Il membro del Cda Rai Gianpaolo Rossi entra nella sede Rai di viale Mazzini (Ansa)  

L'intervista

Come sarà la tv di Meloni? “Faremo gli stati generali della Rai”

Salvatore Merlo

“Il servizio pubblico non va occupato ma governato”. Parla il possibile prossimo amministratore delegato di Viale Mazzini Giampaolo Rossi

“Il canone serve a mantenere il servizio pubblico”, dice. Ma si può togliere? “Tutto si può fare”, aggiunge con il tono di chi sta ipotizzando il non ipotizzabile. “Quello che non si può fare è indebolire la Rai, perché verrebbe giù l’intero sistema radiotelevisivo italiano. Le nazioni che hanno tolto il canone finanziano la tv pubblica con la fiscalità generale, prendendo spesso di più”. Ecco. Dicono che lui saprebbe dove mettere le mani nel grande corpo di bestia della Rai, se gli dessero le chiavi di Viale Mazzini. “Conosce l’azienda”, ripetono tutti. Non solo a destra. Così alla fine persino Michele Anzaldi, che è di sinistra e in questi anni in Vigilanza non ha fatto sconti a nessuno, si spinge a dire che “magari fosse lui davvero l’amministratore delegato che ha in testa Giorgia Meloni”.

 

E’ un attestato non da poco. Che incuriosisce. Chissà. E allora bisogna proprio cercarlo Giampaolo Rossi, cinquantasei anni, romano, alto, magro, barbuto e con la pipa: l’ex consigliere di amministrazione in quota Fratelli d’Italia che nel 2018 con la sua capacità di muoversi tra piani e corridoi della tv di stato faceva ballare la rumba, come si suol dire, persino alla Lega a quei tempi strapotente. Gliela fecero pagare, non rieleggendolo al giro successivo (“ce l’avevano un po’ con me e un po’ con Giorgia”, racconta lui con un sorriso quasi d’imbarazzo). Ma la domanda delle domande è persino banale: come sarà la televisione di destra, se Giorgia Meloni dovesse diventare presidente del Consiglio? Cosa dobbiamo aspettarci?

 

“Non esiste la televisione di destra”, risponde lui, spiazzando chi un po’ aveva in mente la tv sovranista dell’ultimo Carlo Freccero. “Esiste il servizio pubblico che va rimesso al centro dell’attenzione”, dice. “E se vi aspettate che io vi dica che la destra pensa a  programmi strani ed esoterici, rimarrete delusi. Spero che la destra, se davvero governerà, per prima cosa possa contribuire a restituire a pieno alla Rai la sua funzione”. E quale sarebbe la funzione della Rai? “La Rai esiste per creare e raccontare l’immaginario italiano, dentro e fuori dai nostri confini. Sarebbe bellissimo se la destra, anziché consegnarsi all’ennesima riforma della governance, si occupasse di chiarire qual è il ruolo del servizio pubblico anche in termini industriali. Il sogno è poter replicare lo schema di rilancio e di modernizzazione che in Inghilterra, per scelta politica, investì la Bbc quindici anni fa: gli stati generali del servizio pubblico. La Rai dovrebbe recuperare capacità creativa, anche attraverso l’inserimento di uomini cosiddetti ‘di prodotto’ presi dal mercato”.

 

Cosa non facile, perché i talenti vengono soltanto se l’azienda è attrattiva. “Ma è necessario che lo diventi, attrattiva. Ancora di più”. Una parola. “Andrebbe rafforzato il ruolo duplice, della Rai: quello di editore che contribuisce a ricordare agli italiani perché sono italiani, e quello di contrafforte dell’industria culturale del nostro paese. Io penso alla Rai come a un grande polo che aiuti sempre di più la nostra industria audiovisiva  a farsi forte sul mercato”. Ettore Bernabei, il fondatore della Rai, che era ovviamente democristiano e antifascista, diceva che “in un paese che vuole essere sovrano in casa propria ci vuole anche un servizio pubblico televisivo che funzioni”. Bernabei individuava parte della debolezza italiana in una sorta di “imbecillità identitaria”, in senso letterale. Dice allora Rossi: “Stati generali del servizio pubblico significa chiamare tutti a collaborare, a portare idee”. E la lottizzazione? Non ve lo prenderete il Tg1? “Guardi che la parola d’ordine non è incassare, ma rilanciare. Governare, non occupare”. 

