Vince il sovranismo

Sfascio e paletti. Cosa rischia l'Italia dopo il trionfo di Meloni

Claudio Cerasa

Il cambio di fase è imponente, i pericoli sono enormi ma il trasformismo può salvare l’Italia. A condizione che la coerente Meloni riesca a educare all’incoerenza i propri follower

Vince Giorgia Meloni, si affermano i nazionalisti, non sfondano i centristi, cadono i democratici, sorprendono i grillini, arretrano gli europeisti: il resto conta poco. Per tutti coloro che hanno a cuore la difesa dell’Europa, la battaglia contro i populismi, la lotta contro i complottisti – e per tutti coloro che considerano cruciale per un paese come l’Italia tenere lontano dalle posizioni di governo i sostenitori del sovranismo, i follower del nazionalismo e i nemici della globalizzazione – il 25 settembre verrà ricordato a lungo con il brivido di chi si è ritrovato di fronte ai propri occhi un cambio di paradigma mica male. Fino a ieri, il modello Draghi, il modello del sovranismo europeista, il modello dell’atlantismo miscelato all’europeismo. Oggi, invece, il modello Meloni, il modello Salvini, il modello dell’atlantismo euroscettico, che altro non sono, tutti questi modelli, se non sinonimi di quattro modelli ulteriori che si tengono pericolosamente insieme: il modello Trump, il modello Orbán, il modello Le Pen, il modello Vox.

L’Italia che esce dal voto del 25 settembre, dunque, è un’Italia che si candida molto pericolosamente a diventare, in Europa ma non solo, la portaerei di un nuovo euroscetticismo europeista, al centro del quale vi è un preciso e innovativo, per così dire, whatever it takes: fare di tutto affinché il processo di integrazione europeo faccia passi indietro piuttosto che fare passi in avanti. Il che vuol dire: un approccio euroscettico, dalle politiche dell’immigrazione alla rinegoziazione del Pnrr, passando per la concorrenza e lo stato di diritto, che tenderà a considerare Bruxelles più un avversario che un alleato; che tenderà a considerare l’Europa buona solo quando darà prova di funzionare come un discreto bancomat; e che minaccerà costantemente di dare maggior peso alla legislazione nazionale rispetto a quella europea, provando a fermarsi un istante prima di superare la linea rossa della Corte di giustizia.

 

L’Italia di oggi, per quanto abbia scelto di affidarsi a partiti con un marcato curriculum populista, è un’Italia molto diversa però da quella che sbucò fuori nel 2018 dalle urne, quando i due partiti che governarono l’Italia per dodici mesi, la Lega e il M5s, vennero votati dagli elettori sulla base di una piattaforma anti casta, anti sistema, anti europeista, desiderosa di rimettere in discussione il ruolo dell’Italia in Europa, le coordinate internazionali del nostro paese. E sulla base di quella piattaforma, come qualcuno ricorderà, i due partiti fecero quello che tutti oggi ricordiamo e fecero quello che, per  tre anni e mezzo,  i governi successivi hanno provato a cancellare: avvicinare l’Italia alle democrazie non esattamente liberali, spostare il baricentro del nostro paese da Bruxelles, avvicinarlo un’anticchia a Mosca senza disdegnare una spintarella cinese. Quattro anni dopo, si può dire che lo scenario che si presenta oggi di fronte all’Italia è preoccupante, pericoloso, minaccioso, ma non al punto tale da pensare che i fondamentali del nostro paese, come nel 2018, possano essere messi in discussione. Sul fatto che l’euro sia irreversibile, per fortuna, non c’è più alcuna discussione. Sull’appartenenza all’Europa, per fortuna, anche tra i vecchi sostenitori del modello Brexit, alcuni dei quali oggi sono di nuovo in Parlamento, nessun dubbio. Sulla fedeltà all’atlantismo, nonostante gli armadi dei populisti pieni di scheletri putiniani, nessuna titubanza. Sul rispetto dei contratti europei, Pnrr compreso, poco dibattito: si può cambiare qualcosa, forse, ma non bisogna cambiare rotta, e il fatto che nessuno dei partiti che faranno parte del nuovo Parlamento abbia mai votato contro il Piano nazionale di ripresa e resilienza è, per quel che conta, una garanzia di non eccessiva instabilità.

 

Dunque, si dirà, che può succedere? Quali sono i rischi, per l’Italia, nell’avere una destra nazionalista, sovranista, populista, euroscettica al governo? Norberto Dilmore, sul Mulino, ha offerto una chiave interessante, per provare a orientarsi e ha notato che avere una destra che si ispira al modello polacco significa aspettarsi di vedere in Italia le stesse scene già viste in Polonia: agire da freno al processo di integrazione europea, con l’eccezione dei casi in cui ne traeva un diretto tornaconto economico, minacciando di violare costantemente i trattati europei. Se perseguirà l’approccio polacco, scrive Dilmore, il nuovo governo italiano cercherà di comprendere “dove si situano le red lines che porterebbero a una rottura con l’Unione (e con l’asse franco-tedesco), e proverà a mantenersi in prossimità di esse senza però superarle (se non per breve tempo). Così, si cercherà di rinegoziare il Pnrr per poi probabilmente accontentarsi di alcuni cambiamenti al margine. Mentre, d’altro canto, una deriva orbanista non è impossibile a livello interno, ma solo se le cose si metteranno male per il governo di destra, che di fronte a un forte scontento economico e sociale potrebbe essere tentato dall’opzione della democrazia illiberale”.

