Quirinal show: i sei giorni di Salvini, capitan capitombolo

Salvatore Merlo

Il leader leghista voleva dimostrare d’essere il direttore d’orchestra dell’elezione presidenziale, ma con disperazione l’ha trasformata in una specie di format pronto per la tv

Quando tutte le trasmissioni televisive erano ormai finite, quando tutti gli ospiti, i commentatori e gli specialisti dell’intrattenimento quirinalizio se n’erano andati a letto, ecco che lui invece era ancora lì, elettrico, per strada, agitatissimo tra via della Missione e piazza Montecitorio, circondato dagli ultimi cronisti disfatti dal sonno. “La notte è giovane”, diceva a quelli, degli zombi. “Tenete i telefonini accesi”. Era il 24 gennaio. E per i successivi sei giorni, Matteo Salvini avrebbe dato vita alla più sbagliata, inconsulta e a tratti contraddittoria girandola di possibili ed eventuali presidenti della Repubblica che l’Italia abbia mai visto in settantacinque anni di storia democratica.  

     

Un reality show. Tirando acqua al suo mulino, spesso però secondo misteriosi calcoli e rimbalzi. Forse non del tutto calcolati, per la verità. Di sicuro con una furia al confine con la disperazione. Voleva infatti dare l’impressione d’essere il direttore d’orchestra con la bacchetta in mano. Diceva “lavoro per voi”. E su Twitter già lo chiamavano il king maker (ma in pochi giorni sarebbe finita col nomigolo di “king pipper”). Quindi inondava i cellulari dei cronisti di ogni suo più minuscolo atto, movimento, pensiero. “Sembra X  Factor”, sfotteva Matteo Renzi. Ore 8.12 Matteo Salvini è arrivato alla Camera; Ore 9 Matteo Salvini proporrà persona di alto profilo; ore 12 Matteo Salvini telefona a Berlusconi; ore 15.13 Matteo Salvini smentisce di avere incontrato Cassese; ore 17 Matteo Salvini sta vagliando professori e avvocati; ore 20 Matteo Salvini proporrà una donna al Quirinale...
       
Alla fine ha centrato un risultato positivo per l’Italia, quasi inciampandoci: ha permesso la rielezione di Sergio Mattarella. Ma nel farlo, col suo “metodo”, si fa per dire, è finito col mettere  su un filotto impossibile. Incredibile. Una cosa che non gli sarebbe riuscita nemmeno se avesse voluto. In soli sei giorni è riuscito a far saltare in aria la coalizione di centrodestra, a rafforzare  la sua avversaria Meloni, a spaccare la Lega spingendo Giorgetti alla minaccia di dimissioni, a ricompattare Pd e M5s che venerdì notte erano praticamente al collasso con Conte pronto a tradire Letta. Infine, Salvini è riuscito pure nell’operazione miracolosa di far eleggere al Quirinale uno dei fondatori del Pd.  Nel momento  in cui il Pd è ai minimi storici. Il canone inverso. Probabilmente il primo a non crederci in queste ore è Enrico Letta, lui che al contrario è rimasto fermo. Immobile. Tipo semaforo di Prodi. Salvini si agitava, lui fingeva di essere morto. 

     
E insomma Salvini lanciava nomi come coriandoli. Cinquine, terne, ambi... Tombola! Poi andava in giro citofonando per mezza Roma (cosa che gli piace, questo si sapeva già). Eccolo dunque al campanello di Cassese, poi a quello di Massolo, fino a quello di non meglio precisati “professori universitari”. Boh. E tutto veniva intanto da lui  comunicato, diffuso, propagandato sui social. Innovando la prassi: ciò che prima avveniva nelle segrete stanze era squadernato. Un po’ alla rinfusa. Quindi  d’improvviso, esauriti forse tutti i citofoni, ecco l’idea di un giovedì mattina. Salvini si fotografa su Instagram con un mazzo di rose in mano: “Una donna al Quirinale”. La Casellati. Lanciata alle 11, impallinata   alle 17, sostituita alle 20. “Porto la Belloni, una donna al Quirinale”. Belloni è durata all’incirca un’ora. Tra le 23 e la mezzanotte di venerdì era già tramontata.  

  

Ecco. Alla fine di tutto ciò, oltre alla fortuna di riavere Mattarella, resta forse solo il vago sospetto che Matteo Salvini rappresenti la vendetta postuma delle avanguardie artistiche del secolo scorso. Dadaismo, surrealismo, situazionismo e...  salvinismo.

 

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.