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L'editoriale dell'elefantino

Il gran ritorno del soldato. Figura epica e necessaria intrappolata in un esorcismo collettivo

Giuliano Ferrara

In un’Europa che riscopre il bisogno di difendersi, riemerge questa strana figura d’un tempo sepolto. Tra timori di militarizzazione, illusioni pacifiste e una nuova generazione di potenziali combattenti, riaffiora una frase di Adam Smith: “C’è posto per un’immensa quantità di rovina in una nazione”

Il ritorno del soldato era imprevedibile, sebbene scontato per molti motivi. Francesi, tedeschi, italiani ora discutono su come arruolare una nuova generazione di potenziali combattenti. L’edulcorazione eufemistica regna incontrastata. Così come si dice correntemente “non siamo in guerra con la Russia”, e si rinvia eventualmente a uno scenario futuro questa possibilità, si aggiunge che la nuova leva volontaria è solo una specie di servizio militare in forma civile, un modo per sostituire le risorse umane combattenti, già inquadrate nell’esercito professionale, con cittadini dediti al dovere sacro, secondo Costituzione, di difesa della patria. Sarà il battaglione o la divisione “società civile”, non bisogna preoccuparsi, allarmarsi, non si deve dare retta a chi dice che ci apprestiamo a sacrificare i nostri figli in un mondo che si blinda e si dispone malignamente verso fango, trincee, artiglieria, fanteria e droni, sopra tutto droni. Eppure non si sfugge a questa idea del ritorno del soldato, una figura consegnata agli archivi della leva d’un tempo, alle scene di teatro più fosche della guerra guerreggiata, al posto della quale ci sono da molti anni le operazioni di peace keeping e peace enforcing, condotte con professionalità e dedizione da un “personale” diverso, forse anche opposto, alla vecchia “soldataglia”.

 

Siamo solo alle premesse, il ministro della Difesa ne ha appena accennato con parole pacate o almeno equilibrate, e subito riemerge quella bella e tonda e bonaria imbecillità che fa parlare di “militarizzazione” e di “carne da cannone”, subito ci consideriamo intrappolati in nuove violazioni della Costituzione, in un ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali che si trasforma in spirito belligerante, in “territorializzazione” lungo i confini del bene supremo della pace che di confini non ne ha o non dovrebbe averne. Non è ancora tornato, se non virtualmente, ma il soldato è già oggetto di un esorcismo collettivo. Per la verità i sondaggi francesi dicono che una stragrande maggioranza dei cittadini è favorevole alla nuova ipotesi di leva, e dalla Germania addirittura filtrano piani di contrattacco per un’aggressione prevista di qui a quattro anni, il tutto nel contesto di un piano di riarmo che senza soldati forse non avrebbe senso, nonostante le tecnologie belliche di nuovo tipo, il cyberspazio che pullula di pattuglioni e dipartimenti di sabotaggio, gli armamenti che agiscono a distanza, gli oggetti volanti teleguidati. Si chiede come sempre, negli ambienti bene intenzionati e bene ispirati, di sostituire la “febbre guerrafondaia” con istruzione, socialità, con educazione culturale alla pace e al dialogo con l’altro. Che la benevolenza sia superiore eticamente alla minaccia e alla stessa deterrenza, che la pace sia su una scala infinitamente superiore alla oscenità della guerra, su questo non ci sono dubbi fra coloro che hanno la testa sulle spalle.

 

Il soldato al suo ritorno, strana figura d’un tempo sepolto che rivive come un fantasma e non è compatibile con gli eccessi della fashion, della chiacchiera, della formidabile èra di cronaca irenistica nella quale abbiamo felicemente vissuto fino a oggi, ecco, quel profilo al suo solo apparire buca lo schermo, inquieta, crea marasma. Eppure le immagini, tanto celebrate, ci rimandano da anni ormai, un’epoca lunga come le ultime due guerre mondiali, panorami di rovine umane, di distruzione, di violazione combattente della pace attraverso missili e campagne di terra di cielo e di mare che incutono doloroso rispetto e dovrebbero essere d’allarme. Nell’ultimo romanzo di Ian McEwan è spesso citata una frase di Adam Smith che dice qualcosa di tremendamente attuale, anche se viene da un racconto distopico e il suo autore è vissuto tre secoli fa: “C’è posto per un’immensa quantità di rovina in una nazione”. Il ritorno del soldato nasce probabilmente da questa consapevolezza. Il freddo con cui viene accolto viene dal suo opposto, l’inconsapevolezza.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.