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L'urgenza di un'agenda antipopulista nel campo largo. Parla Picierno
Stati Uniti, Russia e Cina si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza e noi europei siamo ancora avvolti dalla nube dell’indecisione sulla difesa. Agenda antipopulista per la difesa della libertà e della democrazia
Non era mai accaduto, dal dopoguerra a oggi, che il Colle fosse l’obiettivo di azioni di delegittimazione e attacchi ibridi orchestrati da un regime. Sergio Mattarella fa paura a chi vorrebbe un’Italia piegata e un’Europa succube; in questo senso anche il messaggio di fine anno ha posto delle questioni fondamentali per il sistema democratico con l’invito esplicito a dare applicazione quotidiana alla Carta costituzionale, dentro un contesto internazionale segnato da guerre, ritorni autoritari, radicalizzazione dei conflitti e progressivo indebolimento delle architetture democratiche che hanno garantito stabilità e pace per decenni.
La democrazia, ci ha ricordato Mattarella, non è un’abitudine né una rendita. E’ una costruzione fragile, esigente, che vive solo se sostenuta da istituzioni credibili, cittadini consapevoli e una politica capace di distinguere tra ciò che è conveniente e ciò che è giusto. Questo richiamo assume un significato ancora più profondo se collocato nel quadro globale attuale, spesso raccontato con categorie fuorvianti: Nord contro Sud, Occidente contro resto del mondo, ricchi contro poveri. Una narrazione che finisce per oscurare la natura della crisi che stiamo attraversando. La frattura decisiva del nostro tempo non è geografica né economica. E’ una frattura politica e morale.
Tra democrazie imperfette ma aperte e autocrazie sempre più integrate, tecnologiche e aggressive. Rinunciare a leggere questa frattura significa abbandonare una politica dei valori e consegnarsi a una geopolitica cinica, che scambia il realismo con la deresponsabilizzazione e l’analisi con il fatalismo.
Le autocrazie contemporanee non sono episodi isolati o espressioni di presunte specificità culturali. Sono un sistema. Un sistema che scambia capitali, armi, tecnologie di sorveglianza, apparati repressivi e propaganda. Anne Applebaum ha spiegato come queste autocrazie non siano semplicemente alternative alle democrazie, ma strutturalmente ostili ad esse. Le percepiscono come una minaccia esistenziale, perché dimostrano che il potere può essere limitato, controllato, contendibile. L’aggressione del Cremlino ai danni dell’Ucraina, come molti fanno ancora fatica a comprendere fino in fondo, ha inaugurato questa nuova fase. Così come fu previsto in qualche oscuro ufficio di Mosca, muovere l’esercito verso un paese libero avrebbe gettato al vento decenni di diplomazia, trattati, diritto e prestigio delle istituzioni internazionali. Cedere, come sembra nelle intenzioni di Trump, sarebbe catastrofico, non solo per il destino del popolo ucraino e del suo legittimo governo.
Questo virus autoritario produce effetti convergenti: la radicalizzazione dei poteri esecutivi, lo squilibrio crescente della forza militare, l’affermazione di una nuova dottrina che attraversa in modo contingente Mosca, Teheran, Washington e Tel Aviv. Una dottrina in cui il mercantilismo economico si salda con la violenza militare, il diritto internazionale viene relativizzato, lo Stato di diritto considerato un intralcio, e le costruzioni democratiche che hanno garantito pace e cooperazione vengono erose in nome dell’emergenza permanente.
In questo panorama, Gaza e la sua popolazione rappresentano la fotografia plastica del disastro. Non solo di una tragedia umanitaria, ma dell’incapacità del sistema democratico internazionale di fare scudo alla militarizzazione delle crisi. L’assenza di una protezione efficace dei civili, l’impotenza delle istituzioni multilaterali, la subordinazione del diritto alla forza mostrano fino a che punto l’ordine costruito dopo il secondo dopoguerra sia oggi in affanno.
A questo si aggiunge un elemento che interroga direttamente le democrazie occidentali. I bombardamenti che Trump ha condotto in Venezuela che hanno portato all’arresto di Nicolas Maduro, che ora è detenuto a New York, ripropongono una lezione che la storia recente avrebbe dovuto rendere definitiva: l’esportazione della democrazia con le bombe non funziona. Ha lasciato ferite profonde nelle società, ha destabilizzato intere regioni e ha spesso prodotto l’effetto opposto a quello dichiarato. Il regime sanguinario venezuelano ad oggi non è chiaro se cesserà di esistere, perché al nuovo mercantilismo sovranista di Trump non serve avere paesi dove democrazia e diritti siano capisaldi, ma occorre avere governi compiacenti che non ostacolino gli affari della Casa Bianca. L’operazione condotta in Venezuela con velocità impressionante porta alla luce una evidenza che tendiamo a dimenticare: gli Stati Uniti, la Russia e la Cina si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza e noi europei siamo ancora avvolti dalla nube dell’indecisione sulla difesa europea o sul Mercosur come se fossimo dei ridicoli burocrati. Mentre il mondo crolla lo osserviamo con una calcolatrice in mano.
L’epicentro della crisi è politico e morale perché l’assenza di una solidarietà diffusa e coerente verso gli ucraini sotto attacco o verso gli iraniani che in queste ore sfidano apertamente il regime non è un dettaglio marginale. E’ il sintomo di un problema diffuso delle coscienze civili e cioè che la libertà altrui sia un tema opzionale, intermittente, soggetto alle mode dell’indignazione e a retaggi antichi in cui c’è un imperialismo buono e uno cattivo e in cui la democrazia non è, come dovrebbe, la religione del nostro tempo ma un orpello occidentale da abbattere.
E incredibilmente, anche nel dibattito sulla costruzione del futuro dell’Italia e dell’Europa, questa urgenza non trova la necessaria centralità. Non diventa una linea rossa nella costruzione di un’alternativa politica alla destra di Giorgia Meloni e al bipopulismo che impoverisce il confronto pubblico. E invece dovrebbe esserne il primo passo. Perché solo rimettendo al centro la difesa della democrazia, dello Stato di diritto e della dignità dei popoli è possibile restituire capacità di azione e partecipazione alla vita pubblica, andando oltre le ondate di indignazione estemporanea, a corrente alternata.
Le parole del presidente Mattarella indicano una strada diversa. Ricordano che la difesa della democrazia non è neutrale, non è indifferente, non è compatibile con l’equidistanza morale. Difendere l’occidente oggi significa difendere i suoi valori anche contro le sue stesse derive. Significa scegliere, ogni giorno, la coerenza tra princìpi e azione. Non per idealismo astratto, ma per fedeltà alla nostra Costituzione e alla responsabilità storica che essa ci affida.
Pina Picierno, europarlamentare del Pd