Il racconto

Il M5s si incarta sul dl Aiuti, soccorso di Letta: "Non può saltare l'alleanza con i grillini"

Simone Canettieri

Non c'è l'accordo sul decreto, Conte vuole la modifica del Superbonus. E oggi c'è l'incontro con Draghi che intanto apre alle richieste del Movimento

Transatlantico, Parlamento incartato. Il Palazzo è circondato dai tassisti. I più agguerriti provano lo sfondamento in piazza Colonna, sotto Palazzo Chigi. Lancio di fumogeni verdi. Subito respinti. Un identificato. Manganelli mulinati dalla polizia. Un altro gruppo di tassisti  si piazza dalle parti del Caffè Giolitti per  aspettare i parlamentari che intanto caracollano sotto  l’afa.  Tanti deputati capiscono l’andazzo e  ritornano a Montecitorio.  Dove lo scontro fra il M5s e il governo sul dl Aiuti carica di attese l’incontro di oggi  tra Mario Draghi e Giuseppe Conte. Il premier è ad Ankara da Erdogan, il suo predecessore è alle prese con Paola Taverna e gli altri big che gli dicono: “Se c’è la fiducia, se non ci fanno modificare il Superbonus dobbiamo andarcene”. Enrico Letta, dunque il Pd, è preoccupato: spinge per una soluzione a favore dei grillini. La decisione è rinviata a questa mattina. Intanto, Michele Gubitosa, vicepresidente M5s, dice a  Sergio Battelli, anima rock di Di Maio: “Torna all’ovile”. Risposta: “Ormai è un porcile”.  


Nell’aula del governo a Montecitorio si organizzano e rinviano riunioni di maggioranza. Gli ambasciatori di Draghi fanno arrivare al ministro per i Rapporti con il Parlamento, il grillino Federico D’Incà, concetti di questo tipo: “Questo non è il decreto sulle armi all’Ucraina, possiamo trattare. Anche sul Superbonus, ma prima ci deve essere un accordo nella maggioranza, altrimenti perdiamo 14 miliardi di euro perché il decreto scade”. Il problema è proprio questo. I grillini vorrebbero riportare il testo in commissione, dove è stato licenziato, e far approvare un emendamento  per sbloccare i crediti incagliati. Ma gli altri partiti – dalla Lega e Forza Italia passando per Insieme per il futuro e Iv – dicono di no. Solo il Pd spinge per una mediazione anche con Palazzo Chigi.  

La capogruppo dem Debora Serracchiani, a nome di Enrico Letta, è per “venire incontro alle richieste del M5s”. Il timore del Nazareno è che l’incidente sul dl Aiuti provochi lo strappo di Conte: l’uscita dalla maggioranza. “E allora come faremmo noi del Pd a rimanere in questo esecutivo? Si scivolerebbe verso il voto”. Un parlamentare piddino ascolta questo ragionamento e si concede una battuta: “Ma quando mai! Tutti sanno che nel nostro statuto il primo articolo recita che non si esce mai da qualsiasi governo e che non esistono le elezioni anticipate”. Dal Pd si dicono preoccupati sul serio, però. La situazione, almeno sulla carta, è complicata. Vittoria Baldino, volto tv del nuovo del ciclo contiano, scende dalla sede del M5s per dire alle telecamere “che non accetteremo altre provocazioni”. Poi, prima di richiudersi il portone dietro, sospira: “Io sono una di quelle che da un pezzo dice a Conte di uscire, perché tanto l’aria che tira è pessima”. 


D’Incà, non proprio l’idolo in queste ore dei parlamentari del centrodestra e non solo, telefona e cerca soluzioni. Ma alla fine il cerchio non si chiude mai. Alla buvette Laura Castelli, viceministra dell’Economia in quota Ipf, e Deborah Bergamini, sottosegretaria per i Rapporti con il Parlamento di Forza Italia, conversano amabilmente. Scuotono la testa. Stanno parlando dell’impuntatura del M5s, che al momento ha anche il parere contrario del Mef. In questo guazzabuglio grillino dove il merito della vicenda si mischia con i rancori di una convivenza complicata anche Matteo Salvini si ritaglia una parte da Catone il censore: “Siamo increduli. Siamo fermi da tutto il giorno per i litigi interni al centrosinistra che rischiano di bloccare 15 miliardi di aiuti per famiglie e imprese italiane”. Il decreto va convertito entro nove giorni e al Senato.  Davide Crippa, che è il capogruppo del M5s alla Camera, sbuffa e dice no. Poi si assenta e si mette a telefonare. Intanto, altri grillini sparsi pensano al nuovo sito internet del gruppo alla Camera, futuro investimento. Ma il dl Aiuti che fine fa? Anche perché, ad aggiungere altro caos, c’è sempre l’articolo 13, quello sull’inceneritore a Roma che il M5s non vuole, al contrario del sindaco  Pd della capitale Roberto Gualtieri a cui farebbe  comodo, diciamo. D’altronde basta farsi due passi in giro per la città.

Il radicale Riccardo Magi: “Mai vista una trattativa del genere”. Si susseguono, nell’attesa eterna di uno sviluppo che non arriva, una miriade di soluzioni e scenari parlamentari: il governo pone la fiducia e salta tutto, il governo pone la fiducia solo a partire dall’articolo 14, il decreto si riapre in commissione con l’emendamento grillino sul Superbonus, ma le altre forze non lo vogliono. Leghisti inferociti: “Con noi Draghi mise la fiducia sulle norme anti-Covid: facciamo figli e figliastri?”. Si tratterà ancora fino all’ultimo minuto disponibile. E’ il riscaldamento in attesa del faccia a faccia fra Conte e Draghi. Quello dell’addio o forse, più facile, quello della tregua. Per la gioia di Letta.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.