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nel campo largo

Sulle pensioni il Pd rincorre la demagogia di Landini e Salvini

Giuliano Cazzola

La becera propaganda del campo largo secondo cui il governo sarebbe venuto meno agli impegni elettorali. Come se toccasse alle opposizioni garantire l’attuazione di quel programma a tutela di un elettorato che non è il suo e che non si lamenta per il tradimento

Sulle pensioni il Pd ha gettato la maschera e ha raggiunto l’allegra brigata di Maurizio Landini e Matteo Salvini. Con la presentazione, il 15 gennaio scorso, alla Camera di un Atto di indirizzo a prima firma della capogruppo Chiara Braga, seguita da una sfilza di quelle di maggiorenti del campo largo, il Pd non ha esitato a condividere la richiesta contenuta in un ordine del giorno preteso dalla Lega (ultimo caso di una campagna di falsità durata decenni) come condizione per votare la legge di Bilancio.

 

Il testo del campo largo impegna il governo “ad adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l'accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica”. A sostegno dell’ukase, l’Atto si diffonde nella becera propaganda secondo la quale il governo sarebbe venuto meno agli impegni elettorali dei partiti della maggioranza, come se toccasse alle opposizioni garantire l’attuazione di quel programma a tutela di un elettorato che non è il suo e che non si lamenta per il tradimento. “Per tutto l’arco temporale della XIX legislatura – è scritto – il tema della previdenza ha rappresentato il grande inganno elettorale del governo delle destre; dopo aver promesso in campagna elettorale la cancellazione della legge Fornero e la possibilità di accedere alla pensione con 60 anni di età e 41 anni di contribuzione, le uniche misure che sono state adottate strutturalmente sono consistite nella sostanziale riduzione o, addirittura, cancellazione di ogni forma di flessibilità di uscita pensionistica, come nel caso di Opzione donna o delle quote’’. In sostanza, al governo viene rimproverato il suo “ravvedimento operoso” nel tentativo di mettere in sicurezza il sistema pensionistico. Si aggiunge, poi, la considerazione truffaldina in base alla quale “il meccanismo di determinazione delle soglie anagrafiche non tiene minimamente in considerazione la circostanza per cui il nostro sistema previdenziale sta progressivamente uscendo dal sistema retributivo e misto per approdare definitivamente al solo sistema contributivo; alla luce di tale evoluzione – prosegue l’Atto – acquisisce sempre minor significato, dal punto di vista sociale e della sostenibilità finanziaria, l’idea di aumentare progressivamente l’età minima di uscita pensionistica per lavoratori che si vedranno calcolare il proprio assegno pensionistico integralmente con il sistema contributivo”.

 

Il fatto è che il meccanismo dell’adeguamento è congenito proprio con il sistema contributivo; infatti i coefficienti di trasformazione che fanno da moltiplicatore del montante accreditato sono ragguagliati all’età del pensionamento e variano in maniera inversamente proporzionale rispetto all’attesa di vita. Come ricorda la Ragioneria dello stato (Rgs), il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti minimi alle variazioni della speranza di vita contrasta gli effetti di riduzione degli importi pensionistici che si sarebbero determinati, a parità di età di pensionamento, proprio in conseguenza della revisione dei coefficienti trasformazione. Nel sistema contributivo, inoltre, cambieranno le regole del pensionamento anticipato che potrà avvenire a 64 anni con 20 anni di contribuzione a condizione che si raggiunga, come requisito di adeguatezza, un livello di prestazione multiplo dell’assegno sociale. L’Atto dimentica che graverà proprio sulle nuove generazioni al lavoro, falcidiate dalla denatalità, l’onere di pagare con i propri contributi – secondo la regola del finanziamento a ripartizione – i trattamenti delle generazioni precedenti numerose, precoci nell’accesso in modo stabile e continuativo al mercato del lavoro, in grado di presentarsi, quindi, all’appuntamento con la quiescenza anticipata a un’età alla decorrenza effettiva inferiore mediamente a 62 anni.

 

Il meccanismo di indicizzazione dell’età di pensionamento alla longevità fu introdotto proprio per riequilibrare tra le generazioni il rapporto tra il tempo della vita trascorso al lavoro e quello in pensione. Contribuirà – secondo la Banca d’Italia, la Rgs e tutti gli altri osservatori – nei prossimi anni a limitare l’incremento della spesa pensionistica sul pil nel 2036, quando raggiungerebbe il picco del 17,3 per cento, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7 nel 2070. Sarebbe corretto tenere conto – per il calcolo dell’importo della pensione – non solo del tempo maturato in attività, ma del periodo in cui il trattamento viene erogato (inclusa la reversibilità). Attualmente le generazioni baby boomer restano in pensione per un arco temporale in media pari all’80 per cento di quello trascorso al lavoro. La Cgil lamenta che nel 2040 i requisiti aumenterebbero di un anno e tre mesi. I demografi prevedono che nello stesso periodo l’attesa di vita media aumenterà di quattro anni. La Rgs stima, infine, che la soppressione del meccanismo di indicizzazione automatica comporterebbe un incremento del rapporto debito/pil di circa 15 punti al 2045 e di circa 30 punti al 2070.