Marco Minniti (Ansa)

l'annuncio

Minniti: "Voto sì. La riforma della giustizia rende l'Italia più moderna e rompe il potere delle correnti”

Ruggiero Montenegro

L’ex ministro Pd spiega le ragioni della sua scelta: “Nessuno vuole sottomettere i magistrati. Con la riforma aumenta la certezza della pena, il paese sarà più sicuro. Il sorteggio del Csm? Aiuterà a rompere il correntismo". L'appello a destra e sinistra: "Si discuta aspramente, ma non si arrivi alla rottura totale"

 “Ritengo che questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura. Permetterà di rompere il potere del correntismo. Per questo voterò sì al referendum sulla giustizia”. Il presidente di Med Or Italian Foundation Marco Minniti spiega al Foglio le regioni della sua scelta, muovendosi tra considerazioni storiche, tecniche e politiche. A partire dalla riforma Vassalli del 1989. “Con il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Fu il crollo di un piccolo muro di Berlino italiano. Ma quel codice alludeva anche ad altri cambiamenti, tra cui la separazione delle carriere, troppe volte rimandata perché interessi politici soggettivi hanno prevalso”. Questa volta, spera,  potrebbe essere quella buona. “Meglio tardi che mai”.

Uno alla volta l’ex ministro dell’Interno, storico esponente della sinistra – dal Pci al Pd –  affronta i punti principali della Legge Nordio. Per i critici si tratta di un tentativo di mettere i giudici sotto il controllo del governo. Minniti non la pensa così e invita a sgombrare il campo dalle partigianerie. “Non solo non vedo la separazione delle carriere come una minaccia, ma al contrario penso sia un passaggio importante per rendere il sistema giudiziario più efficiente”, dice l’ex ministro che individua nella riforma anche “una spinta europeista”. Minniti, che intende? “La riforma avvicina la nostra giustizia ai valori e ai princìpi di fondo dell’Europa, alle garanzie di tutela dell’individuo. In un contesto internazionale come quello attuale avere un riferimento comunitario è un elemento di forza, non di debolezza”.

In questo colloquio l’ex ministro richiama spesso concetti quali garantismo e sicurezza. Temi che in altri tempi sono stati fondanti per la sinistra ma che negli ultimi tempi non sembrano più così centrali nell’immaginario progressista. Dice Minniti: “Bisogna sempre tenere a mente che tra sistema giudiziario e politiche di sicurezza c’è un rapporto molto stretto. Una moderna idea di sicurezza si fonda su due pilastri”. Quali? “Il primo è la certezza della pena, l’altro è il controllo del territorio”. Il presidente di Med’Or italian foundation – nata su impulso di Leonardo – fa un esempio: “Per controllare una piazza avere una pattuglia è un presupposto necessario, ma non basta. Servono anche altri strumenti, a partire dall’illuminazione. E occorre avere una visione d’insieme. La riforma, che rende più veloce ed efficiente la giustizia, risponde a questa prospettiva. Sarà più facile punire i colpevoli.  Non dimentichiamoci che senza sicurezza non esiste la democrazia, contrapporre questi due aspetti è un drammatico errore”.  

C’è poi, secondo Minniti, un tema di terzietà legato direttamente alla riforma: “Separare le carriere di pm e giudici consente di dare ai cittadini il senso di un percorso giudiziario che diventa il più imparziale possibile, ricordando che in questi anni proprio l’imparzialità della magistratura è stata fortemente messa in discussione”. Tra le altre obiezioni alla riforma c’è il nuovo sistema di selezione del Csm. I componenti saranno individuati tramite sorteggio. E’ un modo per indebolire il Consiglio?  “Naturalmente si potevano trovare altre forme”, premette l’ex ministro secondo cui non è tuttavia questo il punto centrale della questione. E’ più profondo: “E’ fondamentale che si agisca per rompere il meccanismo delle correnti. E’ normale che i giudici possano avere visioni e sensibilità diverse, nell’idea di paese e a livello di culture giuridiche”. Ma? “Non c’è alcun dubbio che le correnti siano diventate un’altra cosa, non più luogo di dibattito ma macchine di potere. Rompere questa dinamica può avere un effetto liberatorio, a vantaggio prima di tutto degli stessi magistrati, che potranno finalmente essere premiati per il loro lavoro e non per logiche di appartenenza”. Con una ricaduta esterna e non meno importante: “Si potrà così ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e giudici, fondamentale nell’esercizio della giustizia”. Questa combinazione, è certo Minniti, “costituirà alla fine un rafforzamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, che la riforma non mette in discussione. Queste prerogative non solo continuano a essere garantite dalla Costituzione ma rappresentano anche un sentimento molto diffuso nel paese. Non c’è, a mio avviso, nessun progetto che punta a delegittimare i magistrati, né a sottometterli a un potere. In ogni caso gli italiani non lo accetterebbero”.
Non è quello che sostiene larga parte dell’opposizione, ma anche dell’Associazione nazionale magistrati. Mentre i toni diventano sempre più aspri, a destra e sinistra, tra sostenitori del sì e del no. “Come tutte le riforme di sistema è normale che ci siano reazioni forti, anche scontri durissimi, è giusto che sia così”, dice l’ex ministro rivolgendo un appello a entrambi gli schieramenti: “Non portare la discussione all’incomunicabilità, alla rottura totale. Per una ragione semplicissima: viviamo in tempi complicati ed è un rischio che non possiamo permetterci”.

Minniti, che è stato anche il primo ex comunista ad avere la delega ai servizi (era il 1999), riavvolge il nastro. E ci consegna un’ultima riflessione: “L’Italia negli anni passati ha affrontato due minacce esistenziali. Abbiamo prima sconfitto il terrorismo interno, senza ricorrere a leggi eccezionali. Il presidente Pertini amava ricordare che l’Italia ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia. Poi, con questa visione, è stata affrontata la minaccia del terrorismo internazionale, senza che il paese venisse colpito”. A differenza di altri stati europei. “Non è stato merito dello stellone italiano, ma il frutto di una straordinaria cooperazione tra magistratura, intelligence e forze di polizia. L’espressione più profonda dell’interesse nazionale”. E allora conclude Minniti: “Non mi spaventa l’asprezza del dibattito, ma stiamo attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca. Per l’Italia sarebbe il più grave dei danni”.