L'allarme di Bonomi sul Recovery: "Il fattore tempo è cruciale"

Claudio Cerasa

“Con rammarico il dibattito politico si concentra più sul gioco delle bandierine invece che sul futuro del Pnrr. La realtà ci presenterà il conto”. Chiacchierata con il capo di Confindustria

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, lo dice di getto: “Con rammarico constatiamo che il dibattito politico si concentra più sul gioco delle bandierine: prima a causa delle amministrative, oggi in vista della contingenza della successione al Quirinale. Non è questa la strada”. C’è un tema grande come una casa che i principali mezzi di informazione del nostro paese hanno scelto sistematicamente di ignorare per evitare di togliere spazio eccessivo ai retroscena certamente appassionanti che riguardano il futuro della Lega, il non detto della corsa al Quirinale e i soliti litigi tra Renzi e i suoi nemici a sinistra. Stare sulla superficie delle notizie è spesso confortante: ti consente di non dover approfondire i dossier e ti permette di ragionare di politica come se si fosse tutti seduti di fronte a un tavolino di un gigantesco bar sport Italia. Eppure, nascosto tra i retroscena, esiste un problema enorme che riguarda la più importante partita economica mai affrontata dall’Italia dal Dopoguerra a oggi e quella partita coincide con il futuro del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

  

Il presidente del Consiglio, pochi giorni fa, ha fatto sapere che, sul fronte dell’implementazione del Pnrr, saranno assegnati obiettivi settimanali, anziché solo mensili, “al fine di ridurre ancor più significativamente negli ultimi due mesi dell’anno lo stock complessivo” dei progetti. Eppure, su diversi fronti, da giorni emergono paure, preoccupazioni, dubbi, segnali non confortanti sul tema dell’attuazione del Recovery. Non solo per via delle 22 riforme su 51 che devono essere approvate entro dicembre per non compromettere la seconda tranche del Recovery (in ballo ci sono oltre 20 miliardi) ma anche per via di una serie di problemi a catena che negli ultimi dieci giorni sono stati notati in forma più o meno esplicita dai tecnici della Commissione europea e da alcuni sindaci italiani (Beppe Sala lo ha detto al Foglio il 30 ottobre e oggi anche Nardella, Gori e Lepore notano che la velocità di marcia, al momento, non pare essere quella adeguata).

 

I problemi sono almeno tre. Primo: la velocità del Parlamento nell’approvare riforme già validate in Consiglio dei ministri, per esempio la riforma del processo civile. Secondo: la capacità della burocrazia ministeriale di offrire ai comuni tempi certi per costruire i bandi necessari per mettere a terra le risorse europee. Terzo: la capacità da parte dello stato di offrire ai privati e al pubblico canali preferenziali non solo teorici per poter far viaggiare i propri progetti su binari preferenziali.

 

Due giorni fa, nel corso di un forum organizzato dal Corriere della Sera e da Webuild, il professor Francesco Giavazzi, principale consigliere del presidente del Consiglio, ha introdotto un elemento di preoccupazione in più. “Tremano i polsi a dirlo – ha detto Giavazzi – ma una parte importante della risposta alla domanda se questo piano avrà successo o no, nella parte infrastrutture, dipenderà anche dal rapporto tra il pubblico e il privato: se questo rapporto va male il piano non lo finiamo”. La preoccupazione di Giavazzi, che è persona esperta e concreta, è basata sulla conoscenza dei fatti e i fatti ci dicono che oggi  il rapporto tra pubblico e privato, sul tema del Pnrr, deve ancora decollare. Abbiamo chiesto su questo tema un commento a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, e con coraggio il rappresentante degli industriali italiani ha accettato di spiegare le ragioni della sua preoccupazione. “Siamo – dice Bonomi – in un momento storico eccezionale nel quale abbiamo finalmente l’occasione di fare le riforme che da trent’anni bloccano lo sviluppo del paese. Questa occasione si chiama Pnrr, un progetto di futuro per l’Italia che mette a disposizione fondi europei straordinari ma non eterni. Se vogliamo dare al paese una reale possibilità di crescita dobbiamo tenere ben presente il fattore tempo. Con rammarico, invece, come dicevo, constatiamo che il dibattito politico si concentra più sul gioco delle bandierine. Non è questa la strada: oggi siamo tutti chiamati – pubblico e privato – a fare quello che c’è da fare per il bene comune”.

 

Conclusione di Bonomi: “Quello che conta di più è che le riforme del Pnrr arrivino presto e siano radicali e che le procedure per scaricare a terra le risorse siano rapide ed efficaci come il governo dice. Viceversa, prima di quanto non pensiamo, la realtà ci presenterà il conto. Un macigno sulle spalle delle generazioni future”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.