regolamentazione

La curva dell'innovazione digitale cresce, quella della regolazione arranca

Pasquale Annicchino

Il conflitto tra stati e tecnoeconomia globale è più attuale che mai. Ma per vincere la sfida è necessario rivedere l'approccio autoritario. Per questo sarebbe utile rileggere Louis Brandeis

Le piccole patrie contro la tecnoeconomia globale. Già qualche anno fa Natalino Irti aveva avvertito sullo scenario che ci saremmo trovati davanti: “Da un lato, le province della terra, le piccole patrie, custodi delle differenze, inconfondibili per linguaggio, usi, tradizioni. Qui vige la potenza del confine, che limita e circoscrive, include ed esclude, separa il dentro e fuori (…) Di contro ai luoghi della terra, definiti e conchiusi, sta la dimensione planetaria della tecnoeconomia”. E’ questo uno scontro che vediamo ripetersi, soprattutto se guardiamo ai sempre più diffusi tentativi di arginare l’influenza delle tecnologie digitali, nei processi politici di diversi paesi del mondo.

La dicotomia non riguarda solo realtà pacificamente ritenute autoritarie come la Cina del Partito comunista cinese o l’Iran dei mullah. L’Unione europea propone il suo modello di “sovranità digitale”, gli Stati Uniti provano a contenere lo strapotere dei guru della Silicon Valley, lo scorso 5 luglio la Federazione russa ha provato a disconnettersi dall’internet globale per testare il proprio internet sovrano con risultati disastrosi.  Siamo davanti a una grande trasformazione. Dato un piano cartesiano e tracciate due curve parallele vediamo che il loro andamento differisce in modo sostanziale. Mentre la curva dell’innovazione tecnologica digitale cresce rapidamente, quella della regolazione arranca senza mai riuscire a normare i fenomeni che sarebbe chiamata a disciplinare. In questo modo, by design, le innovazioni tecnologiche digitali si presentano come portatrici di una normatività propria che la legge dello stato e i trattati internazionali fanno fatica a disciplinare.

Inoltre, mentre la tecnologia digitale opera in uno spazio piatto la regolazione deve fare i conti con i confini degli stati e con le differenti declinazioni della sovranità. La crisi delle fonti del diritto produce la crisi della regolazione. A questa si aggiungono cortocircuiti politici con liberaldemocrazie occidentali che arrivano a pensare di poter ricorrere a strumenti tradizionalmente utilizzati in ordinamenti autoritari come la sorveglianza di massa e la chiusura di internet. Appare necessario un nuovo pensiero e delle nuove categorie per provare a disciplinare l’impatto della tecnoeconomia digitale sulle nostre vite. Se non si vuole essere particolarmente creativi si potrebbe partire dalle idee del “Profeta” statunitense Louis Brandeis. Acerrimo avversario del Big Business, grande cultore della dignità e della privacy degli individui. Fu anche decisivo, come leader del movimento sionista statunitense, nel convincere Woodrow Wilson e il governo britannico a riconoscere la necessità di uno stato per gli ebrei. In una sua famosa opinione dissenziente del 1928 nel caso Olmstead c. Stati Uniti scriveva: “Le innovazioni scientifiche nella fisica e nelle altre discipline potrebbero portare a soluzioni che consentono di monitorare i pensieri, le emozioni e il foro interno degli individui. Facendo riferimento a casi meno importanti, James Otis scrisse che questo ‘Mette la libertà di ogni uomo nelle mani di ogni insignificante funzionario pubblico’ (…) Può essere che la Costituzione non garantisca alcuna protezione contro un’invasione della sicurezza individuale di tale portata?”. No, non può essere. Per questo, oggi più che mai, è opportuno rileggere Brandeis e provare a reinterpretare il suo pensiero davanti alle sfide della tecnoeconomia digitale e alla sua dimensione planetaria.

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