Il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida (foto Ansa)

Non escludo il generale

“Vannacci in maggioranza? Vedremo. Sul referendum arriverà Meloni”. Parla Lollobrigida

Salvatore Merlo

“Non abbiamo ancora deciso cosa fare con il movimento del generale", ci dice il ministro dell'Agricoltura. E sul referendum, "se lo avessimo politicizzato subito avremmo commesso un errore”

“Non abbiamo ancora deciso cosa fare con Roberto Vannacci e il suo movimento politico, se ammetterlo in maggioranza o tenerlo fuori. Ne parleremo”. E ancora: “Sul referendum ammetto che il centrosinistra ha più facilità a mobilitare il suo elettorato rispetto a noi del centrodestra, ma adesso vedrete. Per noi la campagna elettorale comincia ora. Scenderà in campo Giorgia Meloni. Farà più di una iniziativa”. Dice così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, uno degli uomini dotati di maggiore capacità nel ragionamento politico dentro Fratelli d’Italia. Lo incontriamo in un angolo del Transatlantico, sigaretta elettronica in mano, mentre in Aula si vota la fiducia sul decreto Ucraina. Sono chiacchiere veloci. Informali. In capannello. 

 

Francesco Lollobrigida ha il tono di chi non ha fretta, anche se il Transatlantico intorno a lui è in fermento. In Aula si vota la fiducia sul decreto Ucraina, i capannelli si formano e si disfano, i leghisti passano e lanciano le loro battute velenose su Vannacci e i suoi tre deputati “traditori”. Il ministro dell’Agricoltura tira dalla sigaretta elettronica e ragiona. E’ quello che forse gli riesce meglio: ragionare politicamente. Lo fa da quando era ragazzo nelle giovanili di Alleanza nazionale. E allora gli si chiede di partire proprio dal generale. Il gruppo di Vannacci ha appena votato la fiducia al governo, eppure lei dice che non avete ancora deciso cosa fare di loro. “Non abbiamo deciso, e non abbiamo neppure discusso seriamente. E’ una questione aperta”.

 

Eppure tutti i leghisti qui in Transatlantico non lo risparmiano. Battute sferzanti. E Salvini, si sa, non lo vuole. “La situazione è quella che è. Ma ripeto: una discussione vera non c’è ancora stata”. Forse perché, prima di decidere chi fa parte della coalizione e chi no, bisogna vedere come va il referendum. Occasione per misurare il consenso, e poi cominciare a discutere di quella cosina che si chiama riforma elettorale. A quel punto, probabilmente, si parlerà sul serio di Vannacci. Lollobrigida sorride, in parte annuisce, ma non vuole aggiungere altro. Ecco.

 

Il referendum allora. Lo spartiacque. Il Foglio lunedì ha ipotizzato che Meloni possa perderlo, quel referendum. Il centrodestra appare assai meno impegnato del centrosinistra. “Ammetto che gli elettori del centrodestra sono oggi meno mobilitati di quelli del centrosinistra. Ma bisogna capire perché. Per la sinistra questo referendum è diventato un appuntamento schiettamente politico, che prescinde dal merito della riforma. Ha poco a che fare con la separazione delle carriere: è l’occasione per dare un colpo al governo. Cosa che ovviamente non è. Questo è il loro punto di vista, e su questo si sono mobilitati con tutto quello che avevano. Hanno sparato tutte le cartucce”. E voi nel frattempo dove eravate? “Noi facevamo una scelta precisa. Quella che è sembrata assenza era una strategia. Ragioni con me: se fossimo partiti subito, intestandoci con forza questo referendum, politicizzandolo fino a renderlo un’ordalia, una specie di plebiscito su Meloni come aveva fatto Renzi nel 2016, cosa sarebbe successo?”. Me lo dica lei. “Non sarebbe successo, per esempio, che una buona parte della sinistra costituisse comitati per il Sì. Comitati favorevoli alla nostra riforma. Il nostro apparente stare di lato ha consentito che il tema fosse smilitarizzato. Che si discutesse del merito. Che anche elettori non nostri capissero che questa è una buona riforma, a prescindere da chi l’ha scritta e promossa. Non dimentichiamo che la separazione delle carriere trova sostegno anche nella storia recente della sinistra, che in passato è stata favorevole”. Va bene la strategia, ma il voto è vicino. Non è tardi? “La campagna elettorale per noi comincia adesso. Questi sono i giorni decisivi. Vedrete il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, più presente, con più uscite pubbliche. Ci sarà un impegno molto maggiore rispetto a quello che avete visto finora”. Però per anni avete detto ai vostri elettori di stare a casa quando c’era un referendum. Mobilitarli ora non è semplice. “Lo ammetto, lo ripeto: non è facile. Abbiamo una lunga tradizione di astensione referendaria nel centrodestra, e questo pesa. Ma questa volta è diverso. Da adesso vedrete una presenza e un impegno che non lasciano dubbi”. Insomma, ministro, era tutto calcolato: il No latitante e il Sì militante? “Era tutto calcolato”. Chissà.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.