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il bivio

Ancora più a destra o di nuovo al nord? Il futuro della Lega

Carlo Stagnaro

Dopo l’uscita del generale Vannacci, per il Carroccio è ora di riflettere sull’esperimento nazionalista e la sua identità autonomista. Il partito può scegliere entrambe le strade, ma non può più evitare di scegliere

L’uscita di Roberto Vannacci pone alla Lega un falso dilemma: se spostarsi ulteriormente a destra per coprirsi dagli attacchi del generale. In realtà, offre anche un’opportunità: tornare a parlare al nord. Come hanno osservato Attilio Fontana e Luca Zaia, la questione non è tanto l’abbandono dell’ex vicesegretario, ma il suo arruolamento, che ha rappresentato l’apice dell’operazione di Matteo Salvini di una Lega nazionale  e nazionalista. La manovra ha avuto successo sotto il profilo del consenso: perfino adesso che è in crisi, il Carroccio è quotato attorno all’8 per cento, una percentuale che la Lega nordista ha superato in poche occasioni. Ma questo risultato ha un prezzo: più i voti  si spalmano sul territorio nazioale, e più cercano di interpretare la rabbia del momento, meno la Lega diventa determinante nelle regioni in cui è nata. La Lega non può essere, contemporaneamente, destra nazionale e sindacato territoriale: lo si è visto, da ultimo, con le polemiche sul Mercosur; lo si vedrà ancora di più quando il centrodestra dovrà indicare il successore di Fontana per la  regione Lombardia. 

La domanda, quindi, diventa: c’è ancora voglia di autonomia? Sebbene non esistano stime recenti del residuo fiscale – la misura di quanto una regione è fiscalmente sbilanciata verso lo stato – vi è ragione per supporre che negli ultimi anni  si sia aggravato. Come ricostruisce un documento dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, i dati più aggiornati, risalenti al 2019, mostrano un residuo negativo pari mediamente al 6,9 per cento del pil nel centro-nord, con una punta del 14,2 per cento in Lombardia. Per confronto, nei maggiori länder della Germania occidentale il residuo non supera l’1,5 per cento del pil. 

Tale squilibrio è esacerbato dal limitato spazio di manovra delle regioni, che mai come oggi ne avrebbero bisogno data la difficile situazione dell’industria settentrionale. La controprova viene dal successo economico della Comunità autonoma di Madrid: senza dubbio  è il frutto di una precisa direzione politica impressa prima da Esperanza Aguirre e poi da Isabel Díaz Ayuso (come documentato da Diego Sánchez de la Cruz nel  libro “Il modello Madrid”): ma non sarebbe stato possibile senza la possibilità di intervenire direttamente sulla spesa pubblica e sul fisco. Le due leader madrilene hanno potuto abbassare le tasse e riorganizzare i servizi: nessuno in Italia potrebbe fare altrettanto. 

Qui si innesta un altro errore tattico: aver confuso la battaglia per l’autonomia (intesa come concetto politico) con la battaglia per l’autonomia (nel senso del decreto di attuazione dell’autonomia differenziata, peraltro azzoppato dalla Corte costituzionale). Quest’ultima è inevitabilmente il frutto di una mediazione, che incide solo marginalmente sullo squilibrio economico e fiscale lamentato dal nord: aver fatto coincidere lo strumento con il fine o, se si preferisce, un passo col traguardo, ha fatto scomparire l’autonomia dal panorama politico. Vannacci è un sintomo di questo cambiamento, e neppure il primo.

Altrettanto rilevante, nella traiettoria di sganciamento della Lega dal nord, è la sterzata sulla politica economica: la Lega è il partito di Giancarlo Giorgetti (e quindi del rigore e dell’attrazione verso il baricentro europeo) o di Alberto Bagnai e Claudio Borghi (dunque del deficit e del ritorno alla lira)? Aver spostato il focus sull’immigrazione, la sicurezza e i temi etici è un espediente attraverso cui Salvini ha distratto l’attenzione da tale rottura, storica e territoriale; e ha anche impedito di trovare con il Mezzogiorno un ingaggio differente, capace di fondare la crescita sulla responsabilità e non sulla redistribuzione. Sicché, il leader leghista spera di trovare consenso al sud elevando il ponte sullo Stretto a simbolo delle sue battaglie, e al nord agitando lo spettro dell’insicurezza. 

La consigliera regionale piemontese ed ex europarlamentare leghista Gianna Gancia ha commentato in questi termini i fatti di Torino e la manifestazione di Askatasuna: “Condanno fermamente la violenza in ogni sua forma, ma condanno fermamente l’irresponsabilità di chi strumentalizza la violenza per delle foto di opportunità per beceri voti”. Sottotesto: soffiare sul fuoco dello scontro di piazza è doppiamente dannoso, perché può suscitare altra violenza e repressione, e perché la radicalizzazione securitaria impedisce il ragionamento freddo sui bisogni del paese in generale e del nord in particolare (e forse anche perché c’è ancora, in Lega, chi ricorda le minacce di mandare i carabinieri sul Po o il trattamento riservato ai Serenissimi). 

Il Vannacci-gate e la ribellione interna sul Mercosur sono dunque le spie di un malessere più ampio che ha a che fare con l’identità stessa della Lega e, attraverso di essa, con la rappresentanza dell’elettorato settentrionale. Quando Zaia, Fontana e altri dicono di guardare a (leggi: rimpiangere) una Lega liberale e non liberticida, intendono in realtà una cosa differente: enunciare i principi della libertà d’impresa è un modo per ricostruire un legame in buona parte (consapevolmente) perduto. Per un lungo periodo della sua storia, la Lega non è stata nordista perché liberale, ma liberale perché nordista: scemato l’interesse per il nord era fisiologico che si smarrisse anche la vocazione alla libertà economica. La Lega sopravviverà a Vannacci, ma quale strada sceglierà per farlo? Prendere l’8 per cento parlando alla Nazione (maiuscolo) di sicurezza e “remigrazione” è qualcosa di molto diverso dal prendere una percentuale magari analoga concentrandosi sulle regioni che più di tutte hanno bisogno di apertura, competitività e sviluppo (e pertanto anche di immigrazione). Rappresentare l’8 per cento degli italiani è una cosa differente dal porsi come il portavoce di un intero blocco territoriale. Il partito può scegliere entrambe le strade, ma non può più evitare di scegliere.

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