Il caso

Fuortes e il caso Orfeo: "Basta feudi in Rai. Il mio futuro? Mi sento saldissimo"

Simone Canettieri

La versione dell'ad di Viale Mazzini dopo l'ultima bufera che ha travolto l'azienda. Il Pd lo attacca, tensione con Palazzo Chigi

“La Rai non può essere una monarchia con tanti feudi. Non so quanto durerà, ma ho ripristinato la catena di comando. Ho fatto ciò che avrebbe fatto qualsiasi manager”. Carlo Fuortes rivendica con il Foglio la defenestrazione di Mario Orfeo da direttore degli Approfondimenti. Senza drammi. Ma con piglio decisionista. Dice che da tempo si era consumata la fiducia nei confronti del giornalista, non proprio un redattore ordinario a Viale Mazzini. E che insomma l’idea di rimuoverlo non è nata in sei ore di un mercoledì di giugno e che, sostiene, non c’entrano certo le critiche dei giornali (a partire da questo). Lo strappo con Orfeo, per Fuortes era un’operazione meditata da tempo. Era venuta meno la fiducia, lascia intendere. A far da detonatore è stata la vicenda dei palinsesti:  Orfeo   è stato l’unico a non avere presentato  il pacchetto, nonostante una condivisione quotidiana. La faccenda è diventata un caso politico. Il Pd, con Marco Meloni ovvero il mastino di Enrico Letta, ha protestato con vigore:  in Rai, ma anche a Palazzo Chigi. Alla fine Orfeo tornerà a dirigere il Tg3, al posto di Simona Sala destinata alla direzione del Day time, dove succederà ad Antonio Di Bella verso gli Approfondimenti. Mercoledì il cda con le nomine. Ma come si sente Fuortes, che ha ancora due anni di contratto, dopo questa bufera? Saldissimo.

Tutta questa storia – i duellanti, la politica, il governo – ha sullo sfondo l’azienda più complicata da riformare che ci sia. Un moloch che fatica a guardare al futuro. Dalla rivoluzione digitale al potenziamento dello streaming. Tante, troppe sfide in attesa di risposte. Il piano industriale poi, con l’introduzione delle fasce di genere, ha scontato un discreto caos nella gestione di questa nuova fase. In principio, quando venne presentata la riforma volta a superare le direzioni di rete, per armonizzare le categorie tematiche fu scelto Angelo Teodoli.

Ma poi con la gestione del nuovo ad è saltata una figura di coordinamento. E così, in un clima di perenni scambi di accuse e veleni, si è arrivati agli scontri fra l’ad e Orfeo. Per il quale il Pd ha parole di stima cieca: “I Fuortes passano, gli Orfeo restano”, scherzano ma non troppo i parlamentari dem vicini al segretario. I quali registrano in questa crisetta la totale assenza di Francesca Bria, espressione dem, in particolare di Andrea Orlando, nel cda. Considerata antiorfeiana.


Si è mosso dunque direttamente Letta attraverso il braccio destro Meloni. Per raggiungere quello che al Nazareno  bollano come il classico ex malo bonum. Per il Pd il Tg3 di Sala, considerata vicina a Luigi Di Maio, non era abbastanza de sinistra     e il pubblico se n’era accorto. A Saxa Rubra torna Orfeo, proprio nella postazione che aveva lasciato lo scorso autunno forse un po’ controvoglia. D’altronde, il responsabile del genere Approfondimenti ha a che fare, oltre che con il lancio dei nuovi  prodotti, anche con la gestione degli attuali, condotti da Bianca Berlinguer, Bruno Vespa, Lucia Annunziata, Sigfrido Ranucci. Nomi pesanti e più o meno autorevoli. Provate a spiegare loro, che devono cambiare qualcosa nei rispettivi programmi. Auguri. Il caso #Cartabianca sta ancora lì a imperitura memoria. Ma in un’azienda che sul potere, sul chi ha vinto e chi ha perso passa le giornate a discutere, è facile immaginare di cosa si parli ora nei bar del quartiere Prati. Fuortes ribadisce rifarebbe tutto. Perché il palinsesto di Orfeo, dice a chi glielo chiede, “aveva dei buchi”. Per l’ad è stato un messaggio da inviare ai naviganti. Quasi al di là del caso specifico. Colpirne uno per educarne cento? Chissà. Fatto sta che alla fine il direttore che non aveva la fiducia dell’azienda torna a dirigere un telegiornale, non proprio una punizione. Anzi. E dunque? “Orfeo lo conoscono tutti: è un giornalista di vaglia”, spiega ancora l’amministratore delegato. Convinto di dormire fra due guanciali su, al settimo piano di Viale Mazzini. Si sente saldissimo ed è sicuro che con Palazzo Chigi i rapporti siano ottimi. Chi vivrà...
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.