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intervista

Il dibattito pubblico? Fottuto. Chiacchierata con Roccella. Tra Spritz e libertà 

Salvatore Merlo

“Quando i pensieri articolati vengono semplificati fino a essere deformati in idiozie si sceglie di far saltare la dialettica sulle cose vere. E questo ha un effetto sulla democrazia” spiega il ministro per le Pari opportunità e la famiglia

“Non ho mai detto che non si devono dare nomi di persona ai cani”, scandisce. “Non ho mai detto che in Italia non si fanno figli perché si preferisce lo Spritz”, aggiunge. “Non ho mai paragonato il caso Santanchè con quello di Enzo Tortora”, conclude. Poi Eugenia Roccella, ministro per le Pari opportunità e la famiglia, sorride e parla col tono di chi cerca di ottenere qualcosa con la dolcezza e la pazienza: “Leggere tutti i pensieri che mi vengono attribuiti, e non riconoscermi spesso in nemmeno una virgola, mi sta facendo molto riflettere sul rischio di un dibattito pubblico in cui pensieri articolati vengono semplificati fino a essere deformati in pure idiozie.  Da un lato c’è una forma di impazienza diffusa, una mancanza assoluta di curiosità intellettuale, cioè la scarsa voglia di capire gli altri. Dall’altro c’è un eccesso di strumentalizzazione politica di ogni cosa che porta a livelli furiosi di schematismo. Sei cattolico? Allora devi essere anche per forza bigotto, moralista, arcigno e omofobo. Ma io vengo da una famiglia di Radicali! Come la mettiamo?”.

 

E in effetti, diciamo al ministro, anche a noi spesso è capitato di pensare che l’Italia sia diventata il paese dei 40 gradi, il paese sciroccato in cui si prendono fischi per fiaschi, in cui si parla tutti come degli scoppiati di Twitter, in cui si legge e non si capisce ciò che si è letto, e in cui giornali un tempo borghesi vengono impaginati  intorno al linciaggio di Filippo Facci. Ma la destra spesso ci mette del suo. Ci sono ministri che straparlano di calciatori omosessuali o di sostituzioni razziali. E non si sa bene il perché. La sinistra è sciancata, ma la destra governa.  Roccella, per esempio, con la storia dei nomi dei cani che voleva dire? “Era un pensiero  articolato. E premetto che io  ho tre gatti e un cane zoppo. Il cane si chiama Spock, i gatti si chiamano Donald, Oliver e Colette. Tutti nomi di persona. Io quel discorso l’ho fatto perché mi trovavo ai giardinetti e ho sentito urlare il nome ‘Eugenio’ e poi ‘Enricomaria’, e ho visto che il padrone chiamava così due cani. Questa cosa mi ha fatto riflettere. Ho pensato che in questo nostro dare i nomi ci fosse  il segno di un diffuso bisogno di affettività, di famiglia, qualcosa a cui dare ascolto, e forse in qualche caso anche un segno di solitudine. Il  30 per cento delle famiglie in Italia oggi è composta da una sola persona. Non so come tutto questo possa essere diventato: ‘Roccella attacca chi chiama i propri animali con nomi umani’. Se l’avessi fatto sarei  un’idiota”. 

 

Leggiamo da Twitter l’account di un dirigente nazionale del Pd: “La ministra Roccella sostiene che una bambina o un bambino non può essere ‘un’alternativa allo Spritz’, e che molte coppie non farebbero figli per ‘fare la bella vita’ tra aperitivi e cene”. E’ così, ministro Roccella? “Ovviamente no.  Quella dello Spritz è un’immagine, peraltro non mia, con la quale, all’interno di un discorso assai più lungo di un tweet, cercavo di introdurre l’idea che anche il welfare vada rimodulato e adeguato alle nuove esigenze delle donne. Cioè lo stato deve consentire alle donne di poter fare figli senza che esse debbano privarsi delle libertà, da quelle importanti come la carriera a quelle più futili come l’aperitivo. Quindi dicevo il contrario di quello che crede di aver capito, per esempio, Alessandro Zan. Ma anche molti giornali. E io questa cosa, che non riguarda ovviamente soltanto me, lo ripeto, la trovo preoccupante. Persino un po’ pericolosa”. 

 

Addirittura pericolosa?  “Ma certo, scusi,  se tu in politica nemmeno ascolti le persone che hai davanti, nemmeno ti sforzi di capire cosa stanno dicendo per meglio controbattere, alla fine stai facendo saltare quello che mio padre chiamava ‘il libero gioco dei convincimenti’. Cioè fai saltare la dialettica politica sulle cose vere, quelle che accadono sul serio. Questo alla lunga non può non avere conseguenze anche sulla qualità della democrazia. Ieri in cabina di regia è stato detto che le risorse per costruire gli asili nido sono state impegnate al 90 per cento.   E mi dicono: ‘La ministra anziché parlare di Spritz si occupi degli asili  nido’. Ma  io, accidenti, proprio nello stesso discorso avevo appena spiegato che sugli asili siamo a buon punto. E’ come se si surrogasse con lo slogan, e con la ipersemplificazione del pensiero altrui, quell’inquietudine e quell’efficienza dello studio che era sempre stato patrimonio anche della sinistra, del militante con la casa foderata di libri”.

 

Scusi ministro, quindi lei non ha nemmeno paragonato Daniela Santanchè a Enzo Tortora? “Io ho semplicemente detto che l’esasperazione delle indagini preliminari nel nostro paese, quando coinvolgono un politico ma non solo un politico, determinano per quella persona un tracollo della reputazione e una crisi spesso irrecuperabile della carriera. Anche quando poi queste indagini si dissolvono nel nulla, o terminano con un’assoluzione. Mentre, al contrario, quei magistrati che conducono talvolta indagini campate in aria o che commettono errori gravissimi fanno carriera. Vengono promossi. Non subiscono nessun effetto negativo dai loro sbagli. Come è avvenuto, per esempio, nel caso Tortora. Questo ho detto. C’è evidentemente, credo io, un problema. Nell’informazione, che è più che superficiale, ma anche nella politica”. Ovvero? “Ovvero non c’è legittimazione reciproca tra avversari sul piano delle argomentazioni. Se tu dici o fai una cosa, quasi nessuno risponde nel merito. E si tende a delegittimare sul piano personale  o a fare un uso bilioso del sarcasmo.  Io ho subito una manifestazione che aveva come scopo l’impedirmi di parlare alla presentazione del mio libro, a Torino,  cosa che ci sta per chi fa  politica. Quello che mi ha colpito di più è stato che dopo la contestazione personalità importantissime della sinistra hanno detto: è giusto non farla parlare. Ecco, questo è spaventoso. Appena quindici anni fa non sarebbe stato nemmeno pensabile. Forse lo era  solo negli anni 70, che si sa come sono finiti”. Intervenne Mattarella. “Con parole molto semplici e un riferimento assai significativo a don Lorenzo Milani”. Anche la destra non è immune alla delegittimazione, alla semplificazione del pensiero altrui. “Può darsi, io però faccio un discorso che riguarda la mia esperienza. E a me pare che questa attitudine sia ormai tipicamente di sinistra. La stragrande maggioranza dell’informazione di sinistra, sui giornali militanti, è orientata alla propaganda, alla voglia di dipingere questo governo come un governo di improvvisati. Anche a costo di capovolgere il senso delle cose.  L’altro giorno un importante quotidiano non ha dato la notizia della legge antiviolenza. E sa perché?”. No, lo dica lei. “Perché non avrebbero potuto parlarne male”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.