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L'intervista

Le mani sulla città. Vita e opere di Stefano Bandecchi

Michele Masneri

Il sindaco di Terni, re delle risse e dell’università telematica, ora sogna d’essere il  Cav.: "Io vengo da lontano, mica sono un improvvisato. Solo ora vi accorgete di me"

Sulle prime uno penserebbe che Stefano Bandecchi, il corpacciuto sindaco di Terni e forse ex boss della Ternana Calcio che un giorno sì e l’altro pure è colto a pugilare, inveire, turbinare le manone nelle aule di governo della città umbra o negli stadi della penisola sia una colossale nemesi di tutto ciò che in questi anni è stata la sua regione. Quel territorio storicamente noto per una certa sua duplicità, da una parte Giotto, certo, ma poi anche Monica Bellucci che annuncia con accento di Città di Castello: "che me stai a scippà er culo?" nei “Mitici” (1994). La pars destruens, diciamolo, è stata da anni sepolta in favore di un immaginario di raffinatezze locali ma globaliste. Don Matteo, certo, il prete urbanissimo che in bici vintage risolve delitti con la sua voce flautata, e poi Brunello Cucinelli, il cantore del cachemire francescano col suo borgo. L’Umbria coi suoi “Borghi più belli d’Italia”, nati qui,   insomma un’Italia più bella del vero,  Colin Firth e Mario Draghi col suo bracco “vinaccia”, il vivere lento, la filosofia a chilometri zero. Poi invece salta fuori lui, Stefano Bandecchi, e si torna a “i Mitici”. Anche se  umbro non lo è per niente, si scoprirà, col collo taurino ha conquistato Terni, ex fucina d’Italia, avamposto di sinistra e di acciaio oggi in preda alla deindustrializzazione. L’Umbria meno araldica, l’Umbria priva di un festival come Spoleto o come Perugia e nemmeno di uno straccio di Umbria Jazz o una film commission. Oggi Terni  ha il suo Bandecchi, almeno.

Sessantatré anni, fisico roccioso da ex parà, rolexone d’oro al polso, camicia a righine con sotto una maglia nera, questo il suo look (talvolta con blazer sopra a incernierare il tutto),  Bandecchi non è solo il sindaco di Terni che con la sua “Alternativa popolare”, partitello di centrodestra già di Angelino Alfano e ora ripreso in mano dal Bandecchi medesimo ha sgominato destra e sinistra, e qualche giorno fa in uno dei primi consigli comunali ha detto “ti faccio volare i denti” al capogruppo locale di Fratelli d’Italia Marco Cecconi già suo sfidante e pure a un altro.  È molto altro, è “imprenditore dai mille ruoli” come si autodefinisce sul suo sito internet che ne riassume le gesta. “Imprenditore a 360 gradi in diversi settori: formazione, ristorazione, benessere, editoria”. La sua impresa più grande è quella di aver fondato l’università telematica Niccolò Cusano, uno dei tanti (ma non tantissimi) atenei online che prosperano nel paese; Unicusano  irraggia le sue lezioni da un casermone tipo sede della Spectre alle porte di Roma, vicino al Vaticano; simbolo dell’università è un bel triangolone massonico con in mezzo un sole che ride. L’ateneo immateriale offre lezioni sui più disparati saperi, e si dice che alla Unicusano si siano laureati cinquanta politici, ma sarebbero “molti di più”, ha detto orgoglioso. Tra questi, il leggendario Francesco Lollobrigida, il ministro dell’Agricoltura e first cognatone d’Italia. Ce ne dica un altro, chiediamo a Bandecchi che è al mare, ancora per qualche giorno. “Francesco Battistoni”, dice al telefono col vocione. Ma chi è? “Come chi l’è. E’ un onorevole di Forza Italia. Ma ci sono anche tanti del Pd, tantissimi grillini”. 