 
Entrato in Rai per la prima volta nel 2004 con Flavio Cattaneo che gli affidò RaiNet (“la portai in pareggio il primo anno e poi in attivo”), Giampaolo Rossi non è mai stato un dipendente Rai, ha fatto il collaboratore del Secolo d’Italia, l’intellettuale militante nella destra romana, e anche l’imprenditore, perché ha fondato una startup digitale che si chiama Greater fool media (“con Andrea Materia aiutiamo la creatività degli youtuber”). E infatti non ha l’aria né del mezzobusto né del manager in doppiopetto. Longilineo e dritto come un fuso ha più l’aria del professore di filosofia, ma ben tenuto, “vengo dalla destra sociale. Quando entrai per la prima volta nella mitica sezione di Sommacampagna, qui a Roma, c’erano ragazzi che leggevano Gramsci e Pasolini insieme ai libri di Junger e Del Noce”. Famiglia antifascista, però. Nonno mazziniano, bersagliere  e  reduce del Piave che rifiutò l’iscrizione al Pnf “e perse il lavoro. Mia madre raccontava sempre che alla caduta del fascismo, il 25 luglio, il nonno che era anticlericale se ne andò in chiesa a ringraziare Nostro Signore”.

 

Così anche lui, Giampaolo, lascia intendere di non coltivare orgogli luciferini. “La cultura è cultura”, dice. “Non è né di destra né di sinistra”, aggiunge. “E se la destra al governo vorrà lasciare un buon ricordo di sé, se vorrà fare qualcosa di utile per la nazione, allora dovrà anche rifuggire dall’idea fuori tempo massimo dell’egemonia culturale. Che è una stupidaggine di sinistra, nel senso che andava bene quando esistevano cose di senso compiuto da difendere e quando c’era una ideologia da alimentare. Poi è diventato puro e semplice accaparramento. Ecco, questa è una logica alla quale bisognerà sfuggire come la peste”. Non si devono fare le nomine? “Certo che si fanno, è ovvio. Ma  io mi riferisco all’atteggiamento complessivo. Bisogna avere un obiettivo strategico per la Rai. E fare le nomine in funzione di questo obiettivo a lungo termine”.

  

E qui Rossi fa una pausa. Sorride. “Noi siamo cresciuti leggendo Tolkien, che era inglese, sì, ma cattolico romano. Il ‘Signore degli anelli’ è una straordinaria metafora sulla potenza distruttiva del potere per chi lo esercita. Le dico questo per spiegare che siamo consapevoli e attrezzati a resistere anche al potere e all’eccesso di potere”. Andreotti diceva che il potere logora chi non ce l’ha. “E ‘il Signore degli anelli’ spiega bene che il potere invece ti rende schiavo”. Allora bisogna fare leggere Tolkien anche a Giorgia Meloni, per salvarla. “Ovviamente lo ha letto anche lei. Lo abbiamo letto tutti. L’idea non è quella di ‘andare al governo’, ma quella di governare. Provare a fare qualcosa. Il potere non può essere fine a se stesso”. Secondo me lo pensavano anche i grillini. Rossi sorride. Tono scherzoso: “Piano con le offese”. 

 
Quindi la priorità non è lottizzare, dice Rossi, anche se questo tendenzialmente lo dicono tutti quelli che si apprestano a conquistare Viale Mazzini. Il famoso accorpamento delle testate giornalistiche, per esempio, va fatto o no? Se ne parla da quindici anni. Bisogna fondere Tg1, Tg2, Tg3 e RaiNews in un’unica grande testata Rai? Su questo argomento sono caduti ben due amministratori delegati, prima Luigi Gubitosi poi Antonio Campo Dall’Orto. “Certo che si può. Ma l’esistenza di più telegiornali è anche una garanzia di pluralismo. Il servizio pubblico è tale perché riconosce e  garantisce tutte le voci e il maggior numero possibile di narrazioni pubbliche. Per questo penso che sia necessario razionalizzare, sì, ottimizzare il lavoro dei tantissimi giornalisti della Rai, ma avrei dei dubbi a toccare la tripartizione dei Tg che è, lo ripeto, una garanzia democratica”.

