Salvini e Vannacci visti da Putin, votare per Kyiv col cuore a Mosca
Scene di vita quotidiana da un Cremlino immaginario (ma fin troppo realistico). Fedeltà dichiarate e voti imbarazzati sull'Ucraina. Putin osserva la confusione dei sovranisti italiani
Scene di vita quotidiana dalla sala riunioni più incompresa in Occidente.
Mosca, Cremlino, ieri sera. Nell’ufficio che fu di Stalin – ma con un gusto nell’arredamento oggi sensibilmente migliorato, va detto, almeno per quanto riguarda i tappeti uzbeki – Vladimir Vladimirovic Putin fissa due fascicoli aperti sulla scrivania di mogano. Due fotografie. Due italiani.
A sinistra, in una cartellina con l’intestazione “Operazione Mojito”, c’è Matteo Salvini immortalato davanti alla Piazza Rossa in un celebre pellegrinaggio. A destra, in una cartellina etichettata “Operazione Alberto Sordi”, ecco Roberto Vannacci, col piedone in alto, in favore di camera. La foto è presa da “Chi” di Alfonso Signorini. I servizi segreti russi hanno l’abbonamento.
“Compagni” dice Putin – e qui si corregge, perché il termine è fuori moda anche a Mosca – “Ehm, volevo dire ‘amici’, abbiamo un problema italiano. Questi due fino a ieri erano un pacchetto unico, un’offerta due-per-uno, come al supermercato. Adesso litigano. Con chi stiamo noi?”.
Attorno al tavolo, lo ascoltano gli uomini che più contano in Russia.
Alla destra di Putin c’è il ministro della Difesa Andrei Belousov, un economista che il presidente ha messo a capo dell’esercito per le stesse ragioni per cui si mette un ragioniere a dirigere un circo: qualcuno deve controllare i conti. Alla sinistra, Sergei Naryshkin, direttore dello Svr – lo Služba Vnešnej Razvedki, il servizio di intelligence estero – che un tempo si chiamava Kgb e che ha cambiato nome per le stesse ragioni per cui un ristorante con tre casi di salmonella riapre come “bistrot”. In fondo al tavolo, Dmitri Peskov, il portavoce, che è, per così dire, monumentale: lì sta. Al Cremlino gli danno una biro, un paio di forbici, la settimana enigmistica e non disturba.
Naryshkin, il capo dei servizi segreti, si schiarisce la gola. “Vladimirovic, Presidente, se posso... I nostri analisti hanno prodotto un rapporto di settecento pagine sulla situazione. Sintetizzo”.
“Sintetizzi”.
“La risorsa ‘Stoccafisso’ – indica un’altra foto di Salvini, scattata evidentemente durante un comizio, con un’espressione che comunica simultaneamente sfida, indigestione e amore per la patria – è il nostro investimento storico. Un classico. Affidabile. No euro, Sì cocktail, pacifismo, disarmo... Ha sempre parlato bene di Lei, Vladimirovic. Ha indossato pure la maglietta con la Sua faccia nella Piazza Rossa. Neppure Lukashenka ha dimostrato tanto affetto. Un caro ragazzo”.
Putin solleva un sopracciglio, il che nella sua gamma espressiva equivale ovviamente a commozione.
“Invece la risorsa ‘Piume di struzzo’ – e qui il capo dei servizi segreti indica la foto del generale Vannacci, in vestaglia, sguardo che perfora l’orizzonte (verso est) – è un prodotto più recente. Militare. Scrive libri. Gliene abbiamo comprati una vagonata pure noi su Amazon. Ha opinioni su tutto: sui gay, sulle donne, sulla pallavolista nera. E ovviamente è patriota, quindi vuole disarmare l’Italia, l’Europa e la Nato. Perfetto per noi, in teoria”.
“E in pratica?”, chiede Putin.
“In pratica, adesso i due si detestano. Vannacci ha fondato un suo movimento, vuole i voti che erano di Salvini, e Salvini vuole i voti che Vannacci vuole prendergli. E’ un po’ come il problemino che avemmo noi con la brigata Wagner. Si ricorda? Solo che almeno Prigozhin cucinava bene”.