La leggenda avanzata da Report – il suo più fiero nemico, la trasmissione che già due volte si è occupata di lui – vuole che la licenza per aprire un’università online, merce pregiatissima, glie l’abbia data il ministro della Istruzione Letizia Moratti il giorno prima della caduta del penultimo governo Berlusconi nel 2006, insomma atto estremo, atto sospetto, atto dovuto alle generose elargizioni a Forza Italia. Atto anche simbolico,il penultimo fremito del berlusconismo è concedere la licenza al Bandecchi, come un lascito anche morale. Ma ci arriviamo. Prima, un giorno bisognerà fare la storia delle università telematiche italiane, una storia che incrocia Bandecchi, passa attraverso Danilo Iervolino, il figlio degli istituti scolastici Iervolino, già vituperati diplomifici a Napoli, ora fantastiche startup per una new economy tutta italiana (in California scoprono le possibilità dell’online e si inventano Netflix, da noi le lauree online. Iervolino ha venduto agli americani per 1 miliardo di euro, ora è diventato proprietario dell’Espresso). Nel paese in cui tutti vogliamo esser chiamati dottore anche dal parcheggiatore, nel paese in cui anche il roccioso generale della Folgore Vannacci ci tiene a ostentare le  tre lauree più delle tre stelle, ecco che uno strumento per diventare dominus incontrastato è elargire l’agognato pezzo di carta. Magari proprio a certe categorie, che di studiare non hanno avuto modo, tutto tempo rubato alla carriera. A proposito, anche Bandecchi è stato nei paracadutisti, a Livorno, e ha partecipato pure a una missione in Libano, il Vannacci l’avrà conosciuto quasi certamente. “No, poi siamo lontani di età, comunque il suo libro per me sono solo un ammasso di battute troppo di destra”, dice al Foglio. L’Italia, per il Bandecchi, “è rimasta indietro, va cambiata un po’ la mentalità: le cose sulla razza sono intollerabili. E sennò i tedeschi hanno più la nazionale di calcio? Son tutti neri”. 

 

Il Bandecchi ostenta insomma una certa modernità, che in un paese normale sarebbe ovvia, qui pare fresca come acqua surgiva da fonti umbre. Poi è un fiero atlantista, condannatore della Russia nella faccenda Ucraina, ha detto - non si sa se con cuore puro - che finanzierebbe pure un pride a Terni. In passato si sa che ha votato Msi, ma “Non sono fascista”, dice ora. Però “Mussolini ha fatto cose buonissime come le pensioni e la sanità per tutti”, ha detto anche, alla Zanzara. “Troppi stranieri a Terni? No, per me possono venire tutti i neri da ogni parte del mondo”.  Droghe? Ho un fratello morto per droga, ma la cannabis se la possono fare”. “I bordelli? Sono una cosa da paese civile”. “Centrale nucleare a Terni? Io le farei ovunque…”. Il Bandecchi è attentissimo a dire una cosa di sinistra e una di destra perché punta al centro, vuole conquistare quel prezioso graal, non solo nella sua Terni ma in regione e perfino nel Paese. “Vinceremo anche in Trentino, lo sa che ci sono le elezioni provinciali a Trento il mese prossimo? Vedrà che sorprese. E poi tra quattr’anni io conto di fare il presidente del Consiglio”. Addirittura. “Ma scusi”, dice il Bandecchi, con accento da Ovosodo, “ma se l’ha fatto Conte, non possiamo farlo pure io e lei il premier? Lei si sente per caso peggio di Conte?”, chiede, il Bandecchi. Be’, va bene l’umiltà ma non esageriamo. “Ha visto?”. “Diciamo che non vogliamo, ecco. Preferiamo fare altre cose. Ma certo non è che non possiamo”. Il Bandecchi, va detto, è simpatico. Cosa farebbe per prima da cosa da premier? “Bisogna pensare a reindustrializzare il Paese. Per esempio la carne sintetica, i nuovi cibi: noi mangeremo la farina di grillo e la carne in provetta fatta dai cinesi e dagli americani e non le produrremo mai. Siamo diventati i consumatori e non i produttori. Io per esempio sono a favore della carne in provetta, sono contrario agli allevamenti intensivi. Il futuro passerà da lì e noi italiani ne saremo fuori”. 

 

Se la sente il suo scolaro Lollobrigida, alle prese coi granchi blu. Ma tornando alle ambizioni politiche, lei è sicuro della sua scalata? “Ovvìa, se Di Maio e Salvini han fatto i vicepremier, tutte persone che non hanno mai fatto niente nella vita” (in realtà dice ‘un cazzo’). E Meloni le piace? “Come persona sì, la conosco, è una donna amabile, però come governo non mi sembra che stiano mantenendo niente, cosa hanno fatto in un anno, con la benzina a 2 euro e 80, con gli sbarchi?”. A sinistra le piace Schlein? “No”. Qualcun altro? Ci pensa. “Mi piaceva Fassino”. Ma come Fassino. “Sì, è uno serio, colto, competente”. Ma lui rimane un centrista, “sono un popolare, sono una persona che pensa che al centro sta la virtù”. 

