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beghe leghiste

Così Salvini elimina dalle liste i fedelissimi di Giorgetti

Valerio Valentini

Bianchi a Varese, Volpi a Brescia. E poi Ferrari e Grimoldi. Tutti esclusi, o a forte rischio. Gli uomini vicini al ministro dello Sviluppo: "Di noi non resterà nulla"

Nelle chat i nomi corrono e ricorrono, e fanno lievitare l’elenco del malcontento. Grimoldi, Bianchi, Volpi, Iwobi. E poi Locatelli, e poi Ferrari. Tutti fuori. Eccolo, a poche ore dal sigillo definitivo che Matteo Salvini apporrà sulle liste elettorali della Lega, il rosario degli esclusi eccellenti. Eccellenti, nella fattispecie, in quanto tutti riconducibili, per vie più o meno dirette, a Giancarlo Giorgetti. “Se pure siamo mai esistiti, più come gruppo di amici che come corrente organizzata – è la sintesi desolata di un lumbàrd di vecchia scuola – ora è comunque certo che non esisteremo più: perché di ‘giorgettiani’, nel prossimo Parlamento, rischia di non esserci più nessuno”.

 

Lui, cioè il Giancarlo, ha optato per la casa di vacanza: nel senso che ha accettato di candidarsi nel collegio uninominale della Valtellina, quello in cui rientra il territorio della sua Campodolcino, piena Valchiavenna, in cui il ministro dello Sviluppo ha da anni il suo buen retiro. “Un’umiliazione”, tuonano i più accaniti dei suoi sostenitori. Una mossa ragionevole, ha spiegato lui a suoi amici: perché, fiutando l’aria che tirava, Giorgetti ha capito che di posti sicuri, nella natia Varese, cuore del leghismo duro e puro, ce ne sarebbero stati ben pochi. Per cui, meglio farsi dirottare altrove ed evitare di sottrarre spazio ai suoi fedelissimi. 

 

Calcolo giusto, che però ha prevenuto solo fino a un certo punto le conseguenze della mezza fatwa. Perché il collegio di Varese, al Senato, alla fine è finito al monzese Massimiliano Romeo, capogruppo uscente a Palazzo Madama, non esattamente in sintonia – sulla pandemia, sull’Europa, sulla politica estera in generale e sulla questione russa in particolare – con gli umori di Giorgetti. Nel bailamme che ne è seguito, a restare tagliato fuori è ora Matteo Bianchi, deputato in carica e recente candidato sindaco nella città, finito in posizione non utile nel listino proporzionale della Camera. Ma non c’entra solo Varese.

C’entra anche Brescia. Che, tra le altre cose, è la città di provenienza di Raffaele Volpi. La sua è forse la situazione più delicata, in queste ore. E gli estremi tentativi di trovare un rimedio dignitoso a un’esclusione che avrebbe del clamoroso. Già sottosegretario alla Difesa nel Conte I, poi presidente del Copasir nel governo successivo, Volpi, ascendenza democristiana e savoir faire istituzionale, è stato uno dei protagonisti della stagione salviniana nel Carroccio: al punto da aver coordinato in molte regioni del Sud la crescita del partito, al punto da avere spesso offerta la sua casa romana al leader, allora europarlamentare, allora in trasferta nella Capitale. Le distanze coi consiglieri del capo, anche qui, sono nate sulle faccende geopolitiche; e la mancata difesa da parte di Salvini nei confronti di Volpi, quando questi si vide costretto a lasciare la presidenza del Copasir all’avvento del governo Draghi, ha fatto il resto. Ora, però, la tagliola su un nome così prestigioso fa discutere: “E’ il caso Luca Lotti della Lega”, c’è chi dice. Tanto più che, sempre a Brescia, sembrano destinate a sorte infelice anche le prospettive di rielezione di Toni Iwobi, altro volto moderato del Carroccio.

 

Paolo Grimoldi, uno che da Girgetti fu scelto come proprio successore alla guida della Lega lombarda, è un altro non allineato messo sull’orlo dell’esclusione. E lo stesso vale per il lecchese Paolo Ferrari, attuale capogruppo in commissione Difesa alla Camera, profilo dialogante e di sicura fede atlantista. Tutti pagano una vicinanza, vera o supposta o sospettata, all’ala più recalcitrante della Lega, quella che ricondotta a Giorgetti.

 

Il quale, anche nel risiko delle liste, ha scelto il basso profilo. Ha sperato, anche qui, di riuscire a contenere lo strapotere del cerchio magico di Salvini, quello che fa capo anzitutto ad Andrea Paganella. E come lui, ci ha sperato Massimiliano Fedriga. Anche lui, non a caso, descritto come furente in queste ore.

  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.