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Il caso

Raggi, sindaco di opposizione: dopo 5 anni a Roma è ancora "colpa degli altri"

Si toglie la fascia tricolore e indossa il kimono con la cintura nera: sembra aver governato dai banchi della minoranza

Simone Canettieri

Dai rifiuti ai cinghiali passando per la moria dei pesci e i trasporti: la grillina rispolvera il format delle origini con denunce ed esposti

Il caso andrebbe studiato in quanto inedito: Virginia Raggi  incarna il raro esempio  di sindaco di opposizione. Lo racconta la sua campagna elettorale: mordace e per nulla rassegnata. Ma anche a tratti surreale. Premessa: la sindaca è stata eletta come espressione di un movimento antisistema a base di vaffa e manette.  Dopo cinque anni non proprio con la pipa in bocca, ha capito che l’unico modo per tentare il colpo gobbo è quello di ritornare mentalmente all’opposizione. E dunque di denunciare e attaccare gli altri per le cose che accadono nel suo comune, nel territorio che amministra da un lustro. 

La baruffa funziona, buttarla in caciara, come si dice a Roma, funziona. E, come si sa, chi contesta nel contesto fa carriera assai più lesto. Dunque: i cinghiali sono ormai una cartolina di Roma riconosciuta ovunque? La colpa è della Regione e quindi la sindaca va in procura. C’è una morìa di pesci lungo le sponde del Tevere? Serve un esposto, occorre denunziare gli altri. E cioè loro, anche in questo la regione Lazio. Lo schema si ripete e si adatta a tutto. Sulla gestione dei rifiuti ieri è arrivata   la notizia che il Tar ha respinto il ricorso del Campidoglio e quindi la regione potrà commissariare il Comune. Ma Raggi è pronta a impugnare il provvedimento. E a dare battaglia così come sulla ferrovia Roma-Lido.   

 

E, attenzione, non è detto che non funzioni questo copione.  Nella cortina fumogena del “è colpa degli altri” è difficile ripristinare la verità. Il format  “ sindaco di opposizione”  sta tenendo Raggi comunque ancora a galla. La grillina non si dà per persa.  E continua con la sua strategia: cinghiali, monnezza, treni, pesci. Il tutto condito da frasi di questo tenore: “Io non ho rubato un euro. Ricordatevi che chi ruba, ruba i vostri soldi”. L’elogio della purezza. Un ritorno alle origini. Al tutti sono uguali, e dunque, sotto sotto, fanno pure mezo schifo. Può dunque un sindaco togliersi la fascia tricolore e indossare il kimono e la cintura nera per fare opposizione nell’amministrazione che guida da anni senza sprezzo del pericolo? Giusto ieri Luigi Di Maio l’ha definita una “gladiatrice”.  E forse dopo tra qualche giorni scatterà anche la carta Alessandro Di Battista, il leader ideale di tutte le opposizioni mondiali e terzomondiste.    

Una lotta continua per tentare il miracolo: questo è il destino della grillina. Che l’altro giorno a San Basilio è arrivata anche a dire l’impossibile: ha attaccato l’operato di Roberto Gualtieri come ministro dell’Economia, senza curarsi di avere al suo fianco in quel momento chi, come Giuseppe Conte, guidava quel governo. Un capolavoro. Che alla fine è passato, seppur con una dose di imbarazzi. Ma siccome vale tutto, se può esistere un sindaco di opposizione può avere dignità anche il leader di un partito che non crede nella sua candidata. E così sempre Conte ieri ha proposito delle  comunali di ottobre ha detto che “questa tornata amministrativa non può essere significativa per il nuovo corso del Movimento”. Chissà se avrà letto questa dichiarazione, Virginia Raggi.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.