 

Al centro dell’Italia, anche, in questa Terni della Perugia meno pettinata, questo centrista che vorrebbe essere Helmut Kohl e vira verso Luciano Gaucci, sempre per evocare personalità calcistiche umbre (però pare che ora la Ternana l’ha venduta). “La smetta di dire minchiate” ha detto a un avversario al primo consiglio comunale, “gli sequestriamo le scarpe e gli diamo fuoco” a un cittadino che ha immerso i piedi in una fontana di Terni, “poi vediamo se gli diamo anche due schiaffi. Gli spaccherei proprio la testa nella fontana”. Poi ha tolto le panchine sul corso principale della città perché ci sono persone che stanno “a culo ignudo”; e “meglio non trovà le panchine che trovà le pisciate o le cacate”, la giustificazione. Bandecchi, non va bene. “Ma bisogna essere energici!”, protesta. “Io punto a un centro energico, non è che puoi esser energico solo a sinistra o a destra”.


Nel Terzo Polo non l’hanno voluta però. Eppure lì sono belli energici. “Renzi disse ok e Calenda disse che no, che ero un fascista. Ma io non mi faccio dire da Calenda cosa sono o non sono. Per Calenda poi non ho stima, uno che ha fatto uno stage alla Ferrari e dice che ha fatto il manager. Se è lui quello che deve illuminare il centro! Una lampadina a ventiquattro watt, l’è. Si rimane al buio”. Bella la metafora elettricistica, un attimo che sento Calenda. “Io il Bandecchi non l’ho mai incontrato, mi sembrava non adatto per una serie di atteggiamenti, è un matto, e vedo che gli eventi mi han dato ragione”. Ecco.  

Piuttosto,  Bandecchi, ma lei come ha cominciato?  “Eh, come ho cominciato”, fa lui, amareggiato. “Io vengo da lontano, mica sono un improvvisato. Solo ora vi accorgete di me.  Solo ora l’Italia si accorge di Stefano Bandecchi”. Eh, ora colmiamo la lacuna. “Sono di Livorno, mio padre faceva il camionista e mia madre la massaia. A Terni sono arrivato solo quando ho comprato la squadra. Ho fatto tante altre  cose, avevo anche una casa editrice”. Quale casa editrice? “La Winner s.n.c., pubblicavamo manuali giuridici e amministrativi, in cd rom”. Qualcuno lo chiama professore, ma professore non è. “Mi mancavano 4 esami a laurearmi in psicologia”, ha detto. “Anche se per anni sono stato uno dei primi contribuenti italiani, ve ne accorgete solo ora. E sa perché”. No, perché? “Perché finché stavo bono bono, pagavo le tasse, non rompevo i coglioni, ‘un mi si filava nessuno”. Poi ha cominciato a far casino. “No, non casino. Ho cominciato a non dar soldi più a nessuno, e mi son messo a far politica per conto mio, così si son incazzati tutti”. Bandecchi infatti si vanta di aver finanziato, legalmente si intende, tutti, dai Cinquestelle a Forza Italia. In Forza Italia addirittura era il secondo sponsor del partito dopo la famiglia Berlusconi. “Ne sono orgoglioso”, dice. Era amico del Cavaliere? “Mi onorava della sua amicizia”. E improvvisamente si capisce che Bandecchi a quel modello lì aspira, a essere un piccolo Silvio dell’Umbria. A partire dalle iniziali, SB. Imprenditore, politico, squadra di calcio, conflitto di interesse ora che è sindaco,   accuse di evasione fiscale (sequestro di beni per 20 milioni compresa una Rolls Royce). 

 

Come le è venuta in mente l’idea dell’Università? “E’ uscita una legge, e noi abbiamo fatto domanda”. A oggi le università telematiche in Italia sono 11 ed è probabile che non vi saranno mai altre autorizzazioni. Sostituite la parola “licenze” con “frequenze” e qualcosa torna.   “Finché ero imprenditore e basta non mi dicevan nulla. Adesso sono il criminale. Ma io non son mai stato condannato, né rinviato a giudizio”. Pare una musica già sentita. Non manca proprio nulla, gli han detto, per essere come il suo mito. “Solo qualche altro avviso di garanzia”, ha risposto lui, che è uno veloce, e due giorni fa come per magia ecco che è arrivato, l’altro avviso di garanzia, per la rissa scoppiata in consiglio comunale. “Ma io sto tranquillo, me la rido, non so gli altri, perché naturalmente l’avviso a me è arrivato perché gli altri mi han denunciato, ma ho denunciato pure io, dunque arriverà pure a loro”. Certo come carattere non è proprio simile al Cav. “Lui era troppo mite, io glie l’ho sempre detto. E’ quello che l’ha rovinato”. Lei mite proprio non è. “No”. Se Berlusconi non tollerava di non essere  amato proprio da tutti, a Bandecchi non importa nulla d’esser detestato. “Tanto tutto il mondo pensa che sono uno stronzo, allora sono diventato un superstronzo”, ha detto il Bandecchi, che da superstronzo risponde a ogni provocazione, non si tiene  niente. A febbraio dopo la sconfitta della sua Ternana contro il Cittadella ha sputazzato dei tifosi antipatizzanti. “Se mi sputano io rispondo - le sue parole - e se non ci fossero state le barriere avrei anche dato loro due schiaffi”. A maggio, in tv, commentando una partita: “la Juve ha rubato, e Gravina è meglio che cambi spacciatore”, rivolto al presidente della Figc. Un’altra volta, gli lanciano una bottiglia. E lui: “Collegate il cervello, sennò smettete di rompermi i coglioni perché la bottiglia di oggi ve la rimetterò nel culo”. 


