Riesumare il Ttip? Così Draghi lavora a una nuova "Nato commerciale"

Valerio Valentini

L'idea è di rafforzare la collaborazione euroatlantica in uno scenario di guerra fredda economica. Le mosse di Colao, il viaggio di Giorgetti in Germania. La prima svolta? Intel potrebbe raddoppiare i suoi investimenti in Italia

Se alla fine l’atteso annuncio arriverà, come si spera, se insomma Intel davvero deciderà di raddoppiare i suoi investimenti in Italia, passando dai 4,5 miliardi già previsti agli 8 da definire, ciascuno dei due rivendicherà la bontà del proprio metodo. Giancarlo Giorgetti dirà che l’aver reagito a brutto muso a quel “mezzo sgarbo” del colosso hi-tech americano è servito a rilanciare la posta; Vittorio Colao, che col ministro dello Sviluppo ha avuto sul tema un grosso diverbio, è convinto che al contrario è stato proprio l’aver usato la diplomazia a tenere aperta la trattativa. Come che sia, per Palazzo Chigi la partita è più grande di così: e riguarda una nuova Nato, quella commerciale.

L’idea, va detto, è ancora fumosa. Ma nasce da un’urgenza strategica prevista da tempo, a Washington, e su cui la guerra di Putin rischia di imporre scelte obbligate. Gli ultimi report del Pentagono sui rischi di approvvigionamento potenzialmente più gravi per l’America, elaborati poche settimane prima dell’invasione dell’Ucraina e distribuiti dall’ambasciata di Via Veneto in modalità riservata alle strutture di alcuni nostri ministeri, segnalano infatti l’urgenza di ridefinire certi perimetri commerciali e diplomatici per scongiurare pericoli di penuria di materiali. E l’allarme, in questo senso, ha a che vedere, più che con l’energia e i semiconduttori, con materie prime apparentemente più banali, e su tutte quelle che riguardano il ciclo dell’acciaio. Lì, sui laminati ad esempio, l’emergenza è reale.

Ebbene, ora che la guerra ha riproposto un congelamento delle relazioni commerciali, oltreché diplomatiche, con la Russia, ora che il conflitto ha esasperato le conseguenze del confronto muscolare tra Washington e Pechino, una nuova cortina di ferro economica sembra tornare a dividere il mondo in due blocchi. Ed è in questo scenario che l’Amministrazione Biden sta cercando di riattivare una relazione privilegiata con l’Europa in campo commerciale. Un primo segnale in tal senso è arrivato a fine marzo, durante i colloqui a margine del Consiglio europeo straordinario di Bruxelles a cui ha partecipato anche il presidente americano. E’ stato in quell’occasione che i funzionari della Commissione europea si sono sentiti sollecitare sul progetto del Trade and technology council (Ttc), un accordo transatlantico le cui basi erano state gettate nell’estate del 2021 e che prevede una crescente collaborazione tra Usa e Ue sul campo delle nuove tecnologie. Ma gli stimoli, in questa direzione, sono intensi e diffusi anche a livello nazionale, come dimostra la visita dei vertici della Camera di commercio italoamericana al Mise di Giancarlo Giorgetti, la scorsa settimana. Un incontro che era, in una certa misura, propedeutico al viaggio che il ministro dello Sviluppo stava preparando, e che nei giorni scorsi lo ha portato a Berlino e Monaco di Baviera.

Perché proprio da lì, dalla Germania, sono arrivati i segnali più nitidi di una volontà di intensificare le relazioni commerciali tra Europa e America. E’ stata infatti la Confindustria tedesca, nelle scorse settimane, a rilanciare il progetto della Transatlantic business initiative: che, in sostanza, consisterebbe nella riattivazione del Ttip, l’ambizioso progetto di partenariato commerciale e industriale a lungo coltivato sulle due sponde dell’Atlantico e poi troncato a fine 2016. Non è facile, ovviamente. E le resistenze dello stesso governo Scholz sul tema, Giorgetti ha potuto toccarle con mano durante i suoi colloqui con Robert Habeck, ministro dell’Economia e dell’ecologia, martedì scorso. Ma la guerra potrebbe rendere necessario ciò che finora si è reputato accessorio.

E Draghi, sempre attentissimo a ribadire l’orientamento atlantista del suo governo, vuole farsi trovare pronto. Per questo la trattativa con Intel, recuperata quando sembrava persa, viene seguita con grande attenzione a Palazzo Chigi. A metà marzo, quando la multinazionale dell’elettronica californiana aveva definito i suoi investimenti in Europa, al governo avevano storto il naso: perché la scelta di investire appena 4,5 miliardi in Italia, e sul settore meno prestigioso dell’assemblaggio dei microprocessori, era parsa un’occasione persa a confronto coi progetti, ben più consistenti, avviati da Intel in Germania e Francia. Giorgetti aveva sbottato (“Ci trattano come riserve”), Colao aveva tenuto un filo di dialogo più conciliante, giocando di sponda col premier che proprio in quei giorni incontrò a Palazzo Chigi Jake Sullivan, il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Fu un segnale, una sorta di disponibilità colta dallo staff presidenziale che legittimava l’ottimismo proprio nelle ore della parziale delusione. Ed è così che si è arrivati, adesso, a dare sostanza alle speranze per un imminente via libera, da parte della stessa Intel, a raddoppiare il piatto: portare, cioè, a 8 miliardi la soglia degli investimenti da fare in Italia, sempre sul settore backend e packaging, in un sito non ancora deciso ma che dovrebbe essere diverso da quello già designato un mese fa, e cioè quello di Novara. Nulla è deciso, ancora. Nulla è garantito. Ma se questa rinnovata fermezza atlantista del governo italiano ha un senso, nel giro di qualche settimana potrebbe arrivare una conferma. 
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.