Il caso

Salvini si è stancato di scommettere sul Cav. e apre un altro forno per il Quirinale

Nel centrodestra tira aria di piano B. E Meloni rimane in silenzio. Il Carroccio: "Lavora per Draghi"

Simone Canettieri

Il leader della Lega pressa Berlusconi: "Aspettiamo che finisca di fare i conti". Ed è pronto a lanciare un'altra proposta per il Colle che metterà d'accordo molti

Non vuole far vedere i muscoli al Cav., “ma l’orologio sì”. E dunque presto che è tardi, continua a dire Matteo Salvini a Silvio Berlusconi. Al punto che siamo quasi agli ultimatum da parte del leader del Carroccio: “Aspetto che finisca di fare i suoi conti”.  E in questa attesa c’è la vera essenza delle manovre del Carroccio. E’ la premiata forneria Salvini. Da una parte, per rispetto, attende che Berlusconi dica sì o no (convinto che si ritirerà dalla corsa per il Quirinale), dall’altra apre canali alla ricerca di piani B. Un mazzo di carte che contempla nomi amici (Moratti e Casellati su tutti, ma anche Pera e Casini) e, “non è il primo asso nel mazzo”, anche Mario Draghi. Le diplomazie di Palazzo Chigi sono attive col capo del Carroccio che comunque vada “chiede un rimpasto”. Figurarsi se il premier dovesse salire al Quirinale. 

   

I generali di Salvini sono convinti che alla fine Berlusconi si ritirerà dalla corsa. O che, se dovesse andare avanti, “non ce la farà mai”. 
In casa Lega si leggono i segnali di Giovanni Toti e di Coraggio Italia, si ascoltano i discorsi di Matteo Renzi (che tanto parla con l’ex ministro dell’Interno), si annuisce davanti alle subordinate del suocero Denis Verdini. E intanto, appunto, si lavora al piano B: il macigno nello stagno. “Sono pronto a formulare una proposta convincente per tanti”, annuncia  mentre getta ciocchi di legna nel forno che sembra ardere di più. Al contrario dell’altro, quello del Cav., lasciato alla dimensione onirica, all’impresa ma anche alla fuliggine della congiura. “Noi siamo l’unico partito che è compatto e che controlla i parlamentari, ma i nostri alleati possono dire altrettanto?”, si domandano i colonnelli leghisti. Ce l’hanno con la silente Giorgia Meloni, per esempio, che “spinge per Draghi”. Ma anche, e qui si apre una dinamica più complessa, con quei pezzi di Forza Italia terrorizzati da uno scenario hard: il Cav. al Quirinale e l’immediata fine della legislatura: il voto anticipato, l’abisso, l’addio al Parlamento. 

 
“La faccenda si sta sgonfiando”, dicono i deputati leghisti che parlano con i colleghi azzurri. E quindi il tappo berlusconiano sul Colle potrebbe saltare perché “Silvio non ama perdere e dunque si fermerà prima di contarsi”. Ma è davvero così? Il fornaio Salvini inizia a battere il piede per terra in segno di stizza. Gli danno  noia i tempi di questa candidatura che rimane ancora sospesa.

 

Ecco perché pone limiti temporali e dice che non vorrà arrivare alla quarta votazione per dire a tutti “votiamo il Silvio”, sapendo che il finale potrebbe essere pessimo. Allo stesso tempo sempre dal quartier generale della Lega – il palazzo dei gruppi in Senato – iniziano a stigmatizzare i modi “poco sobri” di questa grande corsa telefonica del Cav. Ce l’hanno con l’operazione scoiattolo affidata alle chiamate situazioniste di Vittorio Sgarbi, che puntualmente vengono spiattellate sui giornali. “Le trattative si fanno, ma non si annunciano”. E dunque dal M5s spiegano che Giuseppe Conte ha riallacciato i contatti con il suo ex ministro dell’Interno. Pure dal Pd danno per scontato un filo diretto, anche se ufficialmente la linea di Enrico Letta è: “Caro Matteo, inutile parlare finché c’è in campo Berlusconi. Togli questa ipotesi, poi parliamo”. Domani si vedranno i leader dei giallorossi (Conte, Letta, Speranza). Da questo faccia a faccia potrebbe scaturire il contatto. E cioè l’incontro fra il segretario del Pd e quello della Lega. Il Carroccio per il momento sembra granitico, anche se Giancarlo Giorgetti si è eclissato. Ma questa è una notizia a metà. Il ministro dello Sviluppo economico condivide con il suo capo una certa insofferenza per lo stallo in cui si è cacciato il centrodestra.

 

Ma quando il primo ostacolo sarà saltato potrebbe proporsi l’ennesima divisione interna. Con Giorgetti in campo per l’ipotesi Draghi al Quirinale, al contrario di Salvini che sembra non volerci pensare. Per ora. “Non è la prima ipotesi”. Perché significherebbe mettere le mani al governo. Da qui la proposta che potrebbe lanciare il leader della Lega all’ex banchiere: tu vai al Colle, ma il governo dovrà essere politico e trainato nei dicasteri chiave dal Carroccio. Il partito del Capitano, d’altronde, conta circa 220 grandi elettori (mancano  ancora quelli di Toscana, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige). Ecco perché ora o mai più. “Non possiamo finire sotto le macerie del centrodestra”, ripete Salvini a chi lo interpella. Un sentimento che piomba ad Arcore dove per il momento minimizzano: “Matteo quando pensa alla sua proposta ha in mente il Cavaliere: chi è più autorevole di lui?”. In serata segue telefonata chiarificatrice fra i due. Che nulla chiarisce.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.