L'editoriale

Le parole non dette dalle ex cheerleader del putinismo

Claudio Cerasa

Non basta l’imbarazzo dei partiti di centrodestra, in Italia e in Europa, per il proprio rapporto passato con il Cremlino. E dire che il Putin di oggi è diverso da quello di ieri è un falso argomento. Un leader dovrebbe ammettere: abbiamo sbagliato

Negli ultimi tempi, molti giornali hanno dedicato ampio spazio a un tema politico che all’indomani dell’invasione della Russia in Ucraina si è presentato per diversi partiti come un macigno micidiale sulla propria traiettoria politica. Il tema coincide con un imbarazzo profondo patito da diversi partiti di destra rispetto al proprio passato rapporto con Vladimir Putin. L’imbarazzo, in verità, non riguarda solo partiti italiani, come la Lega di Matteo Salvini, ma riguarda la stragrande maggioranza dei partiti di estrema destra in Europa, e spesso anche quelli di destra non estrema, che negli ultimi anni hanno fatto tutto ciò che era possibile per trasformare Putin in un tassello fondamentale della propria identità. Oggi, molti di quei partiti, quasi tutti in verità, hanno voltato le spalle a Putin, condannando l’aggressione in Ucraina, ma ciò che stona rispetto alle posizioni passate non sono tanto i “sì, ma”, ovvero i distinguo, ovvero i tentativi di non affondare il colpo contro il dittatore russo.

 

Ciò che stona è l’argomento che molti leader di estrema destra oggi utilizzano per giustificare le proprie posizioni passate, viva Putin, con le proprie posizioni presenti, abbasso la guerra in Ucraina. E l’argomento spesso è questo: il Putin di oggi non è paragonabile al Putin di ieri e ciò che Putin fa oggi era semplicemente inimmaginabile che venisse fatto dal Putin di ieri.

 

Con tutto il rispetto possibile per questa posizione, trattasi di una scemenza assoluta. La guerra, diceva come è noto il generale Carl von Clausewitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Ma allo stesso tempo si può dire senza paura di essere smentiti che spesso anche la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi. E basta rileggersi alcune frasi epiche, memorabili, favolose della più grande cheerleader del putinismo europeo, ovvero Matteo Salvini, per capire di cosa stiamo parlando. Marzo 2015:  “Io credo che la Russia sia molto più democratica di come è l’Unione europea così come è impostata. Che è una finta democrazia. Io farei a cambio. E porterei Putin nella metà dei paesi europei che sono mal governati da presunti premier eletti che non sono eletti da nessuno ma sono telecomandati da qualcun altro”.

 

Ottobre 2016:” C’è qualcuno in questo studio e in casa che ha paura di essere invaso dai russi stanotte? Io ridiscuterei anche la presenza dell’Italia nella Nato. Che senso ha? Possiamo arrivare fino all’uscita dalla Nato? E perché no?”. Febbraio 2017: “Ritengo che Putin sia uno dei migliori uomini di governo al mondo. Lo dico perché lo credo e non perché me lo suggerisce qualcuno: se avessimo un Putin in Italia staremmo assolutamente meglio”. Marzo 2017: “L’arresto di Navalny è l’ennesima montatura mediatica. Meglio la Russia di Putin di questa Europa”. Luglio 2018: “Vado a incontrare Putin. Uomini come lui, che fanno gli interessi dei propri cittadini, ce ne vorrebbero a decine in questo paese”. Ottobre 2018: “Io qua a Mosca mi sento a casa mia. In alcuni paesi europei no”. Luglio 2019: “Dico gratis che Putin è in questo momento uno degli uomini di governo migliori che ci siano sulla faccia della terra”. Febbraio 2020: “Putin è un uomo di governo stimato e stimabile”.

 

Di fronte a questa sequela di fesserie, la seconda domanda che ci si presenta prepotentemente di fronte coincide con un tema che tenta in tutti i modi di dribblare la prima domanda: non qual è il tariffario per arrivare a dire simile pazzie, ma perché simili sciocchezze potrebbero essere state dette anche senza passaggi di denaro. E la questione è semplice: Putin e i suoi amici sovranisti, per molto tempo, hanno avuto gli stessi obiettivi politici, e l’obiettivo principale di Putin e della sua famiglia allargata in Europa era provare a costruire un’alternativa a tutto ciò che un giorno, cioè oggi, avrebbe potuto ostacolare le mire imperialiste del dittatore russo. E dunque l’indebolimento dell’Europa. La disgregazione della Nato. La decomposizione delle democrazie liberali. La delegittimazione dello strumento delle sanzioni. La demonizzazione della globalizzazione.

 

Putin, in tempo di pace, se per tempo di pace si può intendere una stagione della storia in cui la Russia ha invaso la Cecenia, la Georgia e la Crimea, ha potuto contare sull’appoggio incondizionato di una classe dirigente che in modo criminale, doloso e brutale ha tentato di costruire attorno a sé un consenso incentrato non sulla fascinazione del fascismo ma sulla legittimazione del complottismo. Quella classe politica, oggi, tenta di cancellare il suo passato con argomentazioni curiose, il Putin di ieri è diverso dal Putin di oggi, ma quello che non capisce chi in passato si è comportato da cheerleader del complottismo putinista, arrivando a considerare Navalny una montatura mediatica, è che c’è  una parola che può permettere agli utili idioti del putinismo di aggirare le sanzioni dell’opinione pubblica, e forse degli elettori, e quella parola è una e soltanto una, ed è la parola che nessun esponente di centrodestra oggi dirà riavvolgendo il nastro e guardandosi allo specchio: abbiamo sbagliato, scusateci, abbiamo capito, siamo stati dei deficienti.

 

Non stupisce che nessun leader di centrodestra lo farà, né in Italia né in Europa, ma stupisce che partiti con buona classe dirigente, di fronte a un mondo che cambia, decidano di chiudere gli occhi, far finta di nulla e continuare a truffare i propri elettori, spacciando per difesa della libertà la difesa del complottismo. Anche basta, grazie.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.