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- 4 giorni alle urne

I consigli elettorali di Mario Draghi

Claudio Cerasa

Impossibile sapere chi vota. Ma alcuni indizi, piccoli e maliziosi, mostrano  però chi il premier suggerisce di evitare. C’entrano le autarchie. Ma non solo. Il 25 settembre di Draghi spiegato con una scena di “Harry ti presento Sally”   

"Prendo quello che prende lui”. Il titolo di questo articolo è ovviamente spericolato, e provocatorio, perché nessuno di noi sa con certezza cosa andrà a votare Mario Draghi il prossimo 25 settembre. Ma nelle ultime settimane, il presidente del Consiglio ha disseminato sul terreno di gioco alcuni indizi, piccoli, sfiziosi e maliziosi, utili a capire non tanto per chi andrà a votare domenica prossima, quanto per capire chi certamente non voterà. Lo ha fatto anche lunedì, a New York, durante la serata in cui il presidente del Consiglio è stato premiato alla Appeal of Conscience Foundation come statista dell’anno, e lo ha fatto nello stesso istante in cui ha ricordato un concetto semplice ma cruciale: “Come affrontare le autocrazie”, ha detto Draghi, “definirà la nostra capacità di plasmare il nostro futuro comune per molti anni a venire”, e su questo punto “dobbiamo essere chiari ed espliciti sui valori fondanti delle nostre società”.

 

A chi pensava Draghi? Possibile si riferisse a quei politici che “da una parte si dicono orgogliosi per la controffensiva (in Ucraina) e dall’altra ribadiscono il no all’invio di armi: e allora come dovrebbero difendersi, a mani nude?” (16 settembre). Possibile si riferisse a quei “pupazzi prezzolati che  parlano di nascosto con Mosca e poi chiedono di togliere le sanzioni a Putin” (16 settembre). Possibile che si riferisse a quel politico “orgoglioso dei successi in Ucraina e che però non voleva mandare le armi”  (16 settembre). Possibile che il riferimento di Draghi fosse rivolto proprio ai quei partiti, chissà quali, che in questi mesi hanno mostrato più ambiguità e timidezze contro le autocrazie. Ma possibile che il riferimento di Draghi fosse rivolto anche a tutti quei partiti che considerano un paese come l’Ungheria di Viktor Orbán – lo stesso Orbán che giusto qualche anno fa aveva ammesso di voler costruire “uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale”, perché “i valori liberali dell’occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza” – un simbolo della difesa delle nostre libertà.

 

“Noi – ha detto la scorsa settimana il premier – abbiamo una certa visione dell’Europa, difendiamo lo stato di diritto, siamo alleati alla Germania e alla Francia. Cosa farà il prossimo governo non lo so. Ma mi chiedo, uno come se li sceglie i partner? Certo, c’è una comunanza ideologica ma anche credo (una comunanza) sulla base dell’interesse degli italiani. Chi sono questi partner? Chi conta di più? Datevi le risposte voi”. Diffidare di chi si fida di Orbán. Diffidare di chi è stato ambiguo su Putin. Diffidare di chi è stato timido sull’Ucraina. Parlare apertamente, ha detto sempre Draghi lunedì sera, prima del formidabile discorso all’Onu di ieri, “non è solo un obbligo morale, è un dovere civico”, e “a coloro che chiedono silenzio, sottomissione e obbedienza dobbiamo opporre il potere delle parole e, se necessario, dei fatti”, perché “oggi il mondo ha bisogno di coraggio e chiarezza”.

 

E così, negli ultimi mesi, Draghi ha offerto altri indizi interessanti e altrettanto sfiziosi. Ha invitato a diffidare, rispetto alle politiche del welfare, chi ha scritto male il reddito di cittadinanza (20 luglio), i partiti che la concorrenza piuttosto che favorirla tendono a combatterla (20 luglio), i partiti che promettono meccanismi pensionistici svincolati dalla disciplina di bilancio (ancora 20 luglio). E poco prima di essere sfiduciato al Senato ha invitato la politica a mettere a fuoco il grande rischio da combattere a tutti i costi nei prossimi mesi: “La crisi energetica non deve produrre un ritorno del populismo”. (27 giugno). I riferimenti espliciti ovviamente non ci sono, come è normale che sia. 


Mettere insieme i tasselli del mosaico draghiano è un’operazione spericolata che però può aiutare quegli elettori che si sentono nelle stesse condizioni in cui si ritrovò, in una mitica scena del film “Harry ti presento Sally”, un’anziana signora seduta al ristorante newyorchese Katz’s a fianco di Meg Ryan e Billy Crystal, che dopo aver visto Meg Ryan simulare un orgasmo di fronte a Billy Crystal si rivolse alla cameriera con la famosa frase: “Prendo quello che ha preso la signorina”. Prendo quello che prende la signorina. O se volete, con un sorriso: prendo quello che prende Draghi. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.