 

Però con circa duemila giornalisti, la Rai non ha nemmeno un sito internet di informazione degno di questo nome. Com’è possibile?  Qualcosa non funziona. “Bisogna razionalizzare, sì, ma senza comprimere”. Non comprimere significa lasciare al pascolo le voci della politica, che debordano e invadono tutto. “Questa è una verità parziale, e un po’ retorica. Perché il Parlamento è l’editore della Rai. Quindi cosa volete che accada? Io capisco che ci sia tanta attenzione pubblica, e riflettori accesi, sull’informazione Rai. Va bene. Però l’informazione è solo un aspetto all’interno di un’azienda grandissima e con una forza in parte ancora inespressa”. Il racconto dell’Italia. “Il cinema, la fiction, la modernizzazione dei linguaggi che passa dalle piattaforme digitali e dall’importanza strategica che deve avere RayPlay. Io sono davvero convinto che su questo si giochi una parte del futuro nazionale. L’industria culturale italiana dà lavoro a più di un milione di persone, rappresenta una filiera da circa 8 miliardi di euro. E’ un patrimonio che va conservato. Ampliato. Aiutato, anche a resistere alle conglomerate multinazionali che ovviamente non sono interessate a raccontare l’Italia perché seguono legittimamente altri orizzonti. La Rai oggi produce quasi l’80 per cento delle fiction nazionali e qualcosa come 150 o 160 film all’anno”.

 

Che spesso però sono molto, ma molto brutti. “Lo capisco. E’ in parte vero. Ma per questo dico che la Rai ha un ruolo importante, deve liberare talento, fantasia, coraggio e intelligenza nella nostra industria culturale. Deve esercitare a pieno il ruolo di editore. La Rai non è Netflix che si limita a mandare in onda. La Rai deve pensare l’Italia. Dovremmo raccontare di più la nostra storia nazionale, con coraggio e senza inciampare nel polpettone mal scritto e mal recitato”. Che film produrrebbe alla Rai? “Garibaldi, l’impresa di Fiume”. Una volta ho visto un film su El Alamein. “Era un film pacifista”. Umberto Bossi, nei primi anni Duemila, volle un film Rai su Alberto da Giussano e Federico Barbarossa. I leghisti di governo erano tutti orgogliosi che finalmente la Rai riscrivesse, o meglio scarabocchiasse, la storia come voleva il catechismo padano. Finì con una media di 70 spettatori a sala. Un flop e un pasticcio. Non si corre questo rischio? “No, se l’intenzione non è quella grottesca di fare una fiction di partito”.  

 

E Gomorra? “Dovremmo uscire dall’imbuto nel quale siamo caduti e che ha trasformato tutta la nostra produzione di successo  in un racconto del ‘brutto’ italico. Le storie di criminalità sono diventate un rifugio in assenza di fantasia e di idee diverse”. Per esempio? “Io in questi giorni sto guardando una fiction spagnola molto divertente e coraggiosa. E’ ambientata durante la guerra civile, ma franchisti e repubblicani si alleano per combattere contro una invasione di zombi. Nessuno porterebbe in Rai un’idea del genere oggi, e invece è quello che si deve tentare”. Fantasia. “Nuove strade”. 

 
Giovanni Minoli dice da tempo che in Rai mancano le persone per fare tutto questo, malgrado abbia quasi dodicimila dipendenti. E infatti usa una formula, “meno cinquemila e più cinquecento”, cioè teorizza che vadano mandate via cinquemila persone inutili e assunte cinquecento utili. Anche Michele Santoro è ferocissimo con il servizio pubblico. Ha descritto il funzionamento della Rai in questi termini esatti: “Le società di produzione private vendono alla Rai i format, molto spesso comprati all’estero, facendo attenzione a non fare scelte che possano creare scandali e quindi problemi a chi acquista, ovvero i dirigenti del servizio pubblico scelti dai partiti. I quali non hanno nessuna visione del mondo da affermare, se non l’obbedienza a leader che a loro volta non avendo idee da valorizzare si riducono a suggerire qualche parente, famigliare, amante, simpatizzante o fan dell’ultima ora”.

 

Rossi ascolta, poi si toglie la pipa di bocca. “E’ vero che la Rai ha perso molta della sua capacità creativa. Lo dico anche io, lo ripeto: ci vogliono più uomini di prodotto. Ed è vero che di fatto la Rai ha perso gran parte della sua capacità di creare ‘immaginario’ ed è diventata perlopiù una piattaforma di distribuzione di prodotti fatti e pensati altrove. Ed è certamente vero, infine, che  soggetti esterni, aziende e manager di artisti, condizionano quello che la Rai manda in onda assai più di quanto non faccia la Rai stessa. Ma questo è un meccanismo che si può invertire. Anzi è proprio la missione vitale di cui bisogna farsi carico oggi”. Magari fosse.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.