Enzo Biagi diceva che Berlusconi voleva fare tutto, e se avesse avuto pure un filo di seno avrebbe fatto anche la conduttrice. Il Bandecchi, che è post e meta, conduce eccome. Presenta, sempre in blazer blu, la trasmissione “L’imprenditore e gli altri” su Cusano Italia tv, una delle “due tv nazionali” che fanno capo al suo impero, e poi c’è pure una radio e un giornale online, Tag24.  Il programma  tv che conduce lui “è interamente dedicato alla politica, all’economia e al mondo imprenditoriale. In onda tutti i lunedì dalle 21, con la partecipazione fissa del rettore della Unicusano Fabio Fortuna”. Chiamo il rettore Fortuna. “Non mi metta in mezzo, se vuole parlare di economia ci sono, per il resto no”, dice Fortuna. “Nelle università telematiche, lei lo saprà, il rettore garantisce solo per le questioni accademiche, non gestionali”. Vabbè, ma rimanendo alle questioni accademiche, il Bandecchi è stato a un certo punto pure responsabile della Universitas Libertatis, quella specie di think tank che doveva sorgere a villa Gernetto, una delle villone brianzole del Cav., una specie di scuola di partito liberale che non si sa se sia mai decollata. “Certo che era decollata, l’idea della universitas della libertà  fu di Berlusconi, l’esecuzione mia, ma poi quando è mancato l’hanno subito affossata, perché era un progetto che non andava giù a nessuno in Forza Italia”, dice il Bandecchi. A un certo punto pare che ci abbiano ospitato pure dei profughi ucraini, come pure alla sede della Cusano, a Boccea.  Perché universitas? Un latinismo di quelli che piacevano al Cav.? “È una questione giuridica perché tutti coloro che vogliono chiamarsi università ma non sono riconosciuti dallo Stato devono chiamarsi Universitas. Ci sono l’Universitas del prosciutto, della moda...”, ha detto.  Anche qui, vengono in mente le prime tv private con le televendite, coi prosciutti e le bici col cambio Shimano.

 

Le  sue tv (ma c’è anche Radio Cusano Campus) il Bandecchi non le usa solo per irradiare lezioni alle masse: “la televisione e la radio sono i miei due punti di forza. E’ come una pistola. Non la devo usà per forza, ma intanto tu sai che ce l’ho”, sono suoi messaggi finiti a Report. La sua tv è meta, è post come lo è il personaggio. Nell’ultimo Report a lui dedicato si vede la squadra della trasmissione di Rai 3 che filma Bandecchi che a sua volta viene filmata dalla troupe di Tag24 che non lo molla un attimo. E quando è andata in onda la puntata, lui ha mandato in onda l’integrale dell’intervista che Report gli aveva fatto, sui suoi canali. “Non è che la verità è appannaggio di Sigfrido Ranucci. Quelli fanno un’intervista e tagliano tutto tranne i pezzetti che vanno bene a loro, io potrò avere il diritto di mandare in onda l’integrale?”, dice il Bandecchi, che avrebbe spedito pure “squadracce” di suoi giornalisti a tampinare i dipendenti Unicusano che han parlato con la trasmissione di Ranucci. 


Alla fine il Bandecchi pare sì un seguace del Cav., ma di un’altra generazione. Il Bandecchi, nella sua Terni, che è un po’ la Rust Belt italiana, è un Trump livornese, che ha capito come si usano i media oggi, e come va il paese da sempre. Sa che sbuffoneggiare non è una vergogna ma anzi un vantaggio. E  se nella Prima repubblica gli imprenditori davano le case ai politici, lui avrà pensato: cosa c’è di più importante per i politici dopo la casa? No, non quella cosa che pensate. Anche in questo è diverso da Berlusconi. È  la laurea. “Seee, se avessimo puntato sulle   lauree date ai politici saremmo morti di fame” dice il Bandecchi. “Se lei guarda i negozi dove gli onorevoli comprano le cravatte…” intendendo che forse non fanno grandi affari. Lui, nel dubbio, non si è laureato, e non porta la cravatta.  

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).