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Trattori in piazza, agricoltori in rivolta

I dubbi leghisti sul Mercosur, e il temporeggiare di Meloni

Marianna Rizzini

Il trattato di libero scambio alla prova del consiglio Ue. La premier, dopo una telefonata con il presidente brasiliano Lula, esprime un "sì" condizionato all'arrivo di "risposte necessarie" agli agricoltori

Roma. Partendo dalla fine, la giornata europea di ieri, iniziata con la protesta dei trattori per le vie di Bruxelles, si conclude con la nota di Palazzo Chigi che rimbalza oltre i confini: “In merito all’accordo sul Mercosur, come già dichiarato in Parlamento dal presidente Giorgia Meloni e ribadito anche al presidente del Brasile Ignacio Lula Da Silva, il governo italiano è pronto a sottoscrivere l’intesa non appena verranno fornite le risposte necessarie agli agricoltori, che dipendono dalle decisioni della Commissione europea e possono essere definite in tempi brevi”. E’ un sì che temporeggia, un sì con riserva al trattato di libero scambio tra Ue e mercato comune sudamericano di cui fanno parte Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguay. E’ un sì arrivato dopo un “nì” e dopo un ultimatum di Lula alla Ue (o firmate o salta tutto) e dopo una telefonata tra Meloni e Lula in cui, come ha raccontato questo giornale, i giochi potrebbero essere stati riaperti quando in realtà sembravano mezzi chiusi. E mentre, dalla Francia, ieri, il presidente Emmanuel Macron diceva “i conti non tornano”, “l’accordo non può essere firmato” e la Ue deve “proteggere gli agricoltori” (e gli eurodeputati del Pd riaffermavano “con convinzione” il sostegno alla “posizione negoziale del Parlamento europeo sulla clausola di salvaguardia bilaterale” dell’accordo Ue-Mercosur per i prodotti agricoli”), sul campo, elefante nella stanza, restavano le perplessità che corrono trasversalmente lungo l’arco parlamentare, verso le estreme: Lega e Avs, con il M5s a dire “noi siamo stati coerenti” (nel ribadire il no). E se, a sinistra, il cofondatore di Avs Angelo Bonelli diceva che “il libero scambio senza regole è dumping ambientale”, a destra la contrarietà di fondo riguarda la Lega che, alla vigilia del consiglio Ue di ieri, aveva votato contro l’accordo preliminare a Strasburgo, parlando di “misure cosmetiche, senza soluzioni concrete” e di una clausola di salvaguardia che “lasciava aperte le questioni di fondo”, senza “tutele adeguate per il settore agricolo e i produttori italiani ed europei” e senza “garanzie sulla reciprocità degli standard”. Ma già nel corso del 2025 l’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi e, all’inizio dell’autunno, l’ex ministro dell’Agricoltura leghista Gianmarco Centinaio avevano espresso forti dubbi: “Se diciamo sì a priori rischiamo di restare con il cerino in mano”, diceva Centinaio. “Ci vogliono garanzie e protezioni efficaci. La Ue non apra nuovi mercati calandosi le braghe. Fossi ancora ministro non firmerei”. E ieri il senatore leghista Giorgio Maria Bergesio, già intervenuto in aula giovedì scorso durante le comunicazioni della premier, rifletteva sul “passaggio politico profondo, e non tecnico” rappresentato da questo consiglio Ue, un passaggio “che riguarda il rapporto tra l’Europa e i suoi popoli, tra le istituzioni e chi ogni giorno lavora, produce, resiste”. E dunque, oltre a lodare il Parlamento e il governo per aver “difeso una linea chiara” sul fatto che la Politica agricola comune (Pac) non debba “essere assorbita in un fondo unico” perché è “sicurezza alimentare, lavoro, presidio del territorio, coesione sociale, identità”, Bergesio avanzava un dubbio sulla possibile contraddizione in cui potrebbe cadere la Ue: se da un lato la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha lanciato la campagna “compra cibo europeo”, dice Bergesio, “per mangiare europeo bisogna produrre in Europa, altrimenti le parole restano slogan”. “C’è poi un altro nodo decisivo”, sottolineava il senatore: “Il principio di reciprocità negli accordi commerciali, a partire dal Mercosur. In questi giorni alcuni paesi europei stanno dicendo no (su tutti Francia, Irlanda, Austria, Polonia e Belgio) e altri stanno chiedendo forti garanzie. Lo fanno perché oggi non esiste una vera reciprocità. Non si può chiedere agli agricoltori europei: più vincoli ambientali, più regole sul benessere animale, vincoli sulle emissioni, no alla deforestazione, agrofarmaci vietati, più costi nella manodopera, e poi aprire le porte dei nostri mercati a prodotti che non rispettano gli stessi standard”. Alla fine le estreme si toccano, e di “dumping” parla anche Bergesio: “Questa non è concorrenza. E’ dumping. Reciprocità significa stesse regole, stessi divieti, stessi controlli, clausole di salvaguardia automatiche e immediate. Se questo non è garantito, l’Europa deve fermarsi. Gli agricoltori non chiedono scorciatoie, chiedono rispetto”. Poi è arrivato il “sì” condizionato di Meloni. “Non è contraria, ma ha chiesto tempo”, ha detto Lula. Resta da capire quanto saranno brevi i “tempi brevi”.
 

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.