Trattativa, politica, procura. La vera Bestia è il populismo giudiziario

Claudio Cerasa

La trattativa e i pm anti casta. Non ci sarà mai una lotta  vera contro  il complottismo e le  fake news  se  non si avrà il coraggio di mettere un tappo sopra quella fogna chiamata circo mediatico giudiziario

Sarebbe bello e persino rassicurante poter considerare la sentenza che due giorni fa ha demolito in appello l’impianto accusatorio della trattativa stato mafia come un fatto di cronaca giudiziaria come molti molti altri. Sarebbe bello e persino rassicurante poter sostenere che la trattativa stato mafia è stata una parentesi come le altre nella storia giudiziaria italiana, uno dei tanti casi di processi che si aprono in un modo e si chiudono in un altro modo. Sarebbe bello e persino rassicurante mettere finalmente un punto a questa storia e limitarsi a dire che giustizia è stata fatta. Ma il dato che emerge con chiarezza dalla lettura dei giornali di ieri è che molti dei giornalisti e degli osservatori che nel tempo si sono specializzati a trasformare in notizie indiscutibili i pizzini delle procure hanno fatto quello che purtroppo non avrebbero dovuto fare: chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò che in questi anni ha significato per l’Italia, per la sua cultura giuridica, per la sua idea di stato di diritto, per la sua idea di libertà, per la sua armonia tra poteri dello stato e per tutta la categoria giornalistica, la creazione di una fogna a cielo aperto chiamata trattativa stato mafia.

  

Le balle sulla trattativa stato mafia, purtroppo, non sono state balle cadute improvvisamente dal cielo come una imprevista pioggia estiva, ma sono balle che sono state facilmente accolte dall’opinione pubblica perché per anni la classe dirigente italiana ha lavorato per rendere quelle balle verosimili. Lo ha fatto trasformando ogni politico in un potenziale furfante. Lo ha fatto trasformando ogni intercettazione in una prova indiscutibile. Lo ha fatto trasformando ogni accusa in una sentenza inoppugnabile. Lo ha fatto trasformando il dibattimento in un inutile corollario del processo mediatico. Lo ha fatto trasformando i magistrati in custodi più del codice morale che del codice penale di un paese. Quella fogna a cielo aperto è stata per molto tempo una fonte di carburante pressoché inesauribile per la mostruosa macchina del populismo giudiziaria e la tempistica con cui una Corte ha demolito in appello la trattativa stato mafia è impressionante se si collegano le notizie che arrivano dal tribunale Palermo con quelle che arrivano dalla procura di Milano.

 

Nel primo caso, a Palermo, è stata archiviata con una sentenza la stagione di una magistratura chiodata che ha tentato di utilizzare l’arma della via giudiziaria per provare a combattere la casta del potere politico. Nel secondo caso, a Milano, è stata archiviata con un’altra sentenza, quella che a giugno ha assolto Eni dall’ennesimo processo per corruzione internazionale e che ha contribuito a far saltare culturalmente per aria gli uffici guidati da Francesco Greco, un’altra importante stagione di attivismo giudiziario, che ha visto la procura di Milano in prima fila nella lotta contro la casta dei poteri economici dell’Italia. Piercamillo Davigo e Nino Di Matteo sono stati per molto tempo gli epigoni di questa stagione della magistratura anti casta (e non a caso il magistrato milanese Paolo Storari scelse di consegnare proprio a loro due, al Csm, i documenti riservati e secretati sul caso Amara: quale miglior cassa di risonanza di due magistrati campioni del processo mediatico per sbloccare un’indagine?) e in un certo senso la fine della loro epoca potrebbe essere un’occasione ghiotta per mettere l’opinione pubblica di fronte ad alcune verità difficili da ammettere.

 

Primo: cosa rischia una democrazia quando si accetta che la magistratura possa criminalizzare a suo piacimento il potere politico?

Secondo: cosa rischia uno stato di diritto quando si accetta che i teoremi senza prove possano essere spacciati per verità giudiziarie?

 

In Italia, i giornalisti e i politici discutono spesso in convegni imperdibili di grandi temi come la lotta contro il complottismo, la battaglia contro le fake news, la guerra contro la cancel culture, l’impegno contro il populismo. Ma ciò che spesso non viene compreso fino in fondo è che in Italia non ci sarà mai una lotta sincera contro il complottismo, contro le fake news, contro la cancel culture, contro la riscrittura della storia se prima non si avrà il coraggio di mettere un tappo sopra quella fogna chiamata circo mediatico giudiziario. Una Bestia di fronte alla quale gli antipopulisti d’Italia dovrebbero avere il coraggio di indignarsi con più energia rispetto a un tweet di Luca Morisi.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.