La "dinastia" dei Ruffini
I taccuini di Ernesto Maria Ruffini: "Ho superato due tumori, mi candiderò alle primarie. Schlein non la vedo premier"
"Sevirebbe un governo nazionale, non ho mai votato Dc, ho scoperto mio padre attraverso una lettera. Volevo fare il pittore. Anche a me arrivano le cartelle esattoriali". A pranzo con l'ex direttore dell'Agenzie delle Entrate
“Se ci saranno le primarie del centrosinistra, io mi candiderò. Elly Schlein non la vedo come premier. Le elezioni si possono vincere ma la vera domanda è se abbia senso vincerle o non immaginare un governo nazionale, tutti insieme. Ho superato due tumori, mi sono sottoposto alla chemioterapia, ho subìto due operazioni. Ho perso durante il Covid il mio portavoce, un amico, un grande giornalista, Giovanni Bartoloni. Sono nato prematuro, settimino. Ultimo di cinque figli. Ho vissuto a Palermo tre mesi. In incubatrice”. Ernesto Maria Ruffini, avvocato, ex direttore di Equitalia, dell’Agenzia delle entrate, figlio di Attilio Ruffini, ministro della Dc, nipote del cardinal Ruffini di Palermo, è lei il più piccolo della dinastia? “Ogni famiglia è una dinastia”. Ha mai conosciuto il cardinale? “Era già scomparso prima della mia nascita. Il padre del cardinale era un venditore ambulante. Famiglia trentina. Andò a lavorare a Mantova. Mio padre Attilio l’ho scoperto, intimamente, grazie a una lettera. Aveva smesso di fare politica. Non voleva che la politica entrasse a casa”. A casa Ruffini non è mai entrato Giulio Andreotti? “Non è mai entrato. Un giorno, a ventisette anni, chiesi a mio padre: tu, chi sei? Raccontami cosa sei stato. Raccontami la guerra, raccontami come ti sei innamorato di nostra madre. Raccontami. Lui mi rispose: ‘Aspetta, ti scriverò una lettera’. Prese la macchina da scrivere e iniziò a battere sui tasti. Alla fine scrisse 250 pagine e c’era tutto. C’era la sua vita, la partecipazione alla Resistenza, come partigiano, c’era la cattura da parte delle Ss, la prigionia, la professione, i libri letti, gli scherzi, la felicità, le nostre vacanze, la politica, il rapimento di Aldo Moro. C’era mio padre, la storia di questo paese, la storia di una comunità”. Non ha mai pensato di pubblicarla? “Dovrei chiedere il permesso ai miei fratelli. Siamo cinque, tre fratelli e due sorelle. La lettera la conservo io, ma quella lettera riguarda tutti noi. I Ruffini. Il titolo sarebbe solo uno: ‘Lettera di un padre’, di Attilio Ruffini. Mi sembra il giusto titolo”.
Chi era sua madre? “Si chiamava Nuccia La Loggia, agrigentina. Come tutti gli agrigentini era una filosofa, avvocata cassazionista. Ho disegnato personalmente la tomba dei miei genitori. Riposano insieme. Sa cosa ci hanno detto prima di morire? In estate, quando sarete stanchi, quando avrete pochi giorni per fermarvi, verrete in montagna. Passerete qui a salutarci. Vogliamo immaginarvi così: voi che sorridete, con l’aria buona, con la mano aperta a farci un segno di saluto: ciao mamma e ciao papà”. Incontriamo Ruffini a Roma, a pranzo, a pochi passi da piazza della Minerva. Vedo arrivare un uomo alto e magro, dal viso appuntito come la matita che porta in tasca. Ha la pelle liscia dell’uomo rimasto bambino, un bambino che si rotola sul borotalco e che si macchia con gli acquerelli. Indossa un gilet blu, una cravatta rossa, in mano tiene un casco. Preferisce stare all’aperto, si siede, guarda velocemente la carta. Niente vino. Prima di ordinare un roast beef e dell’acqua naturale, “sono in dieta tattica”, Ruffini rivela che “io volevo fare il pittore. Sono un pittore mancato. In realtà dipingo e scolpisco. Ho sempre amato chi si imbratta le mani, chi si sporca con i colori. Mi piace chi rischia, chi ci mette la faccia”.
