Antonio Martino (foto LaPresse)

(1942-2022)

Antonio Martino, molto più che un semplice liberale

Giuseppe De Filippi

L'attività pubblica dell'economista ed ex ministro rappresentava un liberalismo che supera i partiti. E il suo modo privato di interpretare quella cultura politica conteneva perfino una ricetta per la felicità

Il figlio di Gaetano Martino poteva, con la strada spianata, avviarsi verso una carriera certa di europeista professionale o di politico ortodosso alle idee di quel gruppo (i laici, gli aspiranti modernizzatori dell’Italia) che puntava a sprovincializzare, ma senza esagerare, la società italiana, un gruppo fatto di gente per bene, di solito proprio ben nati, magari minoritario, ma capace di dare spazio a un giovane brillante, colto, ben educato alla scienza economica. Invece, come per una di quelle chiamate, o vocazioni, si fece americano, meno chic e meno di mondo, incantato dal carisma di Milton Friedman. E questa scelta non minoritaria ma iper minoritaria nell’Italia degli anni Settanta gli costò la messa nell’angoletto degli esclusi non solo nella società e nel dibattito pubblico italiano (lì era proprio uno che se lo incontravi cambiavi marciapiede, considerato un’assurdità vivente) ma anche nel già di suo piccolissimo Partito liberale, nel quale a Antonio Martino era affidato il compito, ogni tanto, di rappresentare una corrente liberista e filoamericana, alla quale si guardava, pur da liberali, come qualcosa di buffamente fuori dalla storia.

Lui stesso raccontava di essersi prima formato alla scuola del keynesismo italianizzato e di non avere avuto dubbi su quello schema interpretativo fino a una provvidenziale missione di studio negli Stati Uniti. E raccontava dello choc intellettuale provato ascoltando Friedman e studiando ai suoi seminari, con gli altri economisti della scuola di Chicago, rovesciando le visioni acquisite sui temi del momento, dall’inflazione al ruolo della moneta e delle banche centrali, dalla disoccupazione all’intervento pubblico nell’economia. Tornato in Italia ebbe cattedra di economia politica alla Luiss. A un incontro di formazione per giovani liberali, in un giorno piovoso e invernale, in qualche cittadina termale toscana, arrivò con ciclostilati di critiche a Giorgio La Malfa e le scarpe protette da brutte, ma praticissime, ghette antipioggia. Non poteva non essere, suo malgrado, simpatico, a volantinare, mentre aveva messo al sicuro non l’estetica ma l’impermeabilità delle sue scarpe, tra una quindicina di ragazzini le sue contestazioni agli articoli di chi puntava a combattere l’inflazione con la centralizzazione delle decisioni e con la cosiddetta politica dei redditi. Il suo liberalismo si rivelò, poi, più longevo di quello scolastico e partitico. E, colpo a sorpresa, manifestò i caratteri generali e non strettamente economicistici della sua visione liberale.

Con l’adesione al primo nucleo di Forza Italia poteva portare buoni rapporti con quegli americani che, intanto, avevano acquisito posizioni dalla provincia un po’ eretica di Chicago fino a entrare nell’amministrazione prima con una mezza ortodossia reaganiana (perché poi nessuno li ascoltava interamente) e poi con qualche legame, ma minore, nel giro di George Bush senior. Neanche in Forza Italia se la sentivano di essere del tutto in grado di proporre all’Italia le sue idee, ma ne capivano la grande forza. Così non ebbe mai ruoli diretti nella politica economica (dove forse le sue ricette americane spaventavano) ma fece prima il ministro degli Esteri (sì, come suo padre), nel governo breve del 1994, e poi, più a lungo, il ministro della Difesa.

Si racconta, ed è facile immaginare le rispettive reazioni, della sua ironia, esercitata con libertà e con spirito e, soprattutto, investendo direttamente l’interessato, sulla politica economica di Giulio Tremonti. Un racconto delizioso lo fece lui stesso al Foglio descrivendo i timori e le prudenze un po’ curiali e un po’ brussellesi del solito Tremonti e di Gianfranco Fini e di Renato Ruggiero quando si discusse del ritiro dal progetto europeo dell’Airbus 400 M. Scelta che Martino seppe imporre, prendendosi accuse di filoamericanismo e ribattendo con allusioni, spiritose e non manettare, a interessi personali altrui.

Una questione di potere, di quelle vere, che Martino sapeva affrontare con spirito e aumentando le dosi di ironia, mentre negli altri montava la rabbia. Non era nel suo stile infierire sulle sfortune politiche altrui o sui cambi di schieramento. Si è divertito facendo politica, perché la sua attività pubblica rappresentava un liberalismo che supera i partiti e il suo modo privato di essere liberale conteneva una speciale forza morale e perfino una ricetta per la felicità.

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