facce dispari

Carlo Iannello: “Difendere i diritti individuali dal potere della tecnoeconomia”

Francesco Palmieri

"Bisogna ripartire da una difesa dell’umano perché né il destino della società né quello individuale devono essere ridotti alla dimensione economica". Intervista con il professore di Diritto pubblico all’Università della Campania Luigi Vanvitelli

Nel 1946, calato il sipario sulla Seconda guerra mondiale, Benedetto Croce licenziò un testo di insolito pessimismo: ne “La fine della civiltà” considerava la tragedia appena consumata quale risultato di un diabolico connubio tra tecnicismo e nichilismo, poi avvertiva di non considerare affatto superato il rischio di una ripetizione. Riprende questo monito il costituzionalista Carlo Iannello, professore di Diritto pubblico all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, nel saggio “Lo Stato del potere. Politica e diritto ai tempi della post-libertà” edito da Meltemi e uscito anche in francese (“L’État du pouvoir”) il 27 novembre. Gli ultimi decenni di politiche neoliberali avrebbero mutato “radicalmente” i fini degli stati occidentali sottomettendo i diritti individuali a quelli del mercato, con l’effetto paradossale di spianare la strada ai giganti del tecnocapitalismo che sono di fatto diventati monopolisti universali, di cui i singoli governi rischiano solo di ratificare le ambizioni.

È una tendenza irreversibile? Non pecca di eccessivo pessimismo?

La realtà è questa ma la tendenza non è irreversibile. La persistenza delle forme liberaldemocratiche offre agli stati la possibilità di rivitalizzare i presupposti su cui si fondarono: garantire l’emancipazione e la giustizia sociale, la realizzazione di valori e una reale rappresentatività. Bisogna ripartire da una “difesa dell’umano” perché né il destino della società né quello individuale devono essere ridotti alla dimensione economica.

Al termine di ogni tornata elettorale esplodono analisi sulle ragioni del crescente astensionismo. Il distacco dalla politica dipende dalla diffusa percezione di questa sua abdicazione rispetto ai valori degli stati democratici?

La spinta delle politiche neoliberali ha eradicato la solidarietà, con un eccesso di mercatizzazione e di competizione. È stato un boomerang, perché la solidarietà era il terreno di coltura di partiti e sindacati, che oggi invece non sono più capaci di rappresentare le rispettive istanze e hanno perduto il collegamento con la società. Le assemblee sono rappresentative solo formalmente, ma nei fatti i diritti di partecipazione democratica sembrano ridotti a formule retoriche. L’implementazione esasperata del neoliberalismo è stata un boomerang anche perché ha avuto l’effetto di corrodere i suoi stessi princìpi fondamentali: la sacralità della proprietà privata e dell’iniziativa economica.

In che modo?

Spianando la strada ai monopolisti universali e ai grandi fondi di investimento, per cui l’idea di mercato come entità plurale e quella stessa di democrazia rischiano di collassare. Nello stesso tempo l’incidenza sul catalogo delle libertà individuali è pesante: chi non si può più curare o non riesce a mantenere un bambino sarà spinto quasi per necessità al suicidio assistito o all’aborto. Rischiano di saltare i paradigmi cardine del diritto pubblico, schiacciati da un’economia basata sui dati algoritmici di pochi colossi mondiali. Gli stati europei sembrano più che altro assecondare le politiche decise dalla governance del tecnocapitalismo per realizzare i propri fini.

C’è un differente approccio tra governi conservatori e progressisti?

Che ci sia un governo di destra o di sinistra, almeno in Italia, pare assolutamente irrilevante, perché le politiche non sono più decise da un confronto reale con la società. Non c’è stata una vera differenza tra gli esecutivi degli ultimi decenni, salvo il breve conato populista del governo gialloverde che durò lo spazio di un mattino. Tutti s’inchinano al grande capitale e la normatività algoritmica detta le scelte. In sede europea le regolamentazioni in grado di arginare lo strapotere dei giganti economici si sono finora rivelate insufficienti.

Rileva segnali in controtendenza?

Se ne intravede ma ancora flebile qualcuno, come certe reazioni alla turistificazione delle città, alle pale eoliche, all’invadenza dell’industria farmaceutica. Sono focolai dal basso che fanno sperare in un risveglio di sana conflittualità, con cui i soggetti collettivi possano rivendicare il ritorno a una rappresentanza reale. Per fortuna, anche la tecnoeconomia ha un tallone d’Achille: la sua voracità bulimica che per incrementare i profitti non si arresta di fronte a nulla. Prima o poi susciterà un moto di rigetto per cui potrebbero riacquistare contenuto sostanziale le forme liberaldemocratiche ancora intatte nei testi costituzionali, nella cultura giuridica e politica, nella memoria. Però la via d’uscita non è questione di ingegneria normativa, ma prima di tutto delle forze vive che animeranno una inversione di rotta.

Sarà un paradosso, ma le autocrazie e le dittature non sembrano soffrire il dominio dei “monopolisti universali” quanto gli stati europei.

Non da studioso, ma da cittadino osservo con tristezza che in Cina, dove c’è il partito unico, la politica non è soppiantata dal grande capitale, mentre l’Europa culla dei moderni stati democratici soffre una grave corrosione dei diritti. La sfida occidentale sarà tra chi difende l’umano e chi vuol recidere radicalmente i ponti con la tradizione non solo politica, ma culturale e sociale; tra chi accetta l’identità profilata da un algoritmo e chi recupera il pensiero critico e la capacità di autodeterminazione dei singoli.

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