(foto d'archivio Ansa)
L'editoriale dell'elefantino
Auguri alla Rep di regime e a ciò che poteva essere e che non è mai stata
Nell’Italia dei partiti fu un superpartito, poi diventò un archivio giudiziario della questione morale. Ha avuto un meritato successo, ma quando generano un monopolio della buona coscienza collettiva, i giornali vanno compianti altrettanto che celebrati
Ci sono giornali che fondano un regime, come la Repubblica e la sua “una certa idea dell’Italia”, e regimi che fondano giornali, come la seconda Repubblica di Berlusconi. Noi con la nostra fronda ci siamo sempre trovati bene nella condizione che sapete. Libertà culturale, civile, partigianeria tribunizia, errori a palate e anche strampalati, stile e vocazione al dubbio plurale, no linea, no uniformità, no conformismo, no esibizionismo, no retoriche di fondazione (fummo e siamo un gruppo di energumeni ottimisti e di splendide ragazze molto capaci). Repubblica di regime, per il regime, con il regime, a capo del regime, fu un buon giornale, su questo non ci sono dubbi. Nazionale, romano, svelto, professionale, interessante, competitivo con il Corrierone, che ha superato in copie vendute per un certo periodo.
Ma un po’ tanto celebrativo, narcisista, innamorato del suo sé sterminato, anche con buone ragioni, per dire, sebbene i cinquant’anni siano un’età critica, meglio i trenta di casa nostra o i cinquantacinque del Manifesto, che nacque per primo e per breve tempo fu il migliore, o gli anni di Matusalemme del Corriere, oggi autorevole fabbrica milanese di interviste anche troppo possibili.
Nell’Italia dei partiti la Repubblica fu un superpartito. Con Craxi De Mita Berlinguer la sua aspirazione era guidare. L’esito fu purtroppo infausto, e la Procura di Milano, con l’appendice di Palermo, si impadronì presto dell’intero progetto, trasformando un buon giornale in un archivio giudiziario della questione morale, concetto inesistente che fu rimpiazzato felicemente dall’immoralismo del Cav. e dei suoi seguaci, da una certa idea della libertà come pratica di equilibrio, dissennatezza, apertura mentale e bunga bunga. Sono i pregi, e i difetti, di una mancanza di blasone, di sopracciò, di autostima feroce e monotona. Ciononostante bisogna riconoscere che il foglio delle classi medie riflessive ha avuto un successo meritato, gli effetti del suo regime politico e civile, culturale, si sentono ancora adesso che Atene piange mentre Sparta non ride. Il gioco dei cinquant’anni, a voler essere minimamente spiritosi, è quello di salvare il salvabile. Beniamino Placido, Sandro Viola, Rosellina Balbi, Antonio Gnoli, Francesco Merlo in condivisione con il concorrente, e qualcosa o qualcuno d’altro. Ma senza esagerare. I giornali sono invenzioni con molta pubblicità, tollerati e finanziati in vari modi dallo stato, poteri espansivi fino a ieri, e autori di opinioni certificate che pesano, ma anche questo valeva fino a ieri. Quando promuovono un regime assolutista, stabiliscono confini dai quali non si esce, generano un monopolio della buona coscienza collettiva, vanno compianti altrettanto che celebrati.
L’altra storia è quella di un’Italia incerta, ma rivoluzionaria, fatta di mattocchierie paraliberali, che attraverso il suo regime instabile, sempre incalzata dalla Repubblica delle Procure, genera stampa indipendente, di gruppo, minoritaria, autoreferenziale, semiprofessionale, semipro, capace di aprire varchi dove il regime culturale pensava di averli tutti chiusi. Un reciproco riconoscimento di valore è essenziale, gli auguri dovuti, particolarmente in circostanze difficili come quelle del cinquantenario o del quaternario neozoico scalfariano. Dunque auguri pieni, nostri e dell’Intelligenza Artificiale, e coscienti, non esenti da stizza e da una punta di invidia per quello che poteva essere e non fu.