(foto Ansa)

Al Var dei bilanci

I conti (politici) del calcio

Lo scontro tra governo Figc e Lega Serie A

Maurizio Crippa

Il progetto del ministro Abodi per una Agenzia per la vigilanza economica sulle società sportive è tutta da vagliare, ma le prime risposte sono state politiche e non indicano alternative. Eppure un buon modello da copiare ci sarebbe, il Football Bill inglese

Come il fuorigioco nell’èra del Var: è ancora più difficile valutarlo, ma per i tifosi non va bene in ogni caso. L’ultima disputa riguarda il progetto – un decreto legge circolato in bozza e giunto sul tavolo della Figc – che contiene, tra gli altri, un articolo che istituirebbe, stiamo al condizionale, una “Agenzia per la vigilanza economica e finanziaria sulle società sportive professionistiche”. In sintesi: il controllo sui bilanci delle società professionistiche (è compreso il basket) passerebbe dalla Covisoc, organo della Federazione, a un ente terzo di nomina governativo-ministeriale, sul modello delle authority di settore. Apriti cielo.

    
Ha ragione il governo col ministro Andrea Abodi, o hanno ragione la Figc di Gabriele Gravina e la Lega A di Lorenzo Casini? Nell’impostazione suggerita, tramite Corriere della Sera, da parte del ministro, “lo stato fa molto per il calcio, pensiamo al fisco, se però il calcio non sa curare i suoi mali…”, al normale osservatore qualcosa non torna. Il pensiero corre al fatto che anche il calcio professionistico fa molto per il fisco (un miliardo all’anno)  e per mantenere più di metà del costoso sistema dello sport italiano. Il punto non può essere quello. Ma basta guardare l’interpretazione d’opposizione – su Repubblica la notizia diventa “lo stato vuole metter le mani sul calcio” e l’intervista di ieri in prima pagina al presidente del Coni Giovanni Malagò tuona “la riforma Abodi è inaccettabile” – e il sospetto di una partita di tipo politico si fa forte. Ma il tifo non aiuta a fare chiarezza. Il punto di vista del governo, che lavora da tempo sulla riforma della governance dello sport, è che il sistema dei controlli economici non funziona bene (e si rischiano incidenti di percorso anche internazionali). Negli ultimi anni più di una società è finita sotto osservazione della giustizia, non solo sportiva, per comportamenti non trasparenti ma i controlli sono stati spesso altrettanto opachi, che si trattasse di difendere il brand del calcio o per puro malfunzionamento. Che servano riforme lo ammettono tutti, da Malagò (“come tutte le cose si può e, anzi, si deve cercare di migliorarle”) alla Lega guidata da Lorenzo Casini che ribadisce “l’impegno già più volte manifestato per migliorare la sostenibilità economico-finanziaria e la trasparenza”. Ma anche i club, riunitisi ieri, si sono detti contrari rispetto “alla proposta di istituire una agenzia governativa per la vigilanza economica e finanziaria”. Sembrerebbe la stessa impostazione della Figc, ma in realtà la Lega  da tempo rivendica la necessità “di procedere verso una piena autonomia della Lega Serie A all’interno dell’ordinamento sportivo” e di affrancarsi dalle pastoie, ugualmente politiche ed economiche della Figc.

 
Va detto che il decreto in discussione fa parte di un più complessivo progetto che interviene su aspetti assai diversi: dall’introduzione dell’obbligo di valutazione economica prima di lanciare fantasmagoriche candidature senza copertura per manifestazioni internazionali, alla messa in sicurezza del  Laboratorio antidoping nazionale (uno dei venti esistenti al mondo) che la Wada aveva messo nel mirino per inadeguatezze strutturali, all’ipotesi di far entrare nella giunta Coni due rappresentanti dei corpi sportivi militari (del resto, i nostri atleti in parte preponderante sono militari). Ma ovviamente la grana è il calcio. Dalla regolarità dei bilanci dipendono non solo i campionati e l’accesso alle coppe europee, ma l’intera sostenibilità di un sistema che rivendica la sua indipendenza (l’indipendenza dello sport dagli stati è sancita dalla Carta olimpica), ma il governo replica che non c’è nessuna prevaricazione: le decisioni su eventuali irregolarità resteranno in mano alla giustizia sportiva,  solo che a vigilare ci sarà un sistema migliore.  La domanda, difficile come sul fuorigioco, riguarda l’effettiva necessità di un nuovo ente. Il governo fa capire che la Covisoc non si è comportata granché bene in recenti affaire, la replica di Figc sembra soprattutto politica. Mancano le controproposte.

 
All’estero cosa fanno? Il riferimento più congruo è il recente Football Bill del governo inglese che ridisegna tutta la governance del calcio e istituisce un Independent Football Regulator che avrà il controllo dei bilanci dei club di tutte le categorie, della pianificazione e in generale la sostenibilità finanziaria del calcio inglese. Il governo italiano dice che è esattamente lo stesso modello. Anche la legge inglese  non prevarica le competenze delle federazioni, anche se introduce un sistema di “licenze” che le società calcistiche dovranno saper meritare. I club devono soddisfare tre test per ottenere una licenza: risorse finanziarie, risorse non finanziarie (performance e corporate governance) e anche il coinvolgimento dei tifosi. Perché non copiare in Italia tutto questo? Se il progetto del ministro Abodi sia vincente, non è facile per ora dire, ma sarebbe necessario vedere le controproposte. Assai meno forte è la polemica sul “quanto costerebbe”. Il costo della nuova autorità è stimato in 2,5 milioni: un quarto di quello previsto per il Regulator inglese. Federbasket, che rientrerebbe sotto la stessa authority, ha parlato di “costi esorbitanti”, ma le due Covisoc costano già oggi due milioni. Il dibattito è aperto, millimetrico. Ma serve uscire dalle tifoserie.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"