Pontida, la festa di Salvini a cui i big della Lega vogliono fare la festa

Simone Canettieri

Sul Sacro Prato, a una settimana dal voto, tira aria di Lega Nord: così i governatori avvisano Salvini 

Pontida, dal nostro inviato. L’unico a non accorgersene è Matteo Salvini. Insieme al fumo dei “sei quintali di salamelle cotte”, qui si respira aria di  Lega Nord. Come consensi, come temi. Non solo perché Roberto Calderoli spolvera “Bergamo nazione e tutto il resto è meridione” o perché Umberto Bossi, assente con la scusa del compleanno anticipato in famiglia, viene citato più volte. Si parla molto di Autonomia. “Che vale la messa in discussione del governo”, dice Luca Zaia. Massimiliano Fedriga gli va dietro. Giancarlo Giorgetti si scusa per le cose non fatte. Nessuno dei tre cita dal palco Salvini.

“Siamo in centomila, una marea umana”, dice il segretario federale. Il prato di Pontida davanti a sé, i grattacapi dentro di sé. “A dire il vero la planimetria che ci è stata consegnata prevede al massimo 20 mila persone”, spiegano al Foglio dalla questura di Bergamo. Ma sono dettagli di un gioco che si ripete a tutte le manifestazioni politiche. In questa – dopo tre anni di stop – va in scena il culto del capo (in difficoltà) ben pianificato. Un’adorazione del corpo del leader (trafitto dai sondaggi in picchiata) studiata a tavolino. 

Sicché è tutto un “Io credo” (che ricorda il “Dio c’è” che si trovava scritto una volta sui muri) Nelle magliette gialle distribuite ai militanti scesi dai pullman non sempre pieni, in quelle blu consegnate alle cuoche pazienti e sorridenti, nei video dei giovani amministratori, loro sì fedelissimi, sui maxischermi. Scomparso il folclore celtico del dio Po, si passa al rito pagano di Matteo.  Dunque “Credo in Salvini” è il tormentone. Ma siamo sicuri che abbia le credenziali per continuare a essere segretario della Lega anche dopo il 25 settembre? “Aspettiamo, vediamo: i sondaggi della vigilia non ci hanno mai sorriso. E io sto bene in Friuli Venezia Giulia”, ride Massimiliano Fedriga. Volto disteso, sicuramente il più ricercato dalle telecamere. Tutti a corrergli dietro per la solita domanda: toccherà a lei dopo Matteo? “Ma noi siamo l’unico partito leninista d’Italia, il capo non si tocca. Tuttavia un congresso prima o poi lo faremo”, dice per esempio Cristian Invernizzi, deputato bergamasco uscente e ricandidato in posizione complicatissima. Più fuori che dentro. La pacchia è finita. Ma per un pezzo di parlamentari leghisti, altro che i migranti. “E’ stata una carneficina: mi hanno messo quarto in lista, non ce la farò mai”, ammette Felice Mariani, già campione di judo, un tipo che non bisognerebbe far mai arrabbiare. E’ stato segato dalle liste pure Daniele Belotti, 32 Pontida all’attivo sempre con il ruolo di speaker. 

E comunque i veri voti sono rimasti quassù, al nord. C’era una volta la Lega nazionale. Ecco Zaia: si presenta con un bandierone con il Leone di San Marco srotolato dai suoi consiglieri (“non si dice vittoria bulgara, ma veneta”, maramaldeggia il governatore del 77 per cento). Fedriga ammonisce chi fa “promesse” e “invoca la serietà” della politica. Solo Giorgetti, dolorante per un brutto mal di schiena, prova a pungere con grazia pedagogica Giorgia Meloni, quando spiega che è “facile stare all’opposizione, ma governare significa ricercare un equilibrio”. Tuttavia si è qui, nella valli bergamasche, per assistere al soccorso del popolo leghista verso il segretario che da un bel po’ arranca. In casa e in trasferta.  “Qualcosa è stato fatto male”, mette le mani avanti Salvini.

Attento a non pronunciare mai la parola Ucraina, stando lontano dalla guerra se non quando parla di caro bollette, senza fornire soluzioni. “Non ho preso un euro dalla Russia”, è costretto a ribadire Salvini che però occhieggia – così come il suo vice Lorenzo Fontana – alla cara Ungheria di Orbán. Alla vigilia era stata diffusa una succosa indiscrezione: a Pontida ci sarà una super sorpresa? E quale: una clip di Vladimir Putin o il saluto del Cav.? Si scoprirà che invece è l’intervento di Mauro Barbuto, presidente dell’Unione ciechi e candidato in Sicilia. Altro piccolo fuoriprogramma: il bacino sul palco di Salvini alla figlia Mirta. Insomma,  evviva la  tenerezza. Magari servirà anche per superare un autunno che si preannuncia complicato per il segretario.

Ma a una settimana dall’ordalia elettorale non gli resta che fantasticare. Dice che sarebbe “onorato” se il capo dello stato gli conferisse l’incarico di formare il governo. Anzi si sbottona: un ambasciatore agli Esteri, un medico alla Sanità, un avvocato alla Giustizia (“la Bongiorno sarebbe l’ideale”). E’ un comizio, va ricordato. “Al primo Cdm aboliremo il canone Rai”.   Bum! E poi torneranno i decreti sicurezza e sarà cancellata la “diabolica” legge Fornero. Non parla tanto di esteri, se non per dire che rimpiange Trump. In compenso assicura: il governo di centrodestra “sarà più credibile dell’attuale”. Capito Mario Draghi? E con Meloni? “Ci vado d’accordo  quasi su tutto”. Il fumo delle salamelle cotte sulla griglia avvisa che è ora di pranzo. Si possono smontare le tende.
Simone Canettieri      

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.