(foto Ansa)
il teso integrale
Il Pd o è riformista o non è. L'intervento di Filippo Sensi a Prato
Il discorso del senatore dem al convengo "Innovare per competere. Le nuove sfide della manifattura", organizzato dai riformisti nella città toscana (mentre gli Schleiniani sono a Montepulciano)
Pubblichiamo qui di seguito l'intervento che il senatore Filippo Sensi ha tenuto nel corso del convegno dei riformisti Pd a Prato, quest'oggi.
Buongiorno a tutti. Vi prenderò pochissimo tempo, e non – perdonatemi – sulla manifattura. Non avrei le competenze per dirvi cose sensate e utili che, invece, ho ascoltato e preso nota.
Ma lo stesso volevo ricavarmi qualche istante per dire non cosa, o perché, ma chi siamo che ci troviamo qui, oggi.
Dice, i riformisti. E già io pensavo, vabbè, un sinonimo di democratici, no? Riformisti, democratici.
Non è che l’ho inventato io. Cosa altro è il partito democratico se non un partito riformista?
Lo diceva Veltroni nel 2007: “Finalmente i democratici, virgola, i riformisti italiani, virgola, hanno un partito (…) Una grande forza riformista”.
Escludendo, insomma, l’assalto al cielo che, per carità, suggestivo, però ecco, ci stiamo ancora attrezzando. Abbiamo visto tutti Pretty Woman, vogliamo tutti la favola, ci mancherebbe. Ma nel frattempo. Ecco, che i riformisti siano dei rivoluzionari nel frattempo? Chiedo eh.
E invece.
E’ bastato che statuissimo l’ovvio, e cioè siamo riformisti, che altro che assalto, APRITI cielo.
Improvvisamente, a parte occuparsi di costruire partiti FUORI dal partito democratico, che pare sia diventata l’occupazione preferita e principale di vari esponenti del Partito Democratico, scogli verso cui indirizzare rifugiati riformisti; improvvisamente, dicevo, il riformismo – che è cercare di cambiare le cose un po’ alla volta, per quel che si può, “ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose” ammoniva Robert Kennedy, quello bono, cento anni dalla sua nascita in questi giorni – è diventato una sorta di nemico del popolo, élite e castigo.
Tanto che mi viene fatto di chiedere: ma che abbiamo fatto di male? Perché tutta questa paura, questo fastidio, anche un filo di supponenza?
Ora, capisco la destra. Destra e riformismo non è che vanno granché d’accordo.
In tre anni di governo questi non hanno fatto NIENTE.
Si appuntano sul bavero la cimice della separazione delle carriere, che aiutami a dire.
Tutto il resto è zuppa e pan bagnato dei governi precedenti. Con un di più di faccia feroce per il loro fanclub.
La Lega riformista? Certo, se consideriamo la castrazione chimica o la mototerapia delle riforme, ma ce ne vuole, ecco.
Noi moderati? Con tutto il bene, eh.
Forza Italia sta al cambiamento come io alla salsa e al merengue. Me lo vedo fisso in quel salto, Tajani, freezato, sospeso. Immobile.
Fratelli d’Italia? L’unica cosa che hanno cambiato è la lucente grisaglia che hanno messo al posto della camicia che vestivano da ragazzi, Bignami poi la preferiva più scolorita.
Sta di fatto che ‘sto riformismo da noia, fa paura, un fasctidio che non vi dico, un prurito. In particolare dalle nostre parti. Saluto i compagni della mozione Montepulciano, ci siamo anche noi, fosse mai che pensiate di bastarvi da soli. Noi qui si sta. Eccome, se si sta. E si resta.
Dicevo. Facciamo finta – facciamo finta eh – che chessò Alfredo, tanto per inventare un nome, ci definisca dei “sedicenti riformisti” e ci venga a dire che il riformismo si è completamente “snaturato”, sinonimo ormai di moderatismo o addirittura di conservazione (secondo un classico movimento della sinistra, e cioè che se non la pensi come me sei di destra, magari non lo sai, perché sei pure ignorante, ma sei di destra). Ecco per questo ipotetico Alfredo il riformismo è solo una forma di “quietismo”, pacificato con la configurazione attuale del capitalismo. Ora a parte la famiglia nel bosco abruzzese non è che io ne conosca proprio tantissimi che non sono pacificati con il capitalismo. Per carità, critici, le storture, perfino i guai strutturali. Però, ecco, non mi pare che siamo mai stati o siamo il partito della fuga dalla realtà, sennò mi facevo il mullet e mi iscrivevo a Potere al Popolo.
Quietismo? Io stamattina ho sentito idee, proposte, misure per cambiare e non per stare inerti, anzi. Vogliamo dirlo? Se non ci fosse stata la nostra iniziativa di Milano, e questa di oggi, molti processi positivi, di partecipazione, di confronto, anche di critica, all’interno del nostro partito non ci sarebbero stati.
Prendiamo un altro nome a caso, Arturo. Che dice: il riformismo è una parola malata. Mi ricorda i tempi andati di Cofferati, correva l’anno 2002, non vorrei si tornasse a più di venti anni fa, a proposito di guardare avanti o indietro. Ora io proprio non riesco a distinguere tra parole sane e parole malate, sarà perché non faccio il medico. Come se malato fosse meno, valesse di meno, mancasse di quella integrità, di quella purezza, di quell’assoluto che decide appunto se una cosa è sana o malata, giusta o indegna, pulita o sporca.
