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“Nomi, no poltrone”

Meloni non vede Salvini e sulla lista leghista scuote la testa: c'è subito un problema di metodo

Simone Canettieri

La leader di FdI e quello del Carroccio non si incontrano, ufficialmente per motivi d’agenda. Dal sesto piano della Camera, dove la premier in pectore è rintanata, emerge un certo fastidio per i desiderata salviniani. “Queste liste sono ininfluenti, non servono a nulla se non a voi giornalisti”, taglia corto un meloniano di fiducia. Dalla Lega non la pensano così

Incontra Roberto Cingolani. Mantiene un filo diretto con Mario Draghi. Riceve alti graduati dell’esercito, parla di strategie energetiche. Si sente al telefono, per la seconda volta, con il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky per assicurargli “pieno sostegno alla causa della libertà del tuo popolo”. E poi ha un colloquio con l’ex premier israeliano Benjamin Netanyahu, ricandidato alle elezioni politiche del prossimo 1° novembre.  Giorgia Meloni fa tutte queste cose al sesto piano della Camera. Due piani sotto per l’intero pomeriggio c’è Matteo Salvini, che riunisce il federale della Lega, e squaderna la lista dei desideri. I due non si vedranno. Anzi.

     
Quando la premier in pectore legge le agenzie informate sulle richieste dei ministeri in quota Carroccio fa una smorfia con i suoi collaboratori. Ufficialmente la linea è: non commentare i desiderata salviniani, a partire dal Viminale, oggetto dei desideri del segretario. E però trapela fastidio questo sì. Perché Meloni si aspettava altro dal vertice leghista. E cioè i nomi, non le caselle. Così almeno era rimasta, leggendo anche le dichiarazioni di Salvini. Alla fine, invece, è uscito il contrario. La lista: Interno, Scuola, Infrastrutture, Affari regionali... Giancarlo Giorgetti incrociato in un corridoio con Roberto Calderoli sembra scherzarci su: “E il vicepremier? E il sottosegretario presidenza del Consiglio? Poi che altro vogliamo”. Non si sa se l’ex ministro dello Sviluppo economico ce l’abbia un po’ con la lista impossibile uscita dal Federale o si diverta a prendere per il naso i cronisti. Di sicuro, seppur nello stesso palazzo e dunque sotto il medesimo tetto, Giorgia e Matteo appaiono divisi e lontani. Lei voleva i nomi autorevoli, lui ha fatto uscire le poltrone pesanti a cui ambisce la Lega. Un gioco che se riprodotto anche da Forza Italia rischia di complicare ancora di più il quadro, consolidando l’idea maligna, ma non peregrina, di un’intesa fra Salvini e Berlusconi per stringere a tenaglia la premier in pectore.

   

Ufficialmente il faccia a faccia fra i due salta per motivi d’agenda. Anche se Salvini rimane a Montecitorio per diverso tempo anche dopo che è finito il direttivo del suo partito. Si vedranno, e per forza. Ma in Fratelli d’Italia leggono la mossa dell’alleato con la malizia di chi lo conosce bene. I colonnelli di Meloni pensano insomma che questa strategia di far uscire la lista della spesa – con il Viminale a fare da titolo – serva comunque ad aumentare la tensione. A ricevere un no da sfruttare poi nel rush finale. Sarà così? Salvini minimizza e dice come al solito che non ci sono problemi e che insomma si sente sempre “con l’amica Giorgia”. Dal sesto piano, dove la premier in pectore è rintanata, emerge un certo fastidio.

 

“Queste liste sono ininfluenti, non servono a nulla se non a voi giornalisti”, taglia corta un meloniano di fiducia e di lungo corso. Cioè? “Sarà importante la sintesi vera che farà Giorgia quando sarà premier incaricato, il resto sono chiacchiere”. Dalla Lega, ovvio, non la pensano così. E qui c’è lo iato fra Salvini e Meloni. Tra l’alleato ferito dalle urne e la nuova leader del centrodestra che evidentemente non fissa fra le priorità della sua agenda l’incontro con l’alleato. Meglio parlare con il ministro Cingolani della posizione dell’Italia ai prossimi appuntamenti europei in materia di gas. Meglio coltivare un rapporto con Zelensky, biglietto da visita anche nei confronti dell’Europa e dell’America. E se c’è chi si affanna, c’è dunque chi minimizza e pensa ai veri dossier. Con messaggi ecumenici di unità nel giorno delle celebrazioni di San Francesco che “ci ricordano l’importanza di quel forte senso di comunità che unisce la Nazione. Da qui e dalla necessità di concorrere tutti, pur nelle differenze, all’interesse nazionale è necessario ripartire per affrontare le difficili sfide che l’Italia ha davanti”. Un modo elegante per far capire, con spirito francescano, che i ministeri di Salvini possono aspettare.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.