La soap opera riformista

Terzo polo, si rompono i gruppi. Ora Renzi guarda a Lupi

Gianluca De Rosa

I renziani cambiano il nome del gruppo al Senato. Azione prepara il ricorso, ma ad agitare sono le Europee. Insieme i riformisti supererebbero facilmente la soglia di sbarramento, divisi rischiano. Per Renzi è più dura e così il senatore guarda a Lupi, Cesa e Patriciello

A sentire gli uni e gli altri tutti vogliono una sola cosa: la cassa. Come quegli attori troppo indebitati che si ritrovano a rincorrere la produzione: “Vi prego, un’altra stagione!”. La serie, la soap opera romantica e crudele allo stesso tempo, è quella più seguita dai riformisti (e masochisti) di tutta Italia. Quella del Terzo polo. Ieri mattina Matteo Renzi l’ha annunciato senza giri di parole: “Questa ficton deve terminare”. Ha un asso nella manica per un finale col botto. Brividi, arrivano i fantasmi. Tre figure enigmatiche e cariche di voti. Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa e, il meno noto, ma essenziale Aldo Patriciello. Il centro quello vero, quello di sempre, minuto, ma affidabilissimo. Anche perché la questione qui si gioca su percentuali infime. Zero virgola che possono fare la differenza. Ma andiamo con ordine.


La cassa della discordia, questa volta, è quella del gruppo al Senato. Ieri mattina, dopo le dichiarazioni di Renzi, il capogruppo quota Iv al palazzo Madama Enrico Borghi ha convocato una riunione con un obiettivo: cambiare il nome al gruppo dei terzopolisti in “Italia viva – Il centro – Renew Europe”. I senatori di Azione non si sono presentati, la proposta è stata approvata e il cambio di nome inviato per informazione alla presidente del Senato Ignazio La Russa. Senza entrare nei cavilli dei regolamenti parlamentari, i senatori di Azione non l’hanno presa bene. Si è arrivati alle carte bollate. Faremo ricorso! Nel nuovo gruppo erano confluito l’avanzo dello scorso anno. Insomma Renzi si terrebbe i soldi, cacciado gli ex amici, malignano da Azione. “E infatti  a Montecitorio non si sono mossi”. Una versione smentita nel pomeriggio dalla richiesta presentata al presidente della Camera Lorenzo Fontana dai deputati di Iv per un cambiamento di gruppo. Per i renziani la questione è semplice. La sintetizza su X il renzianissmo Francesco Bonifazi: “Calenda ha detto che non vuole avere più nulla a che fare con Italia Viva. Iv ha preso atto e ha deciso di dividere i gruppi. Calenda adesso ha paura di andare al gruppo misto e perdere risorse e spazi televisivi e dunque prova a creare il caos con il suo avvocato azzeccagarbugli”. Insomma, se Calenda vuole separarsiche problema ha a separare i gruppi? “E’ un po’ come se un marito annunciasse alla moglie di volerla lasciare, ma poi, vedendola uscire di casa, la rincorresse lungo le scale”, ironizza un parlamentare di Iv. Per Azione però, le cose sono più complicate. Dopo un po’ di confusione è Calenda a spiegarlo: “Non c’è alcun problema ad accettare la richiesta di Renzi di sciogliere i gruppi, ma cambiamenti di nome in violazione dello statuto e altri giochini infantili non sono accettabili. Cerchiamo di chiudere questa storia presto e in modo  decoroso”.  Una commedia degli equivoci di difficile interpretazione persino per chi la recita. Molto, forse troppo teatro.

 

Ma dietro le quinte, ci sono i numeri, non quelli dei fondi contesi del gruppo, ma anche, anzi soprattutto, quelli dei sondaggi sulle intenzioni di voto. Le ultime rilevazioni degli istituti più noti vedono Azione più vicina alla soglia di sbarramento del 4 per cento (oscilla tra il 4,1 e il 3,2 nei sondaggi dei diversi istituti delle ultime due settimane) e Iv circa un punto dietro (sullo stesso set di sondaggi si muove tra il 2,3 e il 3,3 per cento).  Se un’alleanza garantirebbe un ingresso cospicuo ai riformisti per rimpolpare le fila di Renew Europe, una spaccatura potrebbe alimentare una sfida fratricida per arrivare a Bruxelles (non è un caso che Stéphane Séjourné il segretario di Renassance, il partito di Macron, da tempo provi a mettere pace tra i litiganti). Il rischio di rimanere fuori dal parlamento europeo è sentito da entrambi. In particolare dai renziani.  
E qui spunta l’ultima pensata del senatore: affidarsi alle vecchie volpi del centrismo. Il meno noto Aldo Patriciello, il più grande gestore di tessere elettorale del Molise (impagabile un’intervista offerta al Fatto lo scorso giugno), è a Bruxelles dal 2006. E vorrebbe rimanerci. Tajani è disposto a garantirgli un posto?
 Cesa e Lupi (che di Renzi fu ministro dei Trasporti, “il migliore della storia della Repubblica, nonostante il presidente del Consiglio”, per citare il meloniano Giovanni Donzelli) oggi sono  deputati di maggioranza. Alle politiche i candidati di Noi moderati (che aggregava Noi con l’Italia, il partito di Lupi, Udc e il partito di Giovanni Toti) erano ospitati, a seguito della grande spartizione del seggi eleggibili del centrodestra, in alcune delle caselle riservate a FdI invece che in quelle di FI  (un aiuto di Meloni al Cav. ). La lista esprime oggi  anche due sottosegretari. Vittorio Sgarbi alla Cultura e Giorgio Silli agli Esteri. Per Renzi, insomma, sarebbe come mettere un piede nel governo. Ma Forza Italia oggi può dare asilo ai candidati dell’Udc di Cesa nelle sue liste? E con quelli di Lupi Fdi che può fare? Se c’è una certezza, è che Udc, Noi con l’Italia e Patriciello in Europa ci andranno. Con quale scialuppa elettorale, invece, va ancora scoperto. Matteo Renzi sta seriamente pensando di offrirgli la sua. Se il Terzo polo si rompe davvero potrebbe convenire a entrambi.