha costruito la propria carriera sull’arte sciamanica di assecondare gli istinti di pancia degli italiani si ritrova, ancora una volta, senza niente da dire. Circondato da gente che dice le sue cose meglio di lui, o peggio di lui, il che in fondo è lo stesso.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.