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L'intervista

"7 ottobre? La sinistra ha una lettura manichea della crisi mediorientale”. Parla Fassino

Francesco Gottardi

Il deputato del Partito democratico dice che chi si riconosce nella famiglia socialista deve battersi per la soluzione politica del "due popoli due stati": può nascere uno stato libero palestinese a patto che ci sia pieno riconoscimento del diritto a esistere di Israele

Il problema non è la forma ma la sostanza. E cioè, secondo Piero Fassino, non tanto chi fosse presente o meno il 7 ottobre al Tempio maggiore di Roma – cioè pochi, praticamente nessuno della sinistra italiana, tranne lui e Peppe Provenzano, mentre tutte le più alte cariche del governo e delle istituzioni accoglievano l’appello delle comunità ebraiche. “Questa polemica nemmeno si porrebbe, se il campo progressista non avesse una lettura manichea della crisi in medio oriente”, dice al Foglio il deputato del Pd. “Un conto è essere critici, anche severi nei confronti di Netanyahu (e io lo sono: la sua responsabilità nell’aver sempre ostacolato una soluzione alla questione palestinese è evidente e non assolta dal fatto che Israele sia sotto attacco). Ma le accuse non si possono trasformare in una grave sottovalutazione dell’aggressione che Israele ha subito e subisce: la sinistra – almeno quella in cui mi riconosco io – deve tornare a fare la sinistra”. Sarebbe? “Battersi per la soluzione politica del due popoli due stati vuol dire uno stato libero palestinese, a patto che ci sia pieno riconoscimento del diritto a esistere di Israele. Questo è un punto dirimente. Ma vedo una sinistra troppo spesso incoerente. E quando slitta in atteggiamenti unilaterali si contraddice”. Fino all’ignavia, all’opportunismo. “Perché alla severità assoluta nei confronti del governo israeliano, non corrisponde altrettanto biasimo per quel mondo palestinese vicino a Hamas e Hezbollah?”


Già. Magari ce lo può spiegare Fassino, che a sessant’anni di militanza può accompagnare la fondazione di ‘Sinistra per Israele’ da primo firmatario. “E attenzione: non significa “sinistra per Netanyahu”, ribadisce. “Israele è una società democratica, con la sua sinistra e la sua destra. Una destra anche razzista e fascista – ben rappresentata da Smotrich e Ben Gvir – da contrastare con nettezza. Ma questo non può tradursi nella demonizzazione o negazione di Israele e delle sue ragioni: per nessun altro Paese si equipara la sua identità al governo in carica”. Invece relegare Israele a “monade indifferenziata”, come la chiama Fassino, “porta a macroscopici errori, come chiedere la sospensione degli accordi di cooperazione tra Israele e Ue. Una iniziativa che l’intera società israeliana – anche l’opposizione a Nethanyahu – percepirebbe come un atto di ostilità. Lo stesso vale per chi boicotta un’eccellenza come le università israeliane. E per chi invoca sanzioni contro Israele”. Qui il deputato fa una pausa. “Sanzioni”, ripete. “Bisognerebbe sapere cosa scatta nella testa di ogni cittadino ebreo quando si parla di sanzioni: il ricordo dei pogrom, della Notte dei cristalli, delle leggi razziali. Le parole hanno un valore. E un conto è applicare sanzioni verso le dittature, tutt’altro è farlo verso un paese democratico con una storia fatta di persecuzioni, discriminazioni, morte. Mai dimenticare l’Olocausto. Assurdo accusare di genocidio un popolo che l’ha vissuto davvero. Tutto ciò dev’essere ribadito a gran voce dalla nostra sinistra. Nessun doppio standard o reticenza”.


Ma perché, vicino a Fassino, nessuno parla come Fassino? “Questo è un problema europeo, non solo italiano”, dice l’ex sindaco di Torino. “È ovvio che la reazione violenta di Netanyahu ha suscitato un comprensibile moto di protesta. Ma il compito di una classe dirigente adeguata è tenere la barra dritta, senza prestarsi a cedimenti politici equivoci”. Ce l’abbiamo, questa classe dirigente? “La precisione in questi casi è essenziale. Eppure le parole d’ordine di Hamas, dal fiume al mare, sono state abbracciate dai movimenti d’opinione anche in Italia: chi usa questi slogan è ipocrita che poi condanni i terroristi. Il contrasto di ogni forma esplicita o surrettizia di antisemitismo, di pregiudizio antiebraico, deve avere la massima fermezza”. Che quasi mai si riscontra. “Precisione significa anche non ignorare la storia: il sionismo nasce dentro l’alveo dei movimenti socialisti. Il suo primo simbolo era un bue che traina l’aratro in un campo di grano col sole all’orizzonte. E cos’altro sono stati i kibbutz, se non un’espressione di socialismo autogestionario?”. Ditelo ai centri sociali. “Per quarant’anni la sinistra ha guidato Israele. Da venti non è più così: io non dimentico che all’indomani dell’assassinio di Rabin, Netanyahu fu tra i primi a rinnegare gli accordi di Oslo. Ma non dimentico neppure quel che Arafat disse mentre stringeva quegli accordi: ‘Ho riconosciuto che Israele esiste, non il suo diritto a esistere’. È una differenza abissale e fondamentale. Noi abbiamo il dovere che i palestinesi, oltre alla ferma condanna dei terrorismi, rivedano questo atteggiamento in cambio di una patria. Senza alcuna ambiguità”. Da parte loro, figuriamoci nostra.

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