Salvini approvò già questa riforma del catasto. Ma non lo sa (o finge)

Valerio Valentini

"Urgente, necessaria". Nel 2014 Lega e FdI esaltavano una revisione del catasto che è identica a quella varata da Draghi. Copiata parola per parola nei punti oggi contestati. Centinaio invitata a fare presto: "Cinque anni? Troppi". Fosse per loro, la "patrimoniale" ci sarebbe già (e invece alla fine non se ne fece nulla)

La scena  è questa. Il governo decide che è ora di mettere mano alla riforma del fisco. Si fa una delega che il Parlamento sviluppa, inserendovi  una sostanziosa riforma del “catasto dei fabbricati, al fine di attribuire a ciascuna unità immobiliare il relativo valore patrimoniale e la rendita”. Una maggioranza trasversale promuove la proposta,  con Lega e Fratelli d’Italia che plaudono e votano entusiasti, e anzi chiedono  celerità nell’operare la revisione. L’opposto di  quello che  accade ora:  Salvini e Meloni che si esaltano per la riforma del catasto, col rischio della stangata per i contribuenti. Fantascienza, si dirà. E invece no: è tutto vero. Succedeva con la delega fiscale del 2014, la riforma era la stessa e il testo pure. Non a caso è stato ricopiato in modo pressoché pedissequo nella delega approvata in questi giorni. Anzi, all’epoca non c’era stata neppure la premura, voluta ora da Draghi, di specificare che la revisione non avrebbe influito sulla “determinazione della base imponibile dei tributi”. Ma i sovranisti non ci badavano. “Apprezzabile”, anzi “doverosa”,  definivano i patrioti di FdI la revisione del catasto. Il leghista Centinaio sollecitava a fare presto. “Cinque anni? In cinque anni di evasione ce ne sarà veramente tanta,  serve un’accelerazione”. Fosse dipeso da lui, la riforma sarebbe già conclusa da tempo. E con tutti i commi che oggi Salvini considera indegni. 

 

Riforma del catasto, nel 2014 Salvini ne approvò una uguale a quella di Draghi

 

Si è perfino presentato coi fogli in mano davanti ai giornalisti, Salvini, due giorni fa. “Articolo 7, comma 2, lettera a e b: qui si nasconde l’aumento delle tasse”, sentenziava. “Qui si vuole ‘attribuire a ciascuna unità immobiliare un valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ai valori normali espressi dal mercato’”. E su quell’attualizzata si soffermava come si fa su un dettaglio scabroso. “E poi – proseguiva nella lettura  – si vogliono ‘prevedere meccanismi di adeguamento periodico dei valori patrimoniali e delle rendite delle unità immobiliari urbane’”. Ecco l’imbroglio: voleva fargliela sotto il naso, Draghi, e invece lui, il Capitano, se n’è accorto. Non s’è accorto, però,  che quelle proposte il suo partito le aveva già approvate. Per ben tre volte: due alla Camera e una al Senato, tra il settembre del 2013 e il febbraio del 2014. E quei due commi c’erano. La famigerata lettera a era divisa in due sottocommi, f e h, del comma 2 dell’articolo 1. L’altra lettera incriminata, la b, è addirittura copiata parola per parola. La delega del resto venne varata al termine di un lavoro avviato dal governo Berlusconi e arrivato fino a quello  Renzi. Convergenze trasversalissime: tra i primi firmatari c’erano i dem Causi e Migliore e il montiano Zanetti; il relatore alla Camera fu quel Daniele Capezzone, allora in FI, che oggi dalle colonne della Verità tuona contro “il bagno di sangue”, “la bomba a orologeria” della riforma del catasto di Draghi.

E andarsi a rileggere i commenti che facevano i sovranisti di allora è sorprendente. Il 4 febbraio del 2014, al Senato, i leghisti Bellot e Centinaio invitavano il governo alla celerità, perché, come affermava il futuro ministro dell’Agricoltura,  “ormai da mesi diciamo che ci sono zone d’Italia dove il catasto non esiste neanche, dove c’è un abusivismo selvaggio, pazzesco”. Due settimane più tardi, alla Camera, il leghista Busin ribadiva che “la riforma del catasto è forse la più urgente per evitare vere e proprie ingiustizie”. Pasquale Maietta, di FdI, si augurava  che “questa non sia l’ennesima delega i cui decreti attuativi subiscono continui rinvii”. Invece andò a finire proprio così.  Non se ne fece niente. Con grande scorno di leghisti e meloniani, evidentemente: fosse dipeso da loro, sarebbe già in vigore, la “patrimoniale”.
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.