Ansa
L'appello
Riformisti, coraggio, uscite dal Pd! Renzi è in ottima forma, ma di lui ci si può fidare?
Comincia a farsi urgente la necessità di consegnare un messaggio pubblico all’elettorato, soprattutto a quella larga fetta che esprime una domanda di novità alla quale non corrisponde ancora un’offerta. Bisogna trovate il modo di portare sul proscenio l’immagine di un progressismo diverso dall’attuale
Già che ci sia qualcuno che torni a porsi questa domanda è un successo, per uno che sarebbe dovuto sparire dalla scena politica (avendo oltretutto promesso di farlo), guida un partitino personale che a livello nazionale langue sotto qualsiasi soglia di sbarramento e, pur godendo di grande visibilità mediatica, è ancora considerato un intoccabile (nel senso di paria) da quasi tutti i colleghi del suo ambiente. Matteo Renzi è in ottima forma polemica. Ha recuperato una discreta verve comunicativa. E’ uscito indenne da tutti i tentativi di colpire lui e la sua famiglia nelle aule giudiziarie. Ha pagato il suo dazio d’immagine all’ansia di monetizzare a botte di ricchi contratti di consulenza i suoi pochi anni di successo politico. Soprattutto, però, si è scavato una posizione razionale nella scena politica: aveva cominciato la legislatura con l’idea bislacca di prendere il posto di Forza Italia al centro del centrodestra, la sta chiudendo con l’idea un po’ più concreta di fare il centro del centrosinistra.
Per rendersi credibile nel ruolo, si propone come il più feroce anti-meloniano del parlamento, come morbidissimo partner di coalizione per chiunque stia alla sua sinistra – fosse pure Conte, ex nemico numero uno – e infine come generoso leader centrista privo di ambizioni personali, pronto a cedere a chiunque la guida della (tuttora ipotetica) formazione che dovrebbe fare da terza o quarta gamba al cartello progressista. Renzi può coltivare questa ambizione – che sarebbe sembrata assurda solo un paio d’anni fa – perché la sua ipotesi è perfettamente compatibile con quella di Elly Schlein, anzi ne rappresenta il corollario indispensabile: un Pd che somigli molto alla sua segretaria più di sinistra ha bisogno di qualcuno che raccolga voti che lei non prenderebbe, e comunque di un commensale centrista alla tavola di una coalizione altrimenti troppo sbilanciata. È la geometria tracciata tante volte da Goffredo Bettini, fin qui risultata sbilenca e incompleta proprio perché non esiste una forza centrista paragonabile non diciamo ai Cinquestelle, ma neanche a Bonelli e Fratoianni.
Ognuno può farsi l’idea che vuole di questa opportunità offerta a Renzi proprio da chi non dovrebbe amarlo troppo. Ed è molto comprensibile, anzi condivisibile, il fastidio fisico che la sola idea di una resurrezione renziana benedetta da Schlein e Bettini provoca in tanti sinceri democratici e sinceri riformisti, in particolare le brave persone che hanno tenuto accesa l’originaria ispirazione del Pd veltroniano quando intorno tutti gli altri facevano prevalere il proprio ego oppure spostavano il primo partito della sinistra democratica verso un bizzarro e anacronistico incrocio tra berlinguerismo e movimentismo. Ma i fastidi fisici si superano, nessuna posizione politica è incisa nella pietra (e, se lo è, vuol dire che è una posizione immobile). Per cui c’è un po’ di gente, a cavallo dell’area di confine tra Pd e centristi, che dopo un iniziale rigetto deve ora, volente o nolente, prendere in considerazione la prospettiva di dar vita a un minimo di massa critica riformista, a cavallo dei confini del Pd oppure decisamente al di fuori da essi. Inutile girarci intorno. Se uno anche solo immagina un’idea del genere, la prima domanda che si pone è: ma come posso fidarmi di Matteo Renzi?
