Verso il voto del 12

Cinque "no" dal Pd. La responsabile Giustizia Anna Rossomando spiega la scelta dem sui referendum

Marianna Rizzini

“Scegliamo un riformismo radicale che in tema di giustizia non è solo un metodo ma una scelta di campo", dice la vicepresidente democratica del Senato

La domenica referendaria si avvicina e Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e responsabile Giustizia del Pd, fa intanto una premessa: “Bisogna distinguere tra quesiti riguardanti l’ordine giudiziario e gli altri, perché rispetto a quelli sull’ordine giudiziario noi pensiamo che la riforma Cartabia affronti i temi in questione in modo più incisivo, tenendo conto delle posizioni espresse in Parlamento. Il tema è di merito ed è politico”. Andando ad esaminare i singoli quesiti, Rossomando spiega i motivi dei primi tre “no”: “Prendiamo il quesito sulla valutazione dei magistrati da parte dei non togati: la riforma Cartabia prevede già il voto sulla valutazione di professionalità delle toghe per gli avvocati nei consigli giudiziari, una battaglia storica sostenuta anche dal Pd. Inoltre nella riforma si tiene conto delle smentite processuali quando si è di fronte a ‘gravi anomalie’ in termini percentuali”.

 

Quanto al quesito sull’abolizione dell’obbligo di raccogliere firme a sostegno della propria candidatura al Csm, dice Rossomando, “la riforma Cartabia già lo prevede e interviene attraverso una nuova legge elettorale – sistema maggioritario binominale e correttivo proporzionale – che include un maggior equilibrio rispetto alla parità di genere. Aggiungo che, di nuovo, il tema è politico: per rompere gli accordi di potere per il potere è necessario che si rinforzi il pluralismo, e per rompere accordi di potere non basta eliminare le firme”.

 

E quando si arriva al quesito sulla separazione delle funzioni (“da non confondere con la separazione delle carriere”, dice Rossomando), la vicepresidente del Senato ricorda che “dove il referendum vorrebbe azzerare, la riforma già riduce a uno i passaggi da un ruolo all’altro, prevedendo un solo passaggio entro i primi dieci anni, quelli che permettono di fare quel minimo di esperienza necessaria a compiere una scelta ponderata”. C’è però un tema di giustizia in senso lato verso l’imputato. “Se vogliamo evitare che il processo vero si svolga durante la fase delle indagini invece che in aula, allora la risposta è ridurre i tempi del processo, contrastando al contempo la gogna mediatica e introducendo regole che rafforzino la cultura garantista, e tutto questo la riforma Cartabia lo prevede già: limitazione delle conferenze stampa, riduzione dei tempi del processo. Non confondiamo le carte: qui non si tratta di consumare rivincite rispetto agli anni del conflitto tra magistratura e politica. Per noi la guerra dei trent’anni è finita. Si volta pagina e si fanno riforme utili, visto che la guerra stessa non ne ha prodotte affatto”.

 

Sugli altri quesiti – abolizione di parte della legge Severino e riduzione dei reati per cui è prevista la carcerazione preventiva, la responsabile Giustizia del Pd risponde con due “no” ulteriori: “Quello che non si dice”, nota Rossomando, “è che il primo dei suddetti quesiti, se vincessero i sì, cancellerebbe tutta la Severino sull’incandidabilità. È una scelta che non condividiamo. Ci si potrebbe trovare in alcuni casi di fronte a un condannato con sentenza definitiva per reati gravi che può essere eletto. E’ una soglia più avanzata rispetto a quella già prevista dalla legge penale ed è a tutela dell’onorabilità delle istituzioni. Tra l’altro la disposizione che non permette di essere eletto ai condannati in via definitiva non è eterna – e per di più viene meno con la riabilitazione”. I sindaci però chiedono attenzione alla condizione di chi governa e si trova continuamente a rischio tribunale per reati minori, e spesso senza aver fatto nulla: “Questa parte va cambiata. Sulla decadenza degli amministratori in caso di sentenza non definitiva abbiamo già incardinato in commissione una proposta per cambiare la legge, proposta bloccata per volere di chi, su questo, vuole aspettare il referendum”.

 

Quanto alle misure cautelari, dice Rossomando, “bisogna distinguere tra custodia cautelare in carcere e misure alternative. Se vince il sì, in caso di reiterazione, non si potrà intervenire neanche con le misure alternative: penso al divieto di avvicinamento o all’obbligo di allontanamento per reati come lo stalking e i maltrattamenti. Non penso che lo stalker debba andare necessariamente in carcere, ma le vittime vanno protette: eliminando tutte le misure cautelari, per eterogenesi dei fini, si toglie questa possibilità di protezione. Dopodiché il Pd è impegnato da sempre sul fronte del ‘carcere come extrema ratio’”. I no sono dunque cinque. “Per noi sono meglio le riforme, in questo caso, e scegliamo un riformismo radicale che in tema di giustizia non è solo un metodo ma una scelta di campo”.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.