Il racconto

Da Mosca ad Assisi: la strana marcia per la pace di Salvini

I rapporti con Russia Unita, il Congresso mondiale della famiglia a Verona nel 2019

Simone Canettieri

Le preghiere sulla tomba di San Francesco, i distinguo sull'azione del governo (corretti da Zaia) e il fantasma di Putin: ecco cosa c'è dietro la conversione del leader della Lega

Matteo Salvini si sente accerchiato. Dice che il Pd sfrutterà l’invasione russa dell’Ucraina per ridisegnare i confini del governo: “Vogliono mandare la Lega all’opposizione”. Soprattutto però si sente turbato. E così fa sapere che ha bisogno di pregare. Sicché di prima mattina fa rotta ad Assisi. Nella basilica dove è tumulato il corpo di San Francesco. Da solo. Tra i frati. E’ una marcia interiore, forse. Da Putin alla pace. Telefona a Mario Draghi prima del Consiglio dei ministri.  Gli raccomanda di “calibrare” qualsiasi intervento. Continua a far sapere di “non essere entusiasta” dell’invio di armi in Ucraina. Ma si descrive comunque “allineato” con il premier. Perché Salvini è così ondivago? 

Nella Lega l’argomento è tabù: non si parla di Vladimir Putin, non si fanno accenni agli accordi con Russia unita, il partito dello zar. Acqua passata. La linea politica in queste ore è concordata dal leader, dal vicesegretario con delega agli Esteri Lorenzo Fontana e con l’europarlamentare Marco Zanni. Stop. E, come sempre, ritorna il partito dei governatori, i correttori di bozze della Lega. Coloro che segnano con la matita gli errori e mandano in stampa la bella copia della posizione ufficiale. Ecco dunque Luca Zaia, il doge del Veneto, pronto a rimarcare che “non possiamo pignorare quello che dice il premier”.

Ma il passato incalza e dietro a una certa morbidezza nei confronti della Russia si costruiscono domande senza risposte nel Carroccio e nel resto del centrodestra. Lo “storico accordo a Mosca fra Lega e Russia Unita di Putin, rappresentato dal responsabile esteri, Sergey Zheleznyak” del 6 marzo 2017 è ancora valido? Sarà rinnovato in automatico in assenza di una disdetta? Esiste questa rinuncia? Salvini minimizza, dice che “non c’è alcun rapporto e quindi non c’è nulla da rinnovare”. I suoi consiglieri più vicini aprono le braccia: “Era tutta comunicazione di un partito al 4 per cento”. E però a Verona, a marzo del 2019,  Salvini e una nutrita delegazione ministeriale della Lega (il genius loci Fontana e Bussetti) furono i grandi ospiti del congresso mondiale della famiglia (dove intervenne anche Giorgia Meloni): l’occasione per saldare sui temi pro life e contro i diritti lgbtqi  i diversi sovranismi: quelli di Putin e Orbán. All’evento parteciparono Alexey Komov, presidente onorario di Lombardia-Russia  (l’associazione di Savoini e D’Amico che  nel 2017 portavano investitori nel Donbas) e  Igor Dodon, presidente della Moldavia.  

Possibile dunque, come malignano  dentro Forza Italia e Fratelli d’Italia, che dietro a questo pacifismo si nascondano dei messaggi in bottiglia di Salvini a Mosca, che non ama sentirsi tradita? “Parliamoci chiaro: non c’è alcun fantomatico ricatto dietro alla posizione di Matteo sulla guerra. La vicenda del Metropol non ha prodotto nulla, i conti della Lega sono ancora osservati speciali. E’ una bufala, una leggenda metropolitana”.

Sarà sicuramente così. Ma la reazione russa contro i “traditori” sa essere implacabile e violenta. Basti pensare alla parole riservate dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov all’omologo Luigi Di Maio (“La diplomazia è stata inventata proprio per risolvere situazioni di conflitto e di tensione, non per fare viaggi a vuoto in giro per le nazioni o per assaggiare piatti esotici a ricevimenti di gala”).

Se Salvini venisse attaccato per il suo cambio di posizione, anche la peggiore della calunnie potrebbe sembrare verosimile visti i rapporti pregressi (che vanno al di là dei protocolli d’intesa, ma affondano nell’iconografia, nella tshirt con la faccia dei Putin, i viaggi a Mosca, le dichiarazioni roboanti). C’è dunque questo calcolo politico alla base della “prudenza” nello sposare l’azione del governo e nel non voler mai citare sui social network della Bestia (seguita da bot russi) la parola Putin condannando il Cremlino? 

Il leader della Lega scuote la testa davanti a queste ricostruzioni. E insiste con una logica piana, elementare. E dunque, di primo acchito, ineccepibile: “La Lega voterà le mozioni unitarie sia a Roma che a Bruxelles”, tiene a specificare. E aggiunge: meglio la responsabilità delle bombe. “Dunque cautela”. 
Sottolineature che in Italia demarcano una posizione sfumata, diversa e quasi inaspettata. Salvini dice di lavorare per portare in salvo i bambini, promette che chiederà a Mosca di cessare il fuoco, sulla decisione di estromettere la Russia dallo Swift, dopo l’ennesima frenata, assicura di essere d’accordo con Draghi. La marcia della leader della Lega iniziata ad Assisi finisce in serata all’ambasciata ucraina per un incontro riservato. E oggi c’è la prova del Parlamento.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.