Riforme e campagne elettorali

“Troppa fretta sull'Autonomia”. La versione di Bassanini sulle dimissioni che complicano la riforma

Gianluca De Rosa

L'ex ministro, insieme a Giuliano Amato, Franco Gallo e Alessandro Pajno, ha lasciato il comitato per l’individuazione dei livelli essenziali d’assistenza che fa il lavoro propedeutico alla riforma sognata dai leghisti

Francesco Boccia gongola. Per il capogruppo del Pd al Senato e segretario “delle cose serie” dem, si tratta della “pietra tombale” sulla legge Calderoli. Le dimissioni degli ex presidenti della Corte costituzionale Giuliano Amato e Franco Gallo, dell’ex presidente del Consiglio di stato Alessandro Pajno, e dell’ex ministro per la Funzione pubblica Franco Bassanini dal comitato per l’individuazione dei livelli essenziali d’assistenza (Clep), l’organo composto da 61 esperti che sta facendo un lungo e complesso lavoro istruttorio, rischia di essere la mannaia definitiva sull’autonomia differenziata, massimo obiettivo della Lega e del ministro per gli Affari regionali e l’Autonomia Roberto Calderoli. Quasi sicuramente sul sogno leghista di portare a casa almeno parzialmente la legge prima delle elezioni europee del 2024.

 

Le ragioni dell’addio sono esposte in una lettera di quattro pagine che i dimissionari hanno inviato a Calderoli e al presidente del Clep Sabino Cassese. Questioni tecniche ma rilevantissime che erano già state presentate al ministro ad aprile in un paper firmato da i quattro. La prima riguarda i tempi. Al comitato è stato chiesto di fare una ricognizione su fabbisogni e costi regione per regione sui i livelli essenziali che già esistono per legge.  “Chiudere in tempo questa ricognizione che prevede tempi strettissimi, è impossibile”, spiega al Foglio uno dei dimissionari, Franco Bassanini. C’è poi una questione di materie escluse, perché l’articolo 117 della Costituzione prevede la determinazione dei Lep “concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, e non solo quelli previsti dall’articolo 116 comma 3 (quello che per alcune materie prevede l’autonomia differenziata).

 

Su questo Cassese ha istituito una sotto commisione. “Ma come per il resto – spiega Bassanini – si tratta di una mera ricognizione dei Lep già previsti dalla legge, e non di quelle che servirebbero per assicurare effettivamente il superamento delle disuguaglianze territoriali, questi altri potrebbe fissarli solo il parlamento e con tempi inevitabilmente più lunghi”. Ma il punto principale riguarda la fissazione contestuale di tutti i Lep, “Perché – dice Bassanini – solo a quel punto si capisce se ci sono sufficienti  risorse in bilancio per garantire quei livelli su tutto il territorio nazionale e su tutte le materie”.

 

Se la valutazione viene invece fatta materia per materia, come scrivono nella lettera i dimissionari “ci si troverebbe alla fine nella condizione di non potere finanziare i Lep necessari ad assicurare l’esercizio dei diritti civili e sociali nelle materie lasciate per ultime”. La questione pone un’ulteriore domanda: e se fissati tutti i Lep le risorse del bilancio non fossero sufficienti per garantirli in tutte le regioni? “A quel punto – dice Bassanini – si possono o abbassare i livelli di alcune prestazioni o aumentare le risorse disponibile, ad esempio attraverso una nuova tassazione, valutazioni che può fare solo il Parlamento”.

 

Al di là dai commenti ufficiali – il capogruppo al Senato Alberto Balboni parla di “argomenti infondati e pretestuosi” – in FdI la notizia non è stata accolta con disperazione. Anzi. Alla premier Meloni, che non ha commentato la notizia, potrebbe non dispiacere. Sono le ore in cui Matteo Salvini la incalza sulle prossime elezioni europee. E d’altronde europee e autonomia sono argomenti più intrecciatati di quanto s’immagini. La fretta di Calderoli è legata proprio a questo. Al vincolo politico imposto dal suo partito di portare a casa la riforma prima delle elezioni, con l’effetto prevedibile di dar vento alle vele leghiste al nord (probabilmente a scapito di FdI), ridimensionando invece il centrodestra al sud, dove la Lega è debole, e dunque penalizzando Forza Italia e FdI. Non a caso il ministro pur dicendosi “stupito” e “rammaricato” ha garantito che la maggioranza andrà avanti: “Porteremo a casa questo risultato di civiltà”.

 

E però l’astuzia del leghista che aveva voluto coinvolgere all’interno del comitato esponenti di culture politica anche molto lontane dalla sua, da Luciano Violante a Anna Finocchiaro, è finita con rivoltarsi contro di lui. Dal Pd al M5s fino a Italia viva il commento alle dimissioni è unanime: così la riforma è finita prima ancora di arrivare in Parlamento.