Ansa
L'editoriale del direttore
Niscemi, la frana delle chiacchiere
Si chiama incapacità, non calamità. Nel paese sta crollando non solo un comune ma anche un approccio autolesionista (e salottiero) alla protezione dell’ambiente. Scegliere tra pancia e cervello si può
Niscemi, lo sapete, è un piccolo comune in provincia di Caltanissetta che da giorni si trova in una situazione drammatica. Una frana molto violenta ha creato, a seguito di precipitazioni incredibili, una faglia lunga circa quattro chilometri che ha spostato un’intera collina costringendo 1.500 persone ad abbandonare le proprie case. Niscemi è una storia che colpisce il cuore. Ma come capita spesso quando una storia colpisce il cuore, l’indignazione collettiva tende a cercare valvole di sfogo appellandosi più alla pancia che al cervello. La pancia è lì a dirci, facendoci ragionare con il pilota automatico, che la colpa è del cambiamento climatico, che la colpa è dei fenomeni estremi, che la colpa è dei soldi destinati a una qualche grande opera che sarebbero dovuti essere utilizzati per mettere invece il territorio in sicurezza. La pancia, come spesso capita, tende a indicarci capri espiatori, tende a individuare scalpi possibili, tende ad alimentare l’idea che un problema che colpisce il cuore debba essere affrontato d’istinto, con un po’ di retorica un tanto al chilo. E cosa c’è di più comodo, per cercare scorciatoie buone per i talk-show, se non avallare la tesi che Niscemi è il simbolo delle catastrofi improvvise generate dalla nostra incapacità di considerare come prioritari i cambiamenti climatici?
Se si sceglie per un istante, di fronte a un problema che colpisce il cuore, di ragionare con il cervello e non con la pancia si scoprirà però qualche dettaglio in più che dovrebbe farci riflettere. Le frane, in Italia, e il dissesto idrogeologico non sono esattamente una novità prodotta dalla contemporaneità irresponsabile. Francesco Saverio Nitti, in un passato non così remoto, definì il Mezzogiorno, riprendendo una frase del meridionalista Giustino Fortunato, come “uno sfasciume pendulo sul mare”. Le frane, anche a Niscemi, non sono esattamente una notizia improvvisa, sorprendente, ed è stato ricordato in questi giorni come già ventinove anni fa, il 12 ottobre 1997, poco prima delle 14, la gente scese in strada gridando al terremoto, quando si ritrovò di fronte a una frana che si presentò negli stessi luoghi di oggi: i quartieri Sante Croci, Pirillo, Canalicchio. Il clima, come ha scritto più volte Carlo Stagnaro sul nostro giornale, rende semplicemente più gravi e frequenti eventi e rischi che comunque ci sarebbero stati. E concentrarsi sulla retorica dell’emergenza, anche per questo, è solo una scorciatoia per allontanarsi dalla realtà, dai fatti e dunque dal cervello. Se si usa la modalità “cervello” piuttosto che la modalità “pancia” non si avrà difficoltà a dire che il disastro idrogeologico dell’Italia non nasce dai tornado improvvisi o dall’aver destinato miliardi al Ponte sullo Stretto.
Nasce dall’inefficienza della politica, della burocrazia, della magistratura, degli enti locali e di quelli nazionali. Nasce dall’incapacità di spendere soldi che le regioni hanno e che non sono in grado di utilizzare, come i fondi di coesione europei (secondo i dati ufficiali, oltre 1,6 miliardi di euro di fondi di coesione destinati alla Sicilia nel ciclo 2014-2020 rischiano di non essere spesi e di essere revocati per mancato utilizzo nei tempi stabiliti dalla Commissione europea). Nasce dall’incapacità di utilizzare la burocrazia non solo per certificare i disastri ma a volte anche per prevenirli (per spendere fondi europei servono progetti esecutivi, autorizzazioni incrociate, pareri ambientali, controlli preventivi e rendicontazioni complesse, ma è ovvio che parlare di clima impazzito, e basta, semplifica la vita, e permette di sfuggire da una verità: la burocrazia italiana è bravissima a controllare dopo e pessima a evitare drammi prima). Nasce dall’incapacità della politica di considerare la manutenzione non come un costo ma come un investimento, più prezioso dell’acquisto del consenso della popolazione locale tramite condono (in Italia oltre il 90 per cento delle risorse pubbliche sul dissesto idrogeologico viene speso dopo i disastri, e meno del 10 per cento in prevenzione e manutenzione ordinaria: spendiamo quasi tutto per riparare i danni e pochissimo per evitarli).
Nasce anche dall’incapacità di una parte dell’ambientalismo di combattere battaglie non astratte, non propagandistiche, ma concrete, basate sui fatti (non si ricordano manifestazioni, in Sicilia, dei vecchi follower di Greta, finalizzate a chiedere non meno CO2₂ ma più manutenzione: se gli ambientalisti ideologici dedicassero più tempo all’adattamento e meno tempo a rincorrere i mulini a vento, si avrebbero forse meno titoli di giornale ma certamente, come si dice, più cura del territorio). Ragionare su casi come quello di Niscemi facendo leva sulla pancia e non sul cervello significa cercare capri espiatori, non soluzioni. E non cercare soluzioni, di fronte a drammi come quello di Niscemi, significa concentrarsi solo sulla ricerca di un buon titolo sul giornale, di un buon hashtag per diventare virali, e poco sulla risoluzione di problemi che non riguardano un’emergenza ma una scelta (l’ambientalismo da divano, come sostiene da sempre il nostro Jacopo Giliberto, fa spostare gli investimenti dall’adattamento, cioè la difesa dagli effetti del clima, alla mitigazione, cioè penalizzare i consumi: il benessere, secondo questa visione del mondo, è sempre una colpa per la quale la natura ci punirà). Il cuore è colpito, a Niscemi, ma tra pancia e cervello si può scegliere. E chiudere gli occhi di fronte alle inefficienze del paese, della politica, della burocrazia, dell’ambientalismo, e poi mascherare l’incapacità chiamandola calamità anche no, grazie.