 

Ecco: ma cosa rischierebbe l’Italia se nel bel mezzo dell’attuazione del Pnrr dovesse arrivare un nuovo governo euroscettico, che vuole rinegoziare parti importanti di esso e che ha in mente riforme che non sono compatibili con la legislazione europea e che potrebbero scardinare gli equilibri macroeconomici del paese e forse dell’Eurozona? E cosa potrebbe succedere, si chiede ancora Dilmore, se i paesi che maggiormente beneficiano della maggiore integrazione europea (e che soffrono di importanti fragilità e debolezze) diventassero i primi a distanziarsi dall’approccio solidale e a favorire in modo opportunistico solo politiche che producono un tornaconto diretto, spingendo i paesi che hanno appoggiato con riluttanza o con riserva il Recovery, che per un quarto è destinato interamente all’Italia, a tornare indietro sui propri passi? Lo scenario che si presenta di fronte ai nostri occhi, dunque, è fosco, preoccupante, insidioso, ed è sufficiente leggere oggi sul Foglio Paola Peduzzi e Micol Flammini per capire cosa vuol dire avere un paese governato sul modello dell’Ungheria e della Polonia. Ma la storia recente dell’Italia ci dice che le ragioni per non essere eccessivamente pessimisti rispetto ai guai che i populisti potrebbero creare al nostro paese ci sono e passano da qui, da unico punto, da un unico concetto: la capacità che avranno i populisti di governo di considerare il rispetto dei vincoli entro i quali l’Italia dovrà muoversi nei prossimi anni non come un elemento di sottomissione ai famigerati poteri forti, ma come una chiave per tenere accesi i motori dell’affidabilità italiana. E dunque sì. Se si pensa all’enorme debito pubblico che ha l’Italia.

 

Se si pensa agli impegnativi contratti sottoscritti con l’Europa attraverso il Pnrr. Se si considera quanto peserà il raggiungimento degli obiettivi dello stesso Pnrr per l’attivazione eventuale di uno scudo anti spread nel nostro paese in caso di difficoltà. Se si pensa a tutto questo e si pensa anche alla necessità di dover portare avanti in Europa la stessa linea portata avanti dal governo Draghi sul gas (price cap) e se si pensa anche alla necessità di dover portare avanti sul terreno militare la stessa linea portata avanti dal governo Draghi nella difesa dell’Ucraina (sì sanzioni alla Russia, sì armi all’Ucraina). Se si pensa a tutto questo non si potrà non avere di fronte ai propri occhi l’immagine di quello che potrà essere l’Italia dei prossimi anni: un binario ben saldo, con una direzione precisa, necessaria, doverosa, e con un treno in marcia la cui preoccupazione principale non è, come nel 2018, come evitare di deragliare, ma è come evitare di far viaggiare i vagoni a una velocità di crociera ridotta rispetto al passato.

 

Per farlo, però, la destra populista dovrà rinnegare il suo complottismo, dovrà mettere da parte il suo estremismo, dovrà trasformare tutti coloro che aveva descritto per molto tempo come nemici del popolo, quindi da combattere, in alleati con cui provare a governare. Per farlo, in altre parole, la destra populista, che più che al modello Draghi-Macron si ispira al modello Trump-Orbán, dovrà dimostrare di aver chiara qual è l’agenda dei doveri della seconda manifattura europea, dovrà aver chiaro che il complottismo porta a fuggire dalla realtà, dovrà ricordare che il populismo al governo è spesso parte dei problemi e non delle soluzioni di un paese, dovrà ricordare che un paese che vive di export non può permettersi di combattere la globalizzazione, dovrà combattere l’estremismo che ha alimentato. La stabilità e l’affidabilità dell’Italia futura passano anche dalla capacità che una leader politica che ha fatto della coerenza un proprio tratto distintivo dimostri di non essere coerente con sé stessa e dimostri di essere intenzionata a combattere il populismo che ha alimentato in questi anni. Il cambio di fase è imponente, i pericoli sono enormi, il trasformismo può ancora una volta salvare l’Italia, ma immaginare che il futuro del paese sia appeso all’incoerenza di una leader che ha fatto della coerenza la sua principale arma di credibilità politica fa più  o meno lo stesso effetto che faceva nelle favole di un tempo la scena della principessa che baciava un rospo sperando  che potesse diventare un principe.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.