A questo punto interviene Belousov, il ministro della Difesa, che s’era tenuto in disparte. “La questione strategica è semplice. Chi dei due è più utile alla nostra causa? Chi fa più danno alla coesione europea? Chi, domani alla Camera, voterà nel modo giusto sul decreto Ucraina?”.
Ecco. Il decreto Ucraina. Il vero motivo della riunione.
Putin si alza. Cammina fino alla finestra. Osserva Mosca illuminata. Si volta.
“Domani a Montecitorio gli italiani votano la fiducia sul decreto Ucraina. I nostri amici cosa faranno?”.
Naryhkin consulta il tablet. “Vladimirovic, la situazione è complessa. ‘Stoccafisso’, cioè Salvini, è al governo. Al governo con quelli che mandano le armi a Zelensky. Quindi voterà a favore del decreto ma facendo capire che in fondo non voleva. E’ la specialità italiana: si chiama ‘il voto con riserva interiore’. Tecnicamente approvano, spiritualmente dissentono. Un po’ come quando noi firmiamo i cessate il fuoco”.
Putin annuisce. Conosce bene la tecnica.
“Vannacci, cioè ‘Piume di struzzo’, invece è europarlamentare. Non vota a Montecitorio. Anche se ha tre o quattro deputati. Ma parlerà. Dirà qualcosa contro l’Ucraina, contro le armi, contro il mondo al contrario che manda i cannoni invece dei fiori. Farà rumore. Questo ci serve”.
“Quindi”, riassume Putin con quella pazienza di ghiaccio che lo caratterizza, “uno vota a favore dell’Ucraina fingendo di essere contro, e l’altro è contro l’Ucraina ma non può votare. Ho capito bene?”.
“Esattamente, Vladimirovic. Come sempre Lei capisce tutto più di tutti”.
Segue un lungo silenzio. Il tipo di silenzio che al Cremlino può significare molte cose, nessuna delle quali piacevole.
Peskov, il portavoce, smette di ritagliare elefanti con le forbici, e azzarda: “Potremmo finanziarli entrambi? Separatamente? Senza che lo sappiano, così nessuno dei due si offende?”.
Putin lo guarda. Lo fulmina con gli occhi. “Peskov”, dice prendendolo seccamente per il cognome, “andavamo appresso a quei due già quando erano uniti, e il risultato è che Salvini è al governo e vota per le armi all’Ucraina. Non è esattamente un rendimento brillante. Neppure i nostri oligarchi investono così male, e guardi che i nostri oligarchi investono malissimo. La verità è che ci siamo fatti scappare l’unico intelligente in Italia: Matteo Renzi”.
“Ma Vladimirovic...”, interviene all’improvviso il ministro Belousov. “Abbiamo sempre saputo gestire gli alleati difficili. I bulgari, i romeni, i cubani, i siriani... Possiamo pur gestire due italiani che litigano”.
Putin lo guarda con commiserazione. “Andrei Rèmovic, i siriani li abbiamo persi sei mesi fa. Assad è qui dietro la mia porta che gira per i corridoi e nessuno sa cosa fargli fare. Non mi porti esempi”.
Ma ecco che all’improvviso Putin ha come un’illuminazione. Non per niente è un genio. “E i Cinque stelle?”, chiede con la voce di chi si aggrappa a un relitto. L’ultima speranza.
“Quelli votano contro il decreto. Sicuro”.
“Finalmente. E chi li guida?”.
“Un ex presidente del Consiglio. Due volte presidente. Con due governi di segno opposto. Estrema destra ed estrema sinistra”.
“Due volte premier con due governi di segno opposto?”.
“Sì”.
“Questo è un professionista. Come si chiama?”.
“Giuseppi”.
Putin annota il nome. Poi guarda il ritratto di Pietro il Grande che occupa una parete della sua stanza. Pietro il Grande non dovette mai, in tutta la sua gloriosa esistenza, affidarsi a “Stoccafisso”, “Piume di struzzo” e “Giuseppi” per difendere gli interessi della Russia all’estero. Fortunato lui.
Le vicende narrate sono interamente frutto di fantasia. Qualsiasi somiglianza con il reale imbarazzo di chi oggi deve votare per Kyiv con il cuore a Mosca è puramente, dolorosamente, casuale.