Ritorno al futuro

Fedez che imita il Cav. ci riporta nel 1994. Meglio ascoltare i Måneskin

Michele Masneri

Mentre tutti gli occhi erano puntati sui vincitori “così poco italiani” degli Mtv Ema, il remake-parodia del discorso di Berlusconi dà l'impressione di trovarsi di fronte a una trovata un po’ stantia, da italiano medio. Che voglia di 2021

Si sa che l’Instagram è ormai un mezzo per vecchi, è la bocciofila dei social, e però strideva il contrasto tra l’uscita fedeziana del finto messaggio berlusconiano contemporaneo e invece l’ennesimo successo dei Måneskin, ormai gloria italiana globale come il limoncello e Prada. E mentre quelli trionfavano agli Mtv European Music Awards, si apprendeva che Fedez non scende in campo veramente, che era tutta una trovata, che ci sarà – come modestamente si era scritto qui – una finta campagna elettorale, completa di cartellonistica, insomma una performance, per lanciare il nuovo disco. 

 

Lo svelamento si è avuto con un remake-parodia del discorso di Berlusconi del 1994. Quello del “paese che amo, qui ho le mie radici”. Ma questa volta Fedez, libreria alle spalle e un volpino sulle ginocchia, che burlone, ha inserito nel discorso un po’ di generico ribellismo (“qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere di truffatore”), e poi naturalmente sono seguite le storie contro i giornalisti, accusati di non aver verificato la falsa notizia. Di fronte a tanta antica bravura comunicativa è subito venuto in mente Enrico Lucherini, decano degli uffici stampa italiani, che  si inventava queste trovate quando Federico Lucia era ancora in culla, forse anche i suoi genitori. Certo, però, quando Lucherini si inventava la falsa rissa tra la Loren e la Lollo o il falso annegamento della tal diva c’era poi un senso di riconoscenza diffuso verso questi giornalisti che ci cascavano, come si è sempre cascati perché a volte una bella storia è meglio della verità, figuriamoci oggi.

 

Adesso invece il nuovo galateo vuole che il giornalista – anzi giornalaio – sia cornuto e pure mazziato, infatti al video Fedez ha fatto seguire il rito instagrammatico supremo, la gogna. E nelle storie, ripreso dalla moglie, lui squadernava, appunto dal giornalaio, i quotidiani che son cascati nel tranello. Ma, ci si chiede a questo punto, come andrà a finire questa relazione altamente tossica tra media e influencer, questa codipendenza (cit.) in cui i giornalisti hanno bisogno degli influencer per sentirsi ancora vivi e sul pezzo, e gli influencer dei giornalisti per eventuali consacrazioni, oppure, alternativamente, per fare le vittime?

 

E sarà stato il contatto con questi manufatti, i giornali di carta, il tono assai polemico, e  il mobile in massello massiccio e Fedez in completo invece che con le solite ciabatte, ma l’impressione era di trovarsi di fronte a una trovata un po’ stantia. A una furbata riuscita a metà, una trovata da italiano medio. Fedez nei panni di Berlusconi tra l’altro rischia di suscitare anche involontari paragoni nel pubblico: che potrebbe  improvvisamente trovarsi a pensare che forse era meglio l’originale. Mentre la performance dal giornalaio ha svelato ai più giovani follower quel luogo che nell’antichità sfornava quei prodotti un tempo rilevanti, i giornali! (per effetto-imitazione, o reazione, qualcuno vi si recherà? Sarà un effetto boomerang? Ci sono dietro menti raffinatissime Fieg?). Insomma Fedez è parso non freschissimo, e invece ansiosissimo di farsi notare, e anche un po’ incattivito, mentre tutti gli occhi erano puntati su altre celebrity splendenti da esportazione, i Måneskin: giovani, carini e contemporanei, e, come direbbe Boris, “così poco italiani”. Proprio nel momento in cui disperatamente abbiamo voglia di distrarci, di sentirci un po’ internazionali, insomma di tirarci un po’ su.
 

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).