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nel carroccio

La fronda leghista (e vannacciana) sulle armi a Kyiv

Redazione

Due deputati della Lega bocciano la risoluzione di maggioranza sull'invio di aiuti militari in Ucraina. Altri sette non sono presenti, così come tutti i ministri leghisti. Al Senato Borghi non partecipa al voto. Vannacci: "Chi ha votato 'no' ha pensato agli interessi nazionali"

Dopo le tribolazioni per trovare un accordo di maggioranza che compiacesse anche Matteo Salvini, oggi la Lega non ha mancato di dimostrare il suo dissenso nei confronti dell'invio di armi in Ucraina. La risoluzione di maggioranza che proroga l'autorizzazione al governo per spedire mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari a Kyiv naturalmente è passata, ma alla Camera due leghisti hanno votato contro mentre in Senato Claudio Borghi non ha partecipato al voto. 

I deputati sono i "vannacciani" Rossano Sasso e Edoardo Ziello, che questa mattina avevano anche partecipato al sit-in di piazza al grido di "basta armi e soldi a Kyiv" organizzato dai team del generale e il vicesegretario della Lega Roberto Vannacci. Il quale, però, vuoi per impegni Bruxelles o per vicissitudini teatrali, ha lasciato da soli i pochi (nove) manifestanti. 

"Non commento il voto di altri parlamentari. Io ho sempre avuto una posizione chiara circa l'invio di armi e il sostegno economico all'Ucraina, e sono sempre stato coerente. Chi oggi ha votato contro credo lo abbia fatto per la stessa coerenza", ha affermato il generale Vannacci, interpellato dall'Ansa. "La strategia di cessione di armi e denaro a Kiev che dura da 4 anni ha dato risultati tutt'altro che positivi – ha aggiunto l'europarlamentare –. È venuta l'ora di cambiare strategia. Penso che chiunque abbia votato 'no' abbia pensato soprattutto a questo, alle prioritarie necessità del popolo italiano e agli interessi nazionali che sicuramente non vengono promossi contribuendo attivamente al prosieguo di questa guerra".

Tra le file leghiste della Camera si sono contate anche sette assenze. In particolare quelle di Domenico Furgiuele, Giorgia Latini e Dario Giagoni: tre parlamentari in ottimi rapporti con il generale e che per adesso restano però "vannacciani a metà". Non solo. Sugli scranni del governo non si è visto nessun ministro del Carroccio né il vicepremier Matteo Salvini, che dopo una riunione con i parlamentari del suo partito proprio a Montecitorio ha deciso di defilarsi: intorno al ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha reso ai deputati le sue comunicazioni, erano presenti solo i colleghi Nordio, Ciriani, Tajani e Foti. Eppure, lo stesso ministro dei Trasporti proprio ieri aveva messo nero su bianco la soddisfazione della Lega per il testo portato oggi in Aula: "Siamo contenti, si parla di difesa non più di attacco, quindi va bene".

A dire no al testo unitario del centrodestra anche l'ex meloniano Emanuele Pozzolo, che a dicembre ha incontrato il generale nei corridoi di Montecitorio, in una delle sue rare apparizioni romane.

Nel complesso, il quadro è quello di una fronda di leghisti che punzecchia il Carroccio dall'interno, con il risultato di scollare ancora di più il partito dalle posizioni delle altre due forze di governo, Forza Italia e Fratelli d'Italia. 

Minimizza il capogruppo in Senato Massimiliano Romeo: "C'è chi ha puntato l'indice contro la Lega perchè due esponenti hanno votato in modo difforme rispetto al gruppo della Camera", ha detto, sottolineando tuttavia che "la Lega ha fatto un'ottima operazione di mediazione, mentre dalle opposizioni arrivano cinque risoluzioni differenti" a dimostrazione della "grande qualità" della proposta di "alternativa al governo del paese, soprattutto in politica estera".