(foto Ansa)

la matrice brasiliana

Dopo l'assalto in Brasile. Il motore del populismo a destra è il complottismo non il fascismo

Claudio Cerasa

Anche le rivoluzioni antidemocratiche si possono esportare. Le condanne a metà di Meloni e Salvini sull'aggressione alle istituzioni brasiliane mostrano la radice più tossica del sovranismo

Ha scritto ieri con saggezza Anne Applebaum sull’Atlantic che i sostenitori di Jair Bolsonaro, che domenica sera hanno preso d’assalto il Congresso brasiliano, il palazzo presidenziale e la Corte suprema, hanno dimostrato che le rivoluzioni in grado di diventare contagiose non sono solo quelle democratiche ma sono anche quelle anti democratiche. Applebaum naturalmente si riferisce alle simmetrie che esistono tra l’assalto ai palazzi del potere brasiliano (8 gennaio 2023) e quello al Congresso americano (6 gennaio 2021). E, in particolare, si riferisce al modo in cui, in Brasile, il presidente sconfitto – che dopo aver perso le elezioni a novembre si è rifiutato di partecipare all’insediamento del suo successore, di cancellare dalla bio dei suoi account social il titolo di presidente del Brasile e di riconoscere che coloro che hanno cercato di assalire le istituzioni brasiliane erano in buona parte suoi follower – ha scelto di non accettare la vittoria del suo rivale, proprio come Donald Trump.

 

La prospettiva descritta da Applebaum, ovverosia che le rivoluzioni antidemocratiche possano essere terribilmente contagiose, dovrebbe suggerire a tutti coloro che hanno a cuore la difesa delle democrazie liberali di essere molto netti, molto chiari e per nulla ambigui di fronte a fatti come quelli registrati in Brasile. E coloro che avrebbero il dovere di essere più netti, più chiari e meno ambigui degli altri dovrebbero essere i rappresentanti delle forze politiche che in passato hanno mostrato buona vicinanza al politico che ha ispirato le rivolte andate in scena domenica in Brasile, ovvero Jair Bolsonaro. Sfortunatamente, nella giornata di ieri, il più importante governo di destra dell’occidente, ovvero il governo italiano, ha scelto di condannare l’assalto ai palazzi del potere brasiliano con toni apparentamene forti ma in realtà decisamente ambigui. Ha detto Giorgia Meloni: “Quanto accade in Brasile non può lasciarci indifferenti. Le immagini dell’irruzione nelle sedi istituzionali sono inaccettabili e incompatibili con qualsiasi forma di dissenso democratico. E’ urgente un ritorno alla normalità ed esprimiamo solidarietà alle istituzioni brasiliane”. Ha detto Matteo Salvini: “Condanniamo ogni tipo di violenza, in Brasile come ovunque. Il libero voto dei cittadini si rispetta, sempre”. 

 

In entrambi i casi, i vecchi sostenitori di Bolsonaro, ovvero Meloni e Salvini, hanno scelto, come notato su Twitter da Mattia Guidi, docente di Scienze politiche all’Università di Siena, di non dare un nome all’accaduto (è o non è violenza?), hanno scelto di mostrare genericamente preoccupazione per “le immagini” arrivate dal Brasile (ovviamente “inaccettabili”) e hanno scelto di non esprimere alcuna solidarietà esplicita al presidente Lula (cosa che invece ha fatto per esempio Macron). Ma soprattutto Meloni e Salvini hanno scelto di non occuparsi minimamente, nella loro comunicazione politica, dell’ideologia tossica che si trova dietro l’assalto alle istituzioni brasiliane: il complottismo. Non se ne sono occupati ieri e non se ne occuperanno neppure nei prossimi giorni, purtroppo, perché per i sostenitori della vecchia destra nazionalista fare i conti con il proprio passato complottista è difficile, è traumatico, è complicato e significherebbe dover ammettere, sia quando si parla di minacce antidemocratiche in Brasile sia quando si parla di minacce antidemocratiche negli Stati Uniti, che uno dei motori che accendono l’estremismo, nelle democrazie moderne, che è lo stesso motore che spesso accende anche la macchina violenta del suprematismo, non è azionato dal gesto di un qualche folle, dall’azione di un qualche pazzo, dall’impresa di un qualche squilibrato ma è, molto più semplicemente, frutto di un sentimento che in molti, negli anni passati, hanno contribuito ad alimentare.

 

Parlare di complottismo, condannarlo fino in fondo, denunciarlo nel suo profondo per i vecchi amici del nazionalismo, per i vecchi compagni di merende dei Bolsonaro e dei Trump, significherebbe mettersi di fronte a uno specchio, significherebbe riconoscere i propri errori, significherebbe condannare il proprio passato senza fingere che ciò che si è oggi sia in coerente continuità con ciò che si è stati ieri. E significherebbe infine ammettere quanto sia stato grave aver dato la propria adesione all’internazionale del complottismo, un’internazionale che partiva da Donald Trump passava per Jair Bolsonaro e arrivava fino a Vladimir Putin, dando un proprio contributo al sostegno, nelle democrazie, delle rivoluzioni antidemocratiche. Condannare, in modo generico, è meglio che fischiettare, ma condannare in modo generico non è sufficiente per fare i conti fino in fondo con una storia che sul curriculum delle destre mondiali pesa più del fascismo: il complottismo, bellezza.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.