Io sono malato per conto mio, e non perché credo che l’Italia abbia bisogno di crescita, e non solo di sussidi (che pure servono); o perché mi preoccupano gli stipendi degli italiani e il potere d’acquisto delle famiglie; o perché credo che l’Ucraina vada difesa e debba decidere del suo futuro; o perché l’Europa si debba attrezzare per difendersi dalla Russia o perché penso che un provvedimento di clemenza nelle carceri sia il livello minimo di dignità, per tutto il resto c’è Del Mastro; o perché non mi rassegno che la sicurezza sia considerata una parola di destra, ma un diritto per tutti, a cominciare dai più fragili, i più esposti, o che fin dalla scuola elementare si possa insegnare ai nostri bambini il rispetto nei confronti delle bambine, come ci ha ricordato in commissione femminicidio Gino Cecchettin.
Secondo qualcuno oggi saremmo nell’epoca della polarizzazione, di Trump e Orban, dunque non ci sarebbe più spazio per il rimpianto o la nostalgia del riformismo andato.
Ebbene io non ho affatto nostalgia di quel tempo.
Ho voglia, invece, di un tempo nuovo del riformismo italiano. Ed è il partito democratico, senza esclusive, s’intende, la casa del riformismo italiano, dei riformisti italiani. Radicali, moderati che siano.
Lo dico anche ad Andrea, nome di fantasia. Che di recente, a un convegno, si lamentava che “la parola riformismo si consuma in convegni (SIC) dove viene evocato, ma non produce mai un catalogo di riforme”. Ovviamente stigmatizzando “il riformismo dall’alto” – a me che sono a esagerare 1.71 – che, tuttavia, Andrea stesso conosce bene, avendo fatto parte con protagonismo e ruoli di grande responsabilità di una stagione riformatrice di governo che ha portato per dire alle unioni civili o alla fine delle dimissioni in bianco, per dire solo due cosette.
Quindi caro Andrea, nome in codice, il catalogo delle riforme che il Partito Democratico ha fatto in tutti questi anni e che continuerà a fare, quando andremo al governo, dopo cinque anni di deserto della destra, lo abbiamo scritto insieme, e lo scriveremo insieme.
Per Pierluigi, anche qui nom de plume, siamo “cosiddetti”, variante del “sedicenti”. Per lui il “riformismo non è un moto dell’anima”, ma “un elenco di riforme”. Ben diverso dai “posizionamenti”. Mi chiedo, con rispetto: ma cosa altro abbiamo fatto a Milano, e cosa oggi, se non provare, non a elencare, che fa un po’ pagine gialle e un po’ Monte Sinai, ma a individuare e articolare proposte, modeste magari? La modifica del calendario scolastico. La legge sulla rappresentanza. Un servizio nazionale per anziani non autosufficienti. L’indicizzazione delle soglie fiscali. Il conto corrente di formazione. Industria 6.0. E oggi altrettante.
Perché cosiddetti, allora? Perché sedicenti? Penso che rispettarci sia una buona norma di civile convivenza in qualsiasi contesto.
Tanto più che ricordo proprio Pierluigi essere fiero nel 2011 del PD come - cito - il soggetto riformista che volevamo e nel 2015 raccogliersi in minoranza sotto l’egida di Area Riformista.
Stefano poi, altro nome inventato, ci ha bollato come “riformisti da salotto”, invocando delle parlamentarie per far pesare i voti sulle proposte. Ora, per restare alle europee, un anno fa, non è che persone come Pina o come Giorgio non abbiano preso i loro voti, di migliaia di persone che hanno scritto il loro nome e cognome sulla scheda. Ne sa qualcosa qui oggi Matteo Biffoni, il più votato in Toscana. Tutta gente che, con il dovuto rispetto e anche gratitudine, i suoi voti li ha presi per le idee e per i valori che rappresenta e difende, e li prende nei salotti e nei bar, nelle piazze e nelle sezioni, nelle case e nei posti di lavoro, al Sud e al Nord.
Per ultimo Goffredo, uso questo pseudonimo, e mi ci accosto con timore e tremore, che ci ha ricordato come riformismo sia una parola “fraintesa, tradita e mal detta”, manca solo la e. “Fuorviante”, dice. Come se ci fosse una ed una sola strada, e non piuttosto un cammino comune, accidentato, faticoso, ma coinvolgente.
Una parola, ha detto ancora Goffredo, “da lasciar cadere perché ideologica”. Mi ha colpito questo affondo, perché l’accusa di ideologia, di solito, ci viene mossa dalla destra, che sventola il pragmatismo come la SUA ideologia. Noi pragmatici, ci dice la destra, voi ideologici.
Allora, dico Goffredo, care compagne e cari compagni, non si può celebrare, come è doveroso, l’eterodossia di Mario Tronti – tranne poi, in un recente convegno promosso dal mio gruppo al Senato raccogliere i suoi interventi parlamentari a difesa delle riforme che approvava nella sua qualità di parlamentare del Partito Democratico e non dire neanche UNA parola su quel Tronti e rifugiarsi nell’operaismo e in Quaderni Rossi per esorcizzare la sua adesione al referendum costituzionale del 2016. Non si può, dicevo, evocare, come è giusto, Pietro Ingrao e la sua disciplinata dissidenza, la scissione che lo abitava, e poi pensare che dentro il nostro partito non possa, anzi DEBBA esserci spazio per un confronto che non sia scontro, per una pluralità che non sia belato, per una azione che non sia liturgia, per un dialogo maturo, vivo, consapevole, ricco.
Ripeto. Il Partito Democratico è riformista o non è.
Ed è riformista non avere una e una sola definizione di riformismo. E soprattutto non pensare che sia l’unica valida.
Un riformismo che sia metodo. E apertura. E tentativo. E provare e riprovare. Ancora e ancora. Insieme.
E concludo.
Il riformismo oggi è qui a Prao, e vol esse rispettao.
Vi ringrazio.