Vittorio Sgarbi (foto Ansa)

l'intervista

Le ragioni delle dimissioni di Sgarbi: “Sangiuliano non è niente”

Camillo Langone

L'ex sottosegretario alla Cultura parla al Foglio dopo l'inchiesta dell'Antitrust. Meloni? "Poteva essere lei a dimettermi e non l’ha fatto. L’ho ringraziata, le ho mandato una lettera"

Il più grande italiano vivente si è dimesso, ma non da più grande italiano vivente: da sottosegretario. Cosa ci facesse il più grande italiano vivente (ossia il più grande conoscitore di ciò per cui l’Italia è l’Italia, l’arte) in un ruolo così modesto lo sa soltanto lui.

Bulimia di poltrone? Dongiovannismo da ogni lasciata è persa? Non so, glielo chiedo. Vittorio, cosa ci facevi in Via del Collegio Romano?

“Molte cose, ad esempio ho salvato lo stadio di San Siro. Quel poveretto di Sala diceva che non potevo farlo perché senza deleghe e però potevo dare l’indicazione, grazie al rapporto gerarchico potevo sollecitare i sovrintendenti a mettere i vincoli previsti dalla legge. A Milano il sovrintendente non c’era e io ho fatto il supplente, quando è arrivata la nuova sovrintendente ha subito messo il vincolo e oggi San Siro è salvo. Questa è la politica e questo è il ruolo del sottosegretario”.

Scusami ma sono un uomo pratico: perdi molto perdendo l’incarico governativo? Quanto guadagna un sottosegretario?

“Non so, 6-7 mila euro, forse 8, non mi sono mai posto il problema. Anche perché da sottosegretario ho dovuto rinunciare al vitalizio parlamentare. Adesso tornerò a prendere il vitalizio. Dunque non cambia nulla”.

Sarai più presente a Ferrara, Arpino, Urbino, Viterbo, Riva del Garda, Rovereto, per dire le città e i paesi, e magari ne dimentico qualcuno, dove sei presidente, assessore, sindaco? 

“Sarò dappertutto come sempre. Farò il mio lavoro come sempre: mostre, libri, conferenze. Quel lavoro che avevo continuato a fare da sottosegretario anche perché ritenevo fosse utile alla funzione e non in contrasto come invece ritiene l’Agcom. Nell’orrido testo che mi ha spinto alle dimissioni c’è scritto, in pratica, che avrei dovuto smettere di parlare di arte. Come se Renzo Piano una volta senatore a vita avesse dovuto smettere di fare l’architetto”.

E’ noto che in Italia la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta. E Piano è un intoccabile. Io temo che tu abbia pagato la scomparsa di Berlusconi. Prima gli sciacalli moralisti inseguivano lui, adesso per il branco la preda più ghiotta sei tu.

“No, non c’entra niente: l’altra volta, nel 2002, fu lui a cacciarmi dal suo governo. Nel governo Meloni sono stato chiamato in quota Rinascimento, poi sono confluito in Noi moderati di Maurizio Lupi, infine sono entrato in quanto Sgarbi, in quota Sgarbi”.

Ecco, tu sei solo, non hai un partito alle spalle che ti protegga, mentre il tuo nemico interno, Sangiuliano, ha dietro Fratelli d’Italia.

“Sangiuliano, Sangiuliano... Sangiuliano non ha dietro niente, non è niente”.

Ma non ti sei sentito abbandonato da Giorgia Meloni? Lei che tollera la presenza della Santanché e di Delmastro, non credo più irreprensibili di te?

 “Anzi, l’ho ringraziata, le ho mandato una lettera”.

Avrebbe potuto trattenerti...

“No, non mi doveva trattenere. Poteva essere lei a dimettermi e non l’ha fatto. Sono stato io a dimettermi. Non potevo sopportare che mi venisse rimproverata la mia professione, che in parlamento la moglie di Fratoianni, la Fratoianna, mi definisse inadeguato...”.

In questa vicenda il Premio Maramaldo a chi lo diamo? Al sindaco di Possagno che molto velocemente ti ha sottratto la Fondazione Canova?

“Il sindaco di Possagno non conta niente. Il premio se lo meritano due miei collaboratori, Dario Di Caterino e il restauratore Mingardi”.

 E invece qualche solidarietà inattesa, particolarmente gradita?

“Il placet di Cacciari e l’onore delle armi di Ranucci”.

Tornando a Sangiuliano, tu hai capito cosa c’entra con Prezzolini? Prezzolini disprezzava il potere e i pennacchi, Sangiuliano è tutto potere e pennacchio...

“E’ un atteggiamento da letterato meridionale di provincia, imbevuto di cultura scolastica. E’ anche divertente, fa tenerezza”.

 Dove ti trovi adesso?

 “Ho appena finito di parlare a Treviglio, di fronte a 800 persone, per inaugurare un nuovo museo contenente il polittico di San Martino, opera di  Bernardo Zenale e Bernardino Butinone. In chiesa era in posizione sfavorevole, adesso ha una collocazione trionfale”.

Merito tuo?

“Me lo ha riconosciuto il sovrintendente”.

E adesso dove vai?

“Sono appena arrivato a Castel Rozzone, devo vedere due dipinti senza nome. Quindi due dipinti che non esistono, mai notificati, mai pubblicati, che cominceranno a esistere se riuscirò a dargli un nome... Sto entrando... Qualcuno mi dia una pila!”.

Lascio al suo sopralluogo il più grande italiano vivente, ovvero l’unico non bergamasco a sapere dell’esistenza di Castel Rozzone (nemmeno io che batto indefesso la provincia avevo mai sentito nominare questo paese di duemila abitanti situato a “circa 15 chilometri a sud del capoluogo orobico”), l’unico a sapere dell’esistenza di due quadri interessanti a Castel Rozzone, l’unico che possa fare qualcosa per la gloria di Castel Rozzone. Che ne sa Sangiuliano di Castel Rozzone? Che ne sanno Calenda, Scanzi, Travaglio, gli altri del branco? Sgarbi, prestando a ogni borgo e a ogni pittore l’attenzione che mai nessuno ha prestato loro, è il santo patrono dell’Italia minore. Ovvio che in un tempo ateo, empio, iconoclasta sia tanto avversato, tanto denigrato. “Rifiutarsi di ammirare è il marchio della bestia” ha scritto Gómez Dávila.
 

Di più su questi argomenti:
  • Camillo Langone
  • Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).