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Gli anelli del Nazareno

Schlein inaugura "l'egemonia al contrario": vedi qualcosa di qualcun altro e provi a prenderlo pure tu

Salvatore Merlo

“Riprendiamoci Tolkien”, dice la segretaria dem. E forse nella storica saga di una compagnia eterogenea e litigiosa, composta da rappresentanti di popoli che si detestano, uniti soltanto dalla necessità di distruggere un oggetto di potere prima che cada nelle mani sbagliate, c'è il segreto per la vittoria del campo largo

Ella, cioè Elly, intende “riprendersi Tolkien” – vuole insomma toglierlo alla destra – e la notizia nei circoli del Nazareno accende un fermento pari a quello che capitò nella Contea quando si sparse voce che Bilbo aveva trovato un anello. Anche i Campi Hobbit, manca poco, si riprende Ella, cioè Elly Schlein, che alla luce di questa sua intemerata fantasy solleva interrogativi di non poco momento. Quando, esattamente, la sinistra italiana avrebbe posseduto Tolkien? E come lo avrebbe smarrito? Se lo sono lasciato in treno, come un ombrello? Lo hanno prestato a qualcuno che poi non lo ha restituito, secondo la deplorevole usanza di chi prende in prestito i libri? Oppure c’è stata una vera e propria cessione, un rogito notarile in cui il Pd, forse per far quadrare i conti di qualche federazione provinciale, ha alienato i diritti sulla Terra di Mezzo in cambio di una fornitura di gazebo per le primarie? Il lettore familiarizzato con i classici meccanismi dell’egemonia culturale ricorderà che il procedimento tradizionale prevedeva alcuni passaggi: si concepiva un’idea, la si articolava in un corpus teorico, la si diffondeva attraverso intellettuali organici, e infine, con calma, le masse venivano a voi. Con Schlein, la sinistra italiana ha da tempo perfezionato una variante più agile, certamente migliore, che potremmo definire “egemonia al contrario”. Vedi qualcosa di qualcun altro e provi a prenderlo pure tu. E’ lo stesso principio che ha guidato il Pd dalla Flotilla fino ad Askatasuna, passando per Ferragni e Fedez intellettuali de sinistra.

  

Ora, chi frequenta le assemblee del Pd sa che vi si odono molte cose. Autocritiche che durano più della trilogia estesa del “Signore degli Anelli” con regia di Peter Jackson (settecentoventisei minuti), applausi che scoppiano nei momenti sbagliati, qualcuno che chiede la parola per fatto personale mentre altri chiedono dove sia il bagno. Ma “riprenderci Tolkien” è, oggettivamente, una novità. Si apre così uno scenario che farebbe la gioia di qualsiasi analista. Perché se il Pd si butta su Tolkien, quali saranno i prossimi passi? “Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli”, diceva Sauron. Uno per l’ex governatore della Puglia Emiliano, uno per Guerini e uno per Gentiloni? O forse vedremo Bettini che vaga per i corridoi del Nazareno mormorando “il mio tessssoro” stringendo al petto l’ultima tessera? Chissà. La segretaria, comunque, ha le idee chiare. Ha già ordinato una copia del Silmarillion e un dizionario elfico. I maligni sostengono che voglia imparare il Quenya per poter finalmente esprimersi in una lingua che gli elettori non capiscono. Ma questo, ovviamente, già succede.

 

Il guaio vero con Tolkien è che la Terra di Mezzo, a un esame appena più attento, presenta alcune spigolosità. C’è una monarchia che tutti attendono con trepidazione. C’è un re che torna, e nessuno convoca un congresso per discuterne. E anche la Contea, dove gli Hobbit vivono la loro esistenza ideale, è una comunità rurale, autarchica, diffidente verso gli stranieri, e profondamente conservatrice. Gli Hobbit non vogliono cambiare nulla. Mai. Il massimo dell’eccitazione sociale è discutere se quest’anno le patate siano venute meglio dell’anno scorso. In pratica, un feudo leghista con i piedi pelosi. O forse – ed è quello che ci deve aver visto Schlein con la consueta sagacia – la Contea è la Ztl: un feudo ciclabile con la patata a chilometro zero e l’opposizione al referendum. Sospettiamo tuttavia che la segretaria, nel formulare la sua rivendicazione, pensasse soprattutto all’erba pipa. Quella sostanza mai del tutto chiarita che Gandalf e i Mezzuomini assumono in continuazione, producendo anelli di fumo a forma di veliero e prendendo quell’aria contemplativa che, in contesti diversi dalla Terra di Mezzo – tipo centro sociale – è associata a precise scelte ricreative. Così inquadrata, la mossa acquista senso. Certe assemblee di partito, senza un minimo di supporto atmosferico, risultano francamente inaffrontabili.

   

Eppure c’è chi sostiene che l’operazione Tolkien sia in realtà una manovra diversiva, in attesa di rivendicazioni più audaci. Si parla di “riprenderci Harry Potter”, “riprenderci i Marvel”, e per i più ambiziosi anche “riprenderci Sanremo”. Anche se così, forse, stiamo sottovalutando la profondità strategica dell’operazione. Probabilmente Schlein ha letto attentamente l’opera di Tolkien e vi ha trovato la chiave per la rinascita del centrosinistra. D’altra parte, se ci pensate bene, “Il Signore degli Anelli” racconta la storia di una compagnia eterogenea e litigiosa, composta da rappresentanti di popoli che si detestano, uniti soltanto dalla necessità di distruggere un oggetto di potere prima che cada nelle mani sbagliate. Se non è una metafora del campo largo, poco ci manca. Un viaggio lungo. Irto di pericoli. Costellato di tradimenti, di scissioni e di “secondo me dovevamo andare di là”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.