Se la questione fosse posta al popolo italiano, la risposta sarebbe schiacciante. Renzi gode di una solida, comprovata e assolutamente maggioritaria sfiducia personale, conquistata con anni di impegni non rispettati, giravolte politiche e sgarbi personali diventati fatti pubblici. È la nemesi di un politico nel quale gli italiani hanno molto creduto e hanno molto votato; che non ha fatto al governo peggio di tanti altri presidenti del consiglio, anzi; ma ha realizzato con l’opinione pubblica una micidiale chimica negativa di cui è il primo a rendersi conto, ed è molto improbabile possa mai capovolgersi nel suo contrario. E se è andata così con gli elettori italiani, con i politici italiani è andata anche peggio. L’indecorosa sceneggiata realizzata in collaborazione con Carlo Calenda ha illustrato una delle leggi non scritte della politica, e cioè quanto le pulsioni umane possano incidere – in questo caso disastrosamente – su vicende politiche anche promettenti. Nessuno sano di mente vorrebbe tentare il bis di quella storia imbarazzante. Aggiungiamoci le esperienze negative che moltissimi - personalità di levatura diversa, in ambiti diversi, perfino chi scrive – hanno avuto nel passato con Renzi, ed ecco il principale fattore di blocco che fin qui ha tenuto in stand-by ogni ipotesi di aggregazione riformista nella quale il fondatore di Italia Viva non potrebbe che avere un ruolo.
Eppure, ci sono momenti e situazioni che impongono di mettere i negativi da una parte. Non cancellarli, ma almeno compensarli. Possibilmente, neutralizzarli. La politica italiana è abbastanza liquida da consentire spazi di libertà di manovra. Se Bersani s’è potuto permettere di abbandonare il partito di cui era stato segretario, per poi rientrarci e oggi rappresentarlo quasi ogni sera in televisione, vuol dire che l’appartenenza partitica non è più una scelta esistenziale irrevocabile. Le citazioni che corrono di questi tempi a proposito della Margherita sono del tutto a sproposito (quel partito nacque aggregando e puntando a costruirne uno più grande, il più grande d’Italia, come effettivamente accadde: non voleva sopravvivere come forza d’interdizione di media grandezza), però sono utili a ricordare che ci si può muovere agilmente lasciandosi e ritrovandosi tra diversi, se ci sono un terreno solido comune, idee convergenti e un obiettivo finale condiviso. Dunque, chi pensa che un movimento riformista potrebbe risultare utile al Paese, magari competitivo col Pd e freno alle sue sbandate, dovrebbe sentirsi libero di provarci. Le sue ambizioni e la forza delle personalità coinvolte (inutile qui fare i nomi, sono tutti perfettamente conosciuti) potrebbe far risultare la presenza di Renzi non marginale – non sarebbe né giusto né possibile, oltretutto qualche interessante skill personale ce l’ha – ma almeno di peso relativo.
Per quel che se ne sa, si svolgono in queste settimane tante riunioni più o meno riservate, tutte con questo argomento all’ordine del giorno. È sicuramente meglio che rimangano riservate. Ma comincia a farsi urgente la necessità di consegnare un messaggio pubblico all’elettorato, soprattutto a quella larga fetta che (magari astenendosi) esprime una domanda di novità alla quale non corrisponde ancora un’offerta. Tenete per carità ogni trattativa dietro le quinte, ma trovate il modo di portare sul proscenio l’immagine di un progressismo diverso dall’attuale. Meno furbesco, meno paralizzato dalla paura di scontentare il primo che alza la voce. Più libero di interpretare i pazzeschi mutamenti globali, e di esplorare idee e posizioni nuove ora che anche parole care come atlantismo, europeismo, riformismo sembrano svuotate di senso. Un progressismo, infine, ansioso di muovere le acque stagnanti della politica italiana e di dare finalmente una sterzata a quelle incredibili noiose immutabili linee parallele dei sondaggi elettorali che da tre anni procedono identiche come i binari di una ferrovia. Anche per chi vuol bene al Pd, perché vuol bene a sé stesso e alla propria storia, questo può essere un modo per onorare quella vicenda. Magari farle un favore. E magari tornarci, un domani.