(foto di Simone Canettieri)

il reportage

Incontrarsi a Verona: la dissimulazione di Salvini e Meloni, uniti per una sera

Simone Canettieri

I leader di Lega e Fratelli d'Italia al comizio finale di Sboarina. Lite per la scaletta. Per Giorgia questa è una prova da leader: "Non faremo la fine di Giuliettta e Romeo"

Verona. La statua del Sommo poeta li guarda di sbieco. D’altronde non sono Paolo e Francesca. E nemmeno, per andare di cliché, Romeo e Giulietta, anche se il fatal balconcino (ricostruito) della Capuleti dista un tiro di schioppo da qui, da piazza dei Signori, luogo della reunion officiata dal doge Luca Zaia. Al massimo, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine alfabetico come da zelanti cartelloni, sono “Liz Taylor e Richard Burton, si sposano e si lasciano, si lasciano e si risposano”, scrive L’Arena, giornale-stato dal 1866.

Siccome sémo ai foghi finali della campagna elettorale, i due leader della destra hanno deciso di salire sullo stesso palco per sostenere il bis di Federico Sboarina, il sindaco civico che in principio fu mezzo leghista, salvo fuggire fra le braccia di Fratelli d’Italia. Lei, Meloni, arriva da Padova. Lui, Salvini, ha chiuso un comizio a Monza. L’organizzazione è in mano a FdI che ha spedito qui da dopo pranzo Luca Sbardella, responsabile eventi, per trattare sulla scaletta. A Verona Meloni vuole lo scettro, dopo il 2,7 per cento di cinque anni fa. “Salvini ormai ha perso lo swing”, dice Ciro Maschio, deputato generazione Atreju. C’è Maurizio Lupi, Luigi Brugnaro manda un videomessaggio, ecco l’Udc. C’è quasi tutto il centrodestra. Se non fosse che Forza Italia sta con Flavio Tosi. Spunta per prima Meloni, lacapafamiglia.

Piazza dei Signori non è piena. La campagna elettorale stanca, ma vale, per molti, un bicchiere di Franciacorta. Sboarina agita il ciuffo, chiama in dialetto le sei liste che lo sostengono.  Visto che c'è Damiano Tommasi in campo largo, tutto si muove intorno a Eupalla. Sicché il sindaco della reunion, Sboarina, la butta sul pallone contro Tosi, sostenuto da Forza Italia e da Italia viva, spinto anche Licia Ronzulli proprio questo giovedì ("se non arriviamo al ballotaggio, sosterremo il centrodestra"). Tosi secondo i sondaggi non è messo male, così Sboarina lo fulmina sul pallone: "Se c'è un giocatore del Verona  passa al Vicenza non è che ci sono due Verona". Ma questo sono note a margine perché si sta qui per vedere loro due. Sale Meloni sul palco. Inizia a parlare. E dopo poco ecco Salvini e Zaia. Il capo della Lega con una mossa situazionista interrompe il comizio della leader di Fratelli dì'Italia. Baci. abbracci, selfie. Cori: "Giorgia, Giorgia". E poi: "Matteo, Matteo".

I social media manager dei due partiti impazziscono, colti alla sprovvista. Zaia e Meloni si abbracciano. Erano colleghi di governo, lui all'Agricoltura, lei alla Gioventù. Alla fine certe vocine di dentro raccontano che Salvini si sia precipitato  a Verona per evitare che la capa della destra si facesse immortalare con il governatore del Veneto in versione futuro. Sai i retroscena sui giornali, signora mia.  E allora "Veneto liberoooooo", urla la piazza e Salvini sussurra a Meloni: "Non riprendere questo, altrimenti sono problemi per te". Si dissimula, ci si abbraccia. Eppure questi due, Giorgia e Matteo, sono ai ferri cortissimi. La scaletta che tanto ha fatto litigare i nostri due eroi salta. Ma ecco Meloni che prende il microfono e si diverte con una puntura di cianuro: "Non faremo la fine di Giuletta e Romeo", dice l'aspirante premier del centrodestra. Come dire: nessun sacrificio per l'amante problematico. Finisce il comizio e tocca entrare nel backstage. Meloni dispensa selfie. Lorenzo Fontana: "Fratelli d'Italia è da tempo in crescita, non ci stupiamo di questa accoglienza". Salvini chiama lo staff: "Ho fame dove andiamo a mangiare".

Luca Zaia, che in maniera furba dal palco aveva detto salutiamo gli ospiti, davanti alla provocazione quando tocca a lei a governare la Lega risponde così: "Natura non facis saltus". Meloni se ne va per i fatti suoi. Salvini ha fame. Zaia beve prosecco.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.