Le olimpiadi del progressismo

Scatta la gara tra Orlando e Bonomi e a vincere è Letta: "Con Draghi e i salari"

Carmelo Caruso

Ancora accuse tra Confindustria e l'esponente del Pd: "Basta slogan"; "Ridicoli". A Palazzo Chigi si consiglia al ministro prudenza: "Si ripete lo stesso conflitto dell'anno scorso sulle delocalizzazioni"

Insulti e salario. E’ la nuova “scala mobile” dei simpatici dispettosi, il referendum degli impertinenti. Il gilet dell’imprenditore o la canottiera socialista? “Aiuti di governo solo a chi alza le retribuzioni” e dall’altra “la proposta è irricevibile”. Per Confindustria il ministro Orlando “ci ricatta” e per il ministro Orlando “Confindustria è ridicola. Non ho mai detto quelle parole!”. Giuseppe Conte si è inserito: “Salario minimo!”. Enrico Letta con chi sta? Ovviamente “a difesa del nostro ministro e di Draghi”. E Draghi? Pensa che le imprese “sono sconvolte” e che ci siano troppi tanko-progressisti, quelli che “te la do io la macroeconomia”. Sono le matricole della Landini School of Economics. “Chiamatemi Giavazzi!”.


Perché ci mancava dunque solo questa controversia tra incuneati fiscali, i sostenitori di un taglio del cuneo fiscale (Confindustria)  e i neocontrattualisti (il ministro del Lavoro) i fedeli all’idea che serva rifare un patto con le aziende e aumentare le  retribuzioni, insomma, altro che cuneo?

 

Perché pure il premier è consapevole che l’elica prezzi/salari è la grande equazione del nostro tempo, la formula del prossimo conflitto sociale e perché questa ultima disputa, tra Carlo Bonomi e Orlando, somiglia ormai allo scontro che c’era tra il contadino Olmo e il padrone Alfredo Berlinghieri in Novecento di Bertolucci: una questione privata.

 

E attenzione, non è furioso Orlando, che è davvero “il Caldo”, il rosso d’azione, il marsigliese con la coccarda. C’è chi dice, al governo, che è tutta una strategia del Pd e di Letta per coprirsi a sinistra e c’è chi si chiede a Palazzo Chigi: “Ma Orlando è ministro del Lavoro o dello Sviluppo economico? Occorrerebbe prudenza”.

 

In entrambi i casi si è in errore. Sapete qual è la frase che ripete Orlando tutte le volte che esce da un Cdm e non riesce a far valere le ragioni del Welfare? “Anche oggi non ha vinto il socialismo”. Quando Draghi, sorprendendo tutti, ha trovato le disponibilità economiche per varare gli aiuti (alzando gli extraprofitti alle società energetiche) Orlando ha riconosciuto il successo: “Oggi è una piccola vittoria per il socialismo”. E’ preoccupato sul serio e non tanto di Conte che fa aggiotaggio di sinistra (a proposito, ha perfino lanciato l’idea di una “procura nazionale del lavoro”).

 

Ebbene, sarebbe troppo semplice dire che è il solito riflesso condizionato di sinistra e che Orlando è il Nelson di Letta, il suo ammiraglio salariale per combattere il corsaro Conte. Innanzitutto perché Letta la pensa come Orlando anche se la dice alla sua maniera. Con Bonomi ha ottimi rapporti ma “difendiamo come un’unica falange il ministro. Non si accettano attacchi alla persona”. Ripete ora che “la riduzione delle diseguaglianze non è una tema solo di sinistra ma un’operazione necessaria per la sopravvivenza dell’intera architettura politica”. Nel 2018, nel suo libro “Ho imparato” (Il Mulino) spiegava, ancora, che non è solo “socialismo” ma l’unica possibilità che è rimasta alle élite per non abdicare, insomma per non finire come i chierici della “Trahison”, i felloni, quelli del tradimento.

 

Detto in breve: “Le élite devono ridurre le sperequazioni sociali se vogliono sopravvivere”. E ogni volta che gli chiedono se sia diventato socialista (“proprio tu?”) Letta risponde che “sono sempre rimasto lo stesso. Un uomo serio. La prossima battaglia sarà incoscienza contro serietà. Noi del Pd restiamo i più leali con Draghi”. E però sull’interventismo di Orlando, e dunque del Pd, al governo ora pensano che “si ripete  quanto accaduto l’anno scorso sulle delocalizzazioni”.

 

Era un sistema di sanzioni per punire le aziende che fuggivano dall’Italia in maniera selvaggia. Peccato che il testo era sembrato, diciamo, eccessivamente da “industria e castigo”. E sembra che oggi si ripeta: “La proposta Orlando rischia di essere la copia. Non andò bene. E’ stata riscritta da Giavazzi”.

 

E proprio come l’anno scorso Bonomi fa il pacifista e garantisce che “il rapporto con Orlando non è difficile” salvo poi replicare: “Ridicoli noi? Basta slogan”, infilzare il Reddito di cittadinanza (“ci è costato trenta miliardi”) tié, i navigator (“a cui stiamo ancora cercando il posto”).

 

Ecco perché a Palazzo Chigi, dove si riconosce l’importanza di una stagione di “adeguamenti salariali”, si è spaventati da questa nuova competizione. La chiamano “L’olimpiade del progressismo”. Sono Conte, Bonomi, Landini, Orlando. E stanno facendo stretching. Orlando, che è il più colto, guarda i film di Ken Loach. Landini vuole fare lo sgambetto a Orlando per avvantaggiare Conte (come mai non ha difeso Orlando?). Si allenano nella stessa palestra. Bonomi si è invece rivolto a Draghi per fare rispettare le regole. E’ il suo Cio: “Grazie Draghi per la sua autorevolezza”. Anche questa volta può vincere Letta. Tifa per tutti e corre per il partito. E’ già astuto d’oro.

 

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.