
Paolo Mieli (foto Ansa)
“Milano si piega, ma sa rialzarsi. Anche ora che vogliono rimetterle la testa sotto l'acqua”. Parla Paolo Mieli
Il capoluogo lombardo è sotto pressione per l'inchiesta sull’urbanistica, ma deve mostrare forza e orgoglio. Paolo Mieli difende la città, ricordando la rinascita dopo Tangentopoli e lodando il suo modello politico e urbanistico
La forza del carattere: deve tirarla fuori oggi Milano, sotto i colpi dell’inchiesta sull’urbanistica, non tentando di mascherare ciò che è, come consigliava lo psicoanalista James Hillman nell’omonimo saggio. Ci vuole infatti forza d’animo, e orgoglio di unica città europea del paese, per non lasciarsi andare all’immagine che titoli e intercettazioni fumose vorrebbero assegnare al capoluogo lombardo: una sorta di terra di nessuno percorsa da filibustieri ipotetici e spregiudicati, il tutto a monte del processo e in riferimento a persone che “non paiono certo gangster, ma gente onesta che lavora”, dice l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, scrittore, giornalista e saggista, parlando “non da amico personale, ma da osservatore”, del sindaco Beppe Sala, dell’architetto Stefano Boeri e dei professionisti che hanno contribuito a ridisegnare lo skyline di Milano. “Milano si piega, ma sa rialzarsi, anche ora che vogliono rimetterle la testa sotto l’acqua”, dice Mieli, ricordando l’altra volta in cui la città è implosa, e cioè negli anni di Tangentopoli, per poi attraversare una lunga stagione di dinamismo, sotto giunte di diversi colori. “Per quanto riguarda il merito dell’inchiesta”, dice Mieli, “ne riparleremo tra dieci o vent’anni, quando ci sarà stato il processo bis, ter, quater. Per quello che abbiamo letto sui giornali, non mi pare sia venuto fuori nulla di sconvolgente se non – cosa non sconvolgente – il fatto che, nel lavorare a un progetto, si creino gruppi amicali”. E insomma: “Ci potranno essere state delle irregolarità, e se provate verranno punite, ma a Milano, dopo lo shock di Mani Pulite, vissuto in città come epoca di terrore, classi politiche di diversa estrazione hanno fatto il miracolo. Dopodiché leggo religiosamente ogni giorno sul Fatto quotidiano le cose che scrive Gianni Barbacetto e, per come sono cresciuto, le condivido al 99 per cento, nel senso che forse vorrei vivere nel mondo di Barbacetto, ma questo non mi impedisce di guardare con obiettività all’azione di chi ha governato Milano dopo Tangentopoli”. Sindaci che si recavano in Procura ogni mattina, dice Mieli, citando Gabriele Albertini e Letizia Moratti. Sindaci di destra che cercavano dai magistrati rassicurazione su fattibilità e conformità alla legge dei vari progetti. Sindaci che, come i successori di altro colore, “hanno messo in campo i migliori talenti per la città, e il risultato è spettacolare”. Milano è irriconoscibile. “Poi magari ci sono i problemi legati alla gentrificazione”, dice Mieli, “problemi comuni a tante città. Da affrontare, a Milano, costruendo altri quartieri che possano accogliere. Questa è l’unica città italiana con una metropolitana che funziona: si può fare”. Qual è la molla di questo “dàgli a Milano”? “C’è il gusto sottile, dopo la botta del ’92-’93”, dice Mieli, “di ricacciarla in fondo. Non è stato tutto rose e fiori, dopo Tangentopoli, ma, a parte il caso Formigoni, la classe politica milanese ha dimostrato di essere all’altezza. E il fair play di questi giorni di Attilio Fontana verso Sala lo dimostra, anche se verso Fontana, durante la pandemia, a parti rovesciate, non ci si è comportati allo stesso modo. A Milano ha funzionato il modello di gestione politica, da due parti”. Nessun filibustiere. “No. Tra l’altro i Boeri, già soltanto per snobismo, mai potrebbero esserlo. Il salotto di Cini Boeri è stato un punto di riferimento della vita civile di Milano: lei, i suoi tre figli, le persone che passavano di lì la sera – uno dei posti più esclusivi e internazionali d’Italia”. Volano sui giornali anche accuse fumose di familismo. “Lavorano sempre gli stessi? Avviene dappertutto”. Magari sono i più bravi? “Il risultato ci fa dire di sì”. Ma perché ci si accanisce sulla città? “Per l’eterna questione della Milano capitale morale”, dice Mieli. “Milano, con tutti i suoi difetti, è ed è stata una calamita verso la modernità, anche per le regioni confinanti. Ma questo produce antipatia e insofferenza. E’ caduta nel ’92-’93, e il suo riscatto attraverso il berlusconismo l’ha fatta doppiamente odiare. Ma, se si eliminano le categorie con cui abbiamo guardiato all’Italia della Seconda Repubblica – berlusconismo e antiberlusconismo, ‘Drive In’ e salotto di Cini Boeri, mondi agli antipodi che mal si sopportavano – si vedrà che l’insieme ha prodotto un modello miracoloso, dove destra e sinistra si sono quasi amalgamate”. I milanesi ora temono la paralisi. “Nei prossimi due anni Milano ridiventerà un tirassegno per tutti coloro che la odiano. Ci saranno le Olimpiadi Milano-Cortina, altra occasione di costruzione e altra occasione per denigrare. Ma se Milano è sopravvissuta a Mani Pulite, e se poi ha prodotto il boom che abbiamo conosciuto, sopravviverà anche questa volta, e magari avrà un secondo boom”.