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L'intervista

“Il fermo preventivo? Sarebbe un ritorno al fascismo”. Parla l'ex prefetto Morcone

Francesco Gottardi

“I decreti sicurezza sono specchi per allodole, non risolvono nulla”, dice il capo di gabinetto all’Interno durante il governo Gentiloni. “E mi delude che un collega intelligente come Piantedosi sia incappato in un provvedimento passibile di incostituzionalità”

Altro che provvedimenti in nome dell’ordine pubblico. “Il fermo preventivo? È roba fascista: si faceva nei primi del Novecento, quando ti chiamavano in caserma prima delle manifestazioni”, dice senza mezzi termini Mario Morcone, ex prefetto e capo di gabinetto al ministero dell’Interno ai tempi di Marco Minniti. “I gravi fatti di cronaca di questi giorni non possono offrire il pretesto di un imbarazzante ritorno al passato, di cui proprio non abbiamo bisogno”. Ma la tutela dei poliziotti, la stretta sulle mine vaganti nei cortei? “Non è con nuove restrizioni che si risolvono questi problemi: i decreti sicurezza sono buoni per gli slogan, per darsi un tono politico facilmente spendibile e in apparenza convincente. In realtà però non servono affatto. Sono specchi per le allodole, per le televisioni”. E per TeleMeloni.

 

Fra tutte le norme al momento al vaglio del governo, quella più complicata da mettere in atto – anche per stessa ammissione di Palazzo Chigi – riguarda per l’appunto il fermo preventivo. Cioè la possibilità, da parte delle autorità, di trattenere per 12 ore i profili sospetti di rappresentare un pericolo per lo svolgimento pacifico di una manifestazione. “È evidente che un intervento di questo tipo presenta seri problemi di costituzionalità”, spiega al Foglio Morcone. “Con quale criterio si stabilisce il fermo? È impossibile da gestire correttamente, senza prestarsi a strumentalizzazioni. E poi esiste già il Daspo. E l’azione sul campo: com’è possibile che a Torino, a fronte di un centinaio di feriti tra le forze dell’ordine, ci siano stati soltanto tre arresti? Noi non siamo e non saremo mai Minneapolis o la milizia di Trump: la nostra polizia è composta da gente per bene. Eppure, senza andare troppo lontano, a Parigi i manifestanti che delinquono vengono subito arrestati. Qui in Italia no. Si ragioni su questo, semmai: abbiamo la Digos, sistemi di telecamere, strumentazioni all’avanguardia. Agire si può. E si deve”.

 

Il fermo preventivo presenterebbe inoltre un’ulteriore criticità logistica. “Tanti cani sciolti si muovono da altre province e altri Paesi: a Torino c’erano anche baschi e francesi. È difficile individuarli, anche con tutta la buona volontà del mondo”, continua l’ex prefetto. “Questa dinamica la conosciamo da tempo, si stanno usando impropriamente i fatti d’attualità e mi dispiace molto: non è necessaria l’adozione di misure ulteriori e così importanti. Questa fretta e quest’ansia di assumere provvedimenti che non servono a niente è fallace: punta al consenso elettorale, non alla soluzione del problema. E mi delude ulteriormente, anche perché se ne occupa un collega verso il quale ho grande stima”. Il ministro Piantedosi? “Sì. Una persona intelligente, ma evidentemente si è lasciato prendere. Lo sa anche lui che la sicurezza non si affronta con nuove restrizioni sul piano dei diritti”.

 

Eppure il tema esiste. Soprattutto le grandi città sono esasperate dalla microcriminalità, che ormai influisce sulla vita di tutti i giorni. “Il tema esiste sì”, riconosce Morcone. “Ed è un tema complicato: non si risolve con misure che si presuppongono straordinarie. Ci sono tantissime altre facce da rispettare: in primis mettere i sindaci in condizioni di agire in sinergia con le polizie locali, ormai agonizzanti. Questa è una riforma urgente e mai avvenuta, che necessita di un profondo ripiano degli organici. Tutto questo va di pari passo con le responsabilità della nostra polizia, e alle garanzie attorno al trattamento degli agenti. Vanno sostenuti nel quadro dei diritti e delle regole, rinforzando la presenza sul territorio Più che leggi, occorrono politiche di formazione e istruzione”.

 

Eppure la dinamica del delinquente a piede libero il giorno dopo l’arresto è un cortocircuito messo in luce dalle medesime forze dell’ordine. “Sì, l’effettività della sanzione è da sempre debole: le operazioni di polizia sono spesso faticose e vanificate. Il confine dei diritti in gioco è sottile, la questione va lasciata alla sensibilità dei magistrati. La situazione carceraria è poi talmente drammatica – quella sì – da richiedere un intervento legislativo. Che resta sempre un bel manifesto da piazzare sul giornale, economicamente conveniente. Quello che costa e richiede fatica è sempre l’intervento infrastrutturale: nuove carceri, investimenti nelle scuole, politiche inclusive. Evidentemente non fa comodo affrontare certi temi. E poi, sugli immigrati sempre nel mirino: sapete che cosa dice don Virginio Colmegna, già segretario del cardinal Martini?” Prego. “Che fra loro ci sono problemi gravissimi di sanità mentale: numeri altissimi e preoccupanti, che si ripercuotono sull’Italia. E anche se è una strada che si affronta poco, la risposta dev’essere sempre la prevenzione: coinvolgere i giovani attraverso la scuola e lo sport, nel segno del rispetto delle regole, dell’importanza di essere parte della società civile. Non riguarda soltanto la questione migratoria, ma anche le tante aree di marginalità all’interno dell’Italia: assieme al ministero, i sindaci devono poter svolgere un ruolo di attività e coinvolgimento determinante”. E i decreti sicurezza? “Inutili. Soltanto bandierine di una legislatura. In questo caso poi, il fermo preventivo sarebbe veramente un richiamo al Ventennio”. Di un simile autogol non ha bisogno il Paese, ma nemmeno la destra di governo.

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