Ruffini perché non ce la mette, ancora? “E chi lo dice che non ce la sto mettendo? Facciamo politica ogni giorno. Semplicemente non mi piace la politica da titoli, non mi piace fare i provini come a Cinecittà. A quel gioco non mi presto. E non mi presterò. Non mi interessa essere un altro che vuole mettere la sua faccia come figurina. Ci sarà sempre un più uno. La conosce la storia del ‘Più uno’, il racconto di Zavattini? Non voglio rovinare il bello del viaggio. E’ come quella bellissima canzone “Viaggi e Miraggi” di Francesco De Gregori, come canta in quella strofa: ‘Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare/ Come del resto alla fine di un viaggio/ C’è sempre un viaggio da ricominciare’. Penso spesso che ci siamo dimenticati di fare quello in cui si crede e siamo finiti a credere che siamo quello che facciamo. Ci prendiamo troppo sul serio. Io invece so ridere. Provo a ridere anche delle mie battute. Se va male come avvocato sogno di fare lo scrittore anonimo delle frasi dei Baci Perugina. Sono un campione”. Per provare se ha davvero il gusto della battuta gli diciamo che il colmo per un ex direttore dell’Agenzia delle entrate sarebbe ricevere una cartella esattoriale. Ruffini l’ha mai ricevuta? E Ruffini risponde: “Certo che l’ho ricevuta! Come no! E l’ho anche pagata. Non erano mai legate al reddito ma a multe che avevo dimenticato”. Sorridiamo perché “l’esattore” è l’esatto opposto e continuiamo ancora a scherzare dopo la frase di Ruffini, “cinematograficamente, posso dirlo? Mi piacciono i ladri, le loro storie. Il film della vita è invece ‘La vita è meravigliosa’ di Frank Capra, un emigrante siciliano. Il vero self made man. E mi creda la vita è meravigliosa. Ricomincia tutto. Si sopravvive. Quattro anni fa non avrei immaginato di esserci e invece eccomi, qui, io che a domanda rispondo”. Dice che la Dc, del papà Attilio, non l’ha mai votata e che il suo primo voto è “stato radicale”. “Da ragazzo – continua Ruffini - ho protestato contro la ministra dell’Istruzione, Falcucci. Ero a capo delle autogestioni. Durante una delle tante autogestioni i compagni mi hanno chiesto di tenere una lezione sulla manovra finanziaria. E’ stata la prima volta che mi sono confrontato con il bilancio dello stato”. Qual era il liceo? “Il Visconti di Roma. L’insegnante di latino era la madre di Nanni Moretti. Ero compagno di scuola di Luca Telese, Giulio Napolitano e Roberto Gualtieri, il sindaco di Roma. Che detestavo”. Perché lo detestava? “Tutte le ragazze si innamoravano di Gualtieri. Piaceva, suonava la chitarra. Io era invece un soggettone, con i capelli ricci. Ero un eccentrico”. Ruffini militava a sinistra. Racconta che il giornale del Visconti gli dedicò una pagina intera per il suo abbigliamento e che a quindici anni si era messo a fumare la pipa mentre tutti “fumavano Luky Stike. Mi distinguevo. Feci l’autostop, Milano-Venezia per ascoltare i Pink Floyd e ricordo le saracinesche di Venezia che si abbassavano, la paura dei veneziani. Videro arrivare un popolo di giovani ed ebbero paura”. Eravate forse i barbari della poesia di Kavafis? Si riconosce nel verso “Perché rapidamente le strade e piazze/ si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi”? “Eravamo una comunità. Leggevamo Repubblica, che al Visconti era il giornale più a destra della sinistra. L’altro quotidiano che portavamo sotto braccio era il Manifesto di Pintor, Magri, Rossanda”. Ruffini si interrompe e poi, sospirando, dice che “vedere vendere Repubblica mi addolora. Anche io la notte facevo la fila in edicola per comprare le prime copie”. Tornando alla politica, al suo impegno, confessa di aver fatto anche l’attacchino: “Per Mario Segni. Credevo in quel referendum e andavo di notte ad affiggere i manifesti”. Al referendum sulla separazione delle carriere, Ruffini cosa voterà? “Voterò ‘no’, ma sia chiaro, non perché non si possa riformare la giustizia, già riformata in parte dalla riforma Cartabia. Voterò ‘no’ perché non si riforma la giustizia a colpi di spallate senza guardare il calo della partecipazione democratica. Basterebbe uscire da Palazzo Chigi e scoprire che su dieci persone ben sette non sono andate a votare. Bisognerebbe parlare di questo. In Campania ho visto scene di giubilo della sinistra per la vittoria alle regionali. Ma cosa c’è da festeggiare quando va a votare il quarantaquattro per cento degli elettori? Al momento vedo solo astensionismo e spallate. A furia di fare a spallate faremo i balli punk dei giovani. Conosce i balli punk?”. Ruffini ha una figlia di 18 anni, nata il giorno del solstizio d’inverno “mentre io sono nato il giorno del solstizio d’estate”. Chiede soltanto “niente nomi, per rispettare la sua sfera, così come quella di mia moglie”. Gli domando della casa. “La prima – dice Ruffini - quella dei miei genitori, era all’Aurelia. Ho solo una casa, qui a Roma, non lontana dal centro, a dire il vero non è di mia proprietà, ma della banca. Anche mio padre finì di pagare il mutuo a ottant’anni”. Siamo riusciti ancora a non parlare delle dimissioni di Ruffini dall’Agenzia dell’entrate, dell’uscita, la polemica con il governo Meloni. Ruffini assicura che la guida dell’Agenzia non gli manca, che “non ci sono uomini per tutte le stagioni” e che continua a passeggiare, ogni mattina, sotto il vecchio ufficio, “l’importante – pensa - è che io non manchi a loro. Ho lasciato un gruppo di professionisti. Altri li ho persi per strada. Ho visto tanti colleghi morire durante il Covid. Io stesso ho scoperto il mio primo tumore a quel tempo. Mi sono curato in ospedali pubblici. Non mi sono mai assentato dal lavoro. E’ allora che ho capito che grande fortuna sia avere un sistema sanitario pubblico”.
Nessuno hai mai compreso le vere ragioni delle sue dimissioni dall’Agenzia delle entrate. Ruffini aveva ricevuto la fiducia del governo, del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Chiedo perché abbia abbandonato la guida e se Meloni lo abbia mai chiamato, dopo l’addio. Ruffini dice di non aver mai ricevuto una chiamata ma sottolinea: “Non mi ha cacciato nessuno. Ho lavorato bene con molti governi. Il governo Meloni poteva scegliere dopo 90 giorni dall’insediamento di non confermarmi alla guida. Era una delle prerogative. Scelse di confermarmi”. Le è mai capitato di non essere stato confermato? “Una volta. Lo hanno dimenticato in molti. Dopo il governo Gentiloni si insedia il governo Conte I, i gialloverdi, e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria decide di non confermarmi alla guida dell’Agenzia delle entrate. Torno alla mia professione. Vengo successivamente richiamato dal Conte II. Durante il mio mandato abbiamo incassato 240 miliardi. Mi domando a cosa sono serviti? Come sono stati spesi? Sono stati impiegati bene?”. Non ha risposto alla domanda sulle ragioni delle dimissioni. Ruffini se ne accorge e la recupera: “Ho lasciato perché il governo Meloni aveva abbandonato il criterio della progressività. Non è vero che l’Italia è un popolo di evasori. E’ solo un racconto che la sinistra non ha mai saputo smontare. La quasi totalità dei contribuenti è composta da dipendenti e pensionati. Il concordato o la flat tax perché non è prevista per loro?”. E la patrimoniale? “E’ benaltrismo. Si introducono nuove tasse quando non si riescono a fare pagare quelle che ci sono”. E’ vero che una volta, a Venezia, durante un pranzo, disse: “Io che ho fatto pagare la tasse saprei come far pagare meno tasse”? Ruffini spiega che “ci sono risorse per fare pagare tutti meno, solo che non si possono accontentare tutti”. Di Giorgetti e del suo vivere a metà fra Meloni e Salvini, Ruffini offre questa definizione: “Il loro è un matrimonio stabile dove i coniugi si guardano in cagnesco”. Della stabilità italiana, lodata da Meloni, pensa invece: “Si può essere stabili anche sul precipizio, ma sì è sempre sul precipizio”. Dei tre anni di Meloni il suo commento è: “Tre anni raccontati bene ma chiedete a un amico. Rivolgete questa domanda banale: a te, come va? Ci raccontiamo tra di noi che va bene, ma basterebbe chiedere per capire che la vita degli italiani non è cambiata”. Usa la forchetta come il pennello, scosta le verdure dalla carne, Ruffini separa. Gli ricordo che tutti gli ex direttori dell’Agenzia dell’entrate, di Equitalia, sono sempre stati dipinti con i denti aguzzi, come Dracula, vampiri, sanguinolenti. Qual era il suo soprannome? Ruffini risponde di non ricordare quale fosse, ma si ricorda del regalo che gli fece il suo portavoce, Giovanni Bartoloni. “Era il portavoce di Augusto Fantozzi, il mio maestro, ex ministro delle Finanze. Scegliere un portavoce è come scegliersi una moglie, un marito. Di un portavoce ti devi fidare, devi sapere che è pronto a proteggerti, avvisarti, rimproverarti, ricordarti sempre cosa sei. Siamo solo una parentesi”. Qual era il regalo? “Dopo i primi risultati, ed erano brillanti, della mia direzione, Giovanni rilegò l’intera rassegna stampa di un anno. Conteneva gli insulti, le critiche. Me le regalò per ricordarmi cosa avevano scritto di me, di noi. Era un modo gentile, come era Giovanni, per comunicarmi che non dovevamo illuderci né esaltarci. Solo una parentesi. Oggi sono tornato al mio lavoro. Faccio l’avvocato e se chiamato offro dei buoni consigli dato che non posso dare il cattivo esempio. Spero che non chieda ancora del Ruffini esattore. Sa, non vorrei morire nel personaggio”. Si scusa per non aver portato una copia del suo ultimo libro, Più uno (Feltrinelli) poi dice di aver dedicato il libro a un amico, David Sassoli, un europeista. Meloni è europeista? Per la prima volta Ruffini usa un “no” affilato, una pugnalata: “No, Meloni non è europeista. Sassoli mi diceva sempre che l’Europa non è un incidente della storia. L’Europa è una scelta chiara. Non si può essere europeisti se si mettono veti. Si è europeisti senza i se”. Ruffini sarebbe andato ad Atreju o avrebbe fatto come Elly Schlein? Lei ha mai sentito Schlein? Risponde che l’ultima volta che ha sentito Schlein era in estate mentre su Atreju trova la risposta di fantasia: “Meloni sarebbe andata a confrontarsi alla festa dei Giovani Democratici?”. Alla domanda, esatta, se veda Schlein come una possibile candidata premier, Ruffini dice: “Non la vedo come premier”. Anche in questo caso si ferma. Lascia passare dei secondi di silenzio e comincia: “Ai miei occhi chi si vede adesso come premier anziché guadagnare punti ne perde. All’Assemblea del Pd è andato a votare meno di un terzo dei suoi membri. Mi interrogherei più su questi dati che su chi sarà il candidato premier. Io ci sarò quando arriverà il momento. Non mi sembra che ci siano elezioni. Ci sarò se si parla di contenuti. Il centrosinistra, ed è stato dimostrato, ha perso le elezioni non perché non avesse un leader ma perché non aveva un’idea. Quando l’ha avuta, con Romano Prodi, ha vinto”. Di Ruffini si ripete sempre che sia il beniamino di Mattarella e di Prodi. Ruffini che ovviamente si attendeva la domanda su Prodi e Mattarella risponde che “di Prodi ascolto i suoi preziosi consigli”. E’ amico? “L’amicizia è un vincolo sacro”. E Mattarella? E’ vero che da bambino il presidente la teneva sulle sue gambe? E’ vero che si lavora su Ruffini federatore del centrosinistra, come vorrebbe Francesco Saverio Garofani? Un uomo ci guarda con insistenza e Ruffini, che ha davvero il dono della battuta, lo spirito, si chiede se ci siano talpe che ci ascoltano. Concordiamo che non ci troviamo in una terrazza romana, come il povero Garofani. Ruffini abbassando la voce, dipinge una risata: “Garofani è un amico e ci lega anche il tifo. Riguardo al presidente Mattarella posso dire che è il nostro presidente, che non mi ha tenuto sulle sue gambe. Cocco lo ero, ma solo dei miei genitori”. Ci portano via i piatti. Gli porgo della carta. Vuole disegnare per il Foglio, sul taccuino? Lasciamo la penna e Ruffini si mette a disegnare. Mentre si china sul taccuino formulo una domanda sulla rassegnazione. La sinistra è rassegnata a pareggiare con Meloni? Il Pd punta al pareggio? Ruffini, sempre disegnando, ammette: “Io so che c’è rassegnazione. A sinistra si dovrebbe iniziare a parlare di campo aperto e domandarsi non solo se sia possibile vincere ma se ha senso vincere quando a votare va il quaranta per cento degli elettori. Ho visto passare governi. La sinistra demoliva quello che faceva la destra e la destra quello che faceva la sinistra”. Ruffini è naturalmente cattolico? “Posso dire che sono battezzato, che il padre spirituale di mio padre era Primo Mazzolari e che il riferimento, sì, è il Vangelo”. E qual è la frase del Vangelo? “Siamo tutti servi inutili. Vede, il paradiso in terra non esiste. Mi piace quel pensiero che cito nel mio libro Più uno. Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente fame e sete. Ma è sempre un grande destino”. Di chi è? “E’ di Aldo Moro”. Avrebbe voluto fare il giornalista? “Lo ha fatto mio fratello Paolo”. Qual era la storia del Più uno? “E’ un racconto di Zavattini che amava mio padre. Si chiama ‘La gara mondiale di matematica’. Era una gara impossibile da vincere. Un gioco. Pronunciare il numero più alto, l’inarrivabile. Nel racconto – e lo scrivo – sembra vincere il matematico che, stremato, urla un numero lunghissimo di cifre. Arriva però un altro matematico e dice: più uno. Vince lui. Più uno significa che si può fare di più e meglio e serve a ricordare che siamo servi inutili. E’ anche un invito alla sfida. Si avviano percorsi e non si occupano spazi. Questa è una citazione facile. E’ di Papa Francesco”. Ruffini finisce il disegno sul taccuino, due figure antropomorfe che si abbracciano. Saluta. Sale in moto. Poche ore dopo arriva un suo messaggio: “Mi spiace non aver fatto in tempo a venire. Spero che non abbia dato confidenza a qualche sosia che si spaccia per